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Il Foro di Livio

Opinioni

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A cura di Umberto Pasqui

Plebiscito a Forlì

Nel marzo del 1860 fu chiesto ai cittadini forlivesi di far parte del Regno di Sardegna con Vittorio Emanuele II che ben presto sarebbe diventato Re d'Italia

Il termine “dittatore” varia nel tempo: mentre oggi ha connotazioni spregiative, originariamente, e fino a tutto l'Ottocento, era sinonimo di “capo provvisorio”. Era l'11 marzo 1860 quando iniziò una due giorni particolarmente sentita a Forlì e nei territori delle altre Legazioni (Bologna, Ferrara, Ravenna): il plebiscito per sancire l'annessione al Regno di Sardegna. Regista dell'operazione fu, appunto, il “dittatore dell'Emilia”, Luigi Carlo Farini, di Russi, liquidatore di ciò che restava dello Stato Pontificio da queste parti cessato già di fatto dal giugno del 1859. 

Al suffragio universale potevano rispondere tutti i maschi che godevano di diritti civili, di un'età uguale o superiore ai 21 anni. Per compilare i nominativi si faceva riferimento agli archivi parrocchiali, chi non fosse stato cattolico si sarebbe dovuto presentare in Comune per iscriversi nelle liste elettorali. Agli occhi di oggi parrebbe un tentativo goffo di coinvolgere la popolazione, si poteva scegliere tra due alternative: o dire sì all'annessione alla monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II oppure scegliere la possibiltà di un “regno separato”, laddove cosa s'intendesse non era proprio chiarissimo. Forse significava uno Stato a parte, forse un ripristino delle vecchie istituzioni. Non ci si curò molto di approfondire in quanto l'esito era scontato. Probabilmente tale scelta tra qualcosa di chiaro e visibile (la corona di Torino) e qualcosa di incerto e sfumato giocò ancor più a ingrossare le fila dei sabaudi. A parte il ridimensionamento dell'enfasi che questo evento avrebbe avuto in altre parti d'Italia, frutto di una narrazione vicina a chi vinse, si può invece dire che i forlivesi accolsero la manifestazione collettiva con entusiasmo, trepidazione e in linea con il carattere risorgimentale dei più. Messo per un momento da parte lo slancio repubblicano da queste parti sarebbero nati molti Vittorio e molti Emanuele. 

Così i liviensi si misero in coda, dalle otto del mattino alle 5 di sera, ripartiti in tre sezioni (due di cittadini, una di campagnoli), nel palazzo del Municipio.“Alla prima e alla seconda sezione – si leggeva nella convocazione - è assegnato l'ufficio nella sala denominata degli Angeli, cui si avrà accesso per la porticella posta nella corte del Palazzo medesimo a lato della fontana”. Infine, “Alla terza è destinato l'ufficio nella prima gran sala della Residenza del Comune, cui si accede per lo scalone del pubblico Palazzo”. I forlivesi si cimentavano emozionati in questo esercizio corale, chi poi non fosse avvezzo alla scrittura avrebbe avuto con sé una “scheda stampata” per facilitare l'operazione. Nell'atto del deporre il voto nell'urna, avrebbero dichiarato il proprio nome e cognome. 

Alla sera del 12 marzo furono portati i voti vincenti per un ulteriore conteggio nel tribunale di Sant'Agostino (l'attuale caserma della Guardia di Finanza), il tutto incorniciato da banda e cittadini in massa. Fu un successo così schiacciante che anche grazie ai forlivesi Vittorio Emanuele II si sarebbe potuto chiamare Re non solo per grazia di Dio ma pure per volontà della Nazione. Se è per questo, Forlì poco più di un mese prima aveva eletto un sindaco carbonaro: Giovanni Romagnoli. La banda venne chiamata anche per festeggiare il genetliaco del Re (14 marzo) e per altri eventi correlati in quel fervido marzo di tanti anni fa. E fu solo l'inizio di un 1860 vissuto con entusiasmo dalla parte di popolazione che aveva sempre tifato per le istanze risorgimentali; mentre cadevano i vessilli pontifici a Forlì, da Quarto s'imbarcavano i Mille e il 26 ottobre di quell'anno, a Teano, Vittorio Emanuele II sarebbe stato salutato come Re d'Italia da Garibaldi. 

Tornando al suffragio dall'esito plebiscitario, furono in seguito resi noti i dati del territorio delle ormai ex Legazioni: per 526.218 iscritti andarono a votare in 427.512, di questi ben 426.006 si risolsero favorevoli all'annessione. Con Regio Decreto 18 marzo 1860 n.4004, “Le province dell'Emilia fanno parte integrante dello Stato”. Anche se con Emilia s'intendeva Romagna, la maggioranza dei forlivesi andò a letto soddisfatta. 

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