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Il Foro di Livio

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A cura di Umberto Pasqui

Pellegrino, il “lupo di Forlì”

“Tre momenti a sfondo storico” sul Santo che si festeggia il 1° maggio: la conversione del giovane ghibellino, ammansito da Filippo Benizi

In un numero di “Scene e controscene” del maggio-giugno 1937 compare un titolo in prima pagina: “Il lupo di Forlì”. Si tratta della rivista mensile del teatro cattolico italiano con sede in Torino. Con “Il lupo di Forlì” s’intende il titolo di un testo teatrale con San Pellegrino Laziosi per protagonista. La scena si svolge nell’anno 1282 e la rappresentazione risale al carnevale del 1937, a Torino. L’autore del testo è il servita padre Luigi Maria Pazzaglia, nato trentadue anni prima a Genova e già acclamato come scrittore brillante. “Per oltre un decennio si consacrò quasi esclusivamente alla predicazione della parola di Dio – si legge nel sito dell’Ordine dei Servi di Maria - salendo i pulpiti delle principali città d’Italia, suscitando dovunque un entusiasmo inaudito. A mala pena riusciva a frenare i suoi uditori da scroscianti entusiastici applausi. Era ritenuto il primo oratore d’Italia. Operò varie conversioni”. Ebbene, padre Pazzaglia scrisse questi “tre momenti a fondo storico” in giovane età “perché l’episodio – così confiderà – è tolto dalla vita di San Pellegrino Laziosi dei Servi di Maria”. Chi avesse voglia di leggerlo in versione integrale noterà toni accesi, ammessi pure dall’autore “per drammatizzare”, pertanto è stato ritenuto necessario “calcare alquanto le tinte, specialmente sul carattere di Pellegrino prima della conversione”. 

La prima scena è ambientata in una bettola “tutta arcate e colonne” nella grande piazza forlivese, qui tale Micuccio è certo: “Forlì non ha che una speranza: scuotere il giogo del Papa; non ha che un nome: Pellegrino Laziosi; non ha che un’ora: questa! La nostra!”. Si evince un contesto di baldorie, giochi e amori per la gioventù locale, cui deve aggiungersi un’intensa passione, quasi smodata, per la politica, e quella decisamente faziosa con scarsa propensione per la diplomazia. 
Il resto non conta: un mendicante chiede l’elemosina per un piccolo lebbroso ma Pellegrino, inorridito, strepita affinché sia cacciato a malo modo dalla città. Tutto un fuoco, dirà di sé: “Uragano mi chiamano gli amici e mai come in questi giorni lo fui, mai lo sarò come questa sera. L’uragano è dentro le mie vene, irrompe e canta in tutte le fibre dell’essere!”. In un altro passo, aggiunge il suo vero intento: “Donne, piaceri, vino, giuoco, danaro, onore, vita, anima, tutto getto, tutto calpesto! Patria: ecco il mio amore, ecco la fiamma che mi brucia e mi rapisce! Spezzare le sue catene, portarla alla riscossa, alla vittoria, farla libera, grande, bella, forte. Farla regina! Forlì regina delle Romagne! Questo è il mio sogno, il mio amore! Questo è il mio peccato!” facendo ribollire il suo “sangue battagliero, sangue romagnolo e ghibellino”. 

La concitazione è quella della vigilia del “Sanguinoso mucchio”, momento epico per la storia forlivese, verificatosi il 1° maggio 1282. Il padre tenta di placarlo, ricordandogli che “la prudenza deve regolare ogni passione: anche l’amore della patria”. Ma Pellegrino risponde che la prudenza “è ignota agli eroi”. Nulla da fare per il babbo che sbotta: “La passione ti acceca e ti trascina verso l’abisso! Il tuo nemico è Cristo!”. Il figlio testa calda lo corregge: “Chi noi odiamo è il re che tiene soggetta a sé questa terra che è nostra; il tiranno, che cupido di ricchezza, ci soffoca e ci munge. Chi ci mette il laccio alla strozza noi odiamo! Chi ci ruba, chi lega la nostra libertà questi odiamo, sì, ferocemente, anche se si chiama Martino IV ed ha la tiara!”. La scena si conclude con un apparente addomesticamento di Pellegrino che liquida il genitore promettendogli che “non si farà nulla”. Se il padre dunque torna a casa tranquillo, il giovane lo ha preso per i fondelli. Rivolto agli amici confessa: “La commedia è finita! L’ho recitata bene?” dice mentre “scoppia in un riso convulso”. Roteando la spada si sente “un gigante che ha in mano un balocco da bimbo” ma che “saprà spiccare teste di guelfi in abbondanza”. 

Nella scena successiva compare Filippo Benizi che si presenta come “un povero frate qualunque dei sette eremiti del Senario” giunto a predicare “attorno questo dolore che salva, che redime”. Pellegrino, sgradevole come già letto in questo testo, lo irride: “Voi siete, adunque, il Cavaliere del Dolore ed io, invece, quello della Gioia. Siamo l’antitesi”. Anche se gli amici confidano al frate che “va ancora alla Messa per tradizione di famiglia”, il protagonista fa di tutto per apparire spavaldo e arrogante, e ancora vuole definirsi “uragano”. 
In lui, Filippo Benizi però vede “Un’anima smarrita di fanciullo che guarda con nostalgia le stelle”. E promette di essere venuto per conto del Papa per portare la pace, parola che per Pellegrino è “ambigua”. Non c’è verso: “Frate, siete troppo ingenuo! Dite al Papa che non facciamo proposte! Ormai la città è tutta in mano nostra, se egli vuol degnarsi, non ha che a sottoscrivere. Non c’è che questo: libertà piena e assoluta. Il Papa comandi a Roma e noi in casa nostra!”. 
Chi non è con i ghibellini è gabellato: “femminucce” o con “la camomilla nelle vene”. Ed è questa la scena del celebre episodio dello schiaffo: “Frate del diavolo! - minaccia Pellegrino - Guarda: potrei infilzarti con questa spada e mandare il tuo cadavere al Papa; come una colomba spennata! Ma ho pietà di te, povero frate! È lui che io voglio colpire! Toh, prendi! (gli dà un violento ceffone) Portalo a Messer lo Papa! È questa la risposta di Forlì!”. 

Chi si chiedesse, nel finale del primo atto, il significato del titolo “Lupo di Forlì”, dovrebbe proseguire nella lettura del secondo e del terzo. Chi conosce la storia del santo forlivese sa già come va a finire: “Tu volevi il mio perdono e invece è Dio che ti perdona” dirà Filippo in seguito alla conversione del giovane forlivese pentitosi del ceffone e delle sue intemperanze. “Il tuo passato lo gettiamo là, nel Ronco, che cammina e lo trascina fino a sperdersi nel mare. Non è più tuo. Non esiste più. Ora incominci. La via del bene ti è davanti”. 
Pellegrino, in cuor suo, è contristato e sinceramente pentito: “Io sono come un povero cieco. Sono un cavaliere senza bandiera. Mi sento nell’anima riboccante di gioia, dentro le vene una vampa possente di vita, di volontà. Voglio ricostruire, voglio riparare”. Così Filippo Benizi racconterà la vicenda del lupo di Gubbio: “Pellegrino Laziosi, è la tua storia!”, paragonandolo al canide ammansito da San Francesco. Infine, il giovane convertito consegnerà la spada: “Il lupo è diventato agnello!”. La tela cala, l’aurora è spuntata “con petali di rosa e canti d’usignoli”. 

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