Il Foro di Livio

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Quarantena sul Montone

Dalla peste manzoniana al colera ottocentesco, i forlivesi alle prese con le epidemie. Una cartolina da "Forlì Disinfettata".

Stiamo vivendo una brutta storia, bisogna capire che insegnamenti se ne potranno trarre. Vero è che i forlivesi hanno sempre avuto a che fare con epidemie di ogni genere, anticamente scatenate per lo più da batteri (ormai, con gli antibiotici, fanno poca paura) come la peste e il colera. I casi sarebbero innumerevoli e già il morale di chi legge potrebbe non essere alle stelle, quindi ci si può limitare a qualche esempio. Le fonti romagnole indicano anni funesti il 1318, il 1319, il 1348-49, il 1382 (a Forlì fu terribile), il 1435, il 1456-57, il 1523, il 1525, il 1526 (peste e carestia), 1583 (terremoto, fame e colera), 1587 (terremoto, fame e peste), 1590 (fame, peste, terremoti). La "peste manzoniana", ossia quella che fa da sfondo alle vicende di Renzo e Lucia, cioè "I promessi sposi", anche qui passa nel 1630. Città come Milano e Bologna persero un quarto dei rispettivi abitanti; a Verona, si stima, la morte baciò il 61% dei residenti. E Forlì? Se si va a ben guardare, l'area falcidiata dal bacillo pernicioso va dalla Svizzera alla Toscana, concentrandosi per lo più sulla Pianura Padana. In Romagna si viveva con apprensione la notizia del contagio che per allora sembrava circoscritto a Venezia e in Lombardia, però già si sapeva che prima o poi sarebbero stati coinvolti anche i conterranei. E allora, stando alle cronache di Marchesi, "fu fatto ricorso al solito, ma con più vive, & infocate preghiere, alla Singolar Protettrice la Santissima Madonna del Fuoco, esponendola, e portandola con grandissima devotione trè volte in processione secondo il consueto". In tutto questo si distinse il vescovo Cesare Bartolelli che, nonostante l'età avanzata, prendeva parte a queste processioni "con grande humiltà à piedi scalci, e con un capestro al collo, cosa che trasse le lagrime da più d'un occhio". Oltre alle preghiere, i forlivesi pensarono a come raccogliere fondi per fronteggiare l'epidemia: trovarono 4 mila scudi. Forlì fu così preservata dalla pestilenza fino a quando arrivarono delle truppe pontificie in ritorno da Mantova per una missione militare. Questi uomini, capeggiati dal cardinale Antonio Barberini, erano "di contagio sospette" e venne proibito il passaggio da Porta Schiavonia. Pertanto, tali "molte genti", furono poste in quarantena sulle rive del Montone: tuttavia qualcuno trasgredì e si diffuse il panico. La minaccia incombeva: e Firenze era "caduta", e il contagio da Venezia lambiva le rive del suo golfo, Romagna compresa, e Imola si riempì di appestati. "Ad ogni modo per la singolar protettione della Beatissima Vergine restò illesa, si può dire, miracolosamente questa città". Insomma, Forlì non pianse. E nella storia - di pestilenze ce ne sono state - i liviensi se la sono cavata con poche vittime, si possono citare gli esempi del 1510 e del 1692 quando, nonostante la letalità altrove, qui non lasciò strascichi rilevanti, se così si può dire, visto che di morti sempre si parla.

L'Ottocento, invece, fu il secolo del colera con la grave epidemia del 1855 che colpì 1495 forlivesi di città e 654 forlivesi di campagna: di essi ne guarirono rispettivamente 732 e 369. Morirono in tutto 1058 persone (su poco più di 35 mila abitanti). Non che fossero sprovveduti, i nostri antenati, ma le condizioni igieniche non erano il massimo. In questa occasione, venivano disinfettate anche lettere e cartoline con spruzzi di aceto e fumigazioni. Un timbro: "Forlì Disinfettata", era un sigillo di sicurezza. Il bilancio, seppur straziante, fu "migliore della media": Ravenna perse 1600 abitanti e Rimini quasi ottocento su una popolazione corrispondente alla metà dei forlivesi di allora. Il vibrione scatenerà un'altra epidemia nel 1884/85 ma questa volta i forlivesi non si lasciarono cogliere impreparati: furono disposti immediate misure di prevenzione e un rigido cordone sanitario. La città, preparandosi alla guerra contro il colera, fu tirata a lucido: niente più immondizia, niente più sporcizia. Lo stabile che oggi è noto come "vecchia stazione" fu adibito a presidio permamente di guardie mediche per isolare i casi sospetti. Inoltre, altre scuole di campagna come a Villagrappa e a San Varano, si trasformarono in "case d'osservazione", a Bussecchio, sempre nella scuola comunale, fu allestito un lazzaretto. Alcuni uffici, come quelli della sanità e del telegrafo, lavoravano continuativamente e venne formato un gruppo di volontri per prestare assistenza ai malati non solo di Forlì, ma anche delle città vicine. Nel frattempo, non potevano essere introdotti in città cocomeri, meloni e fichi. Il popolo non aveva certo dimenticato la Madonna del Fuoco, e a Lei indirizzarono intense orazioni e un solenne triduo di preghiere. Con l'arrivo dell'estate, a giugno, sembrava tutto passato ma sopraggiunse la siccità. Meno acqua, meno grano, meno pane: la crisi alimentare indebolì i già provati forlivesi con le difese immunitarie quasi azzerate. Tuttavia, nonostante l'angoscia collettiva, il numero di vittime di questa epidemia fu pari a zero. 

Fu però ben presto di nuovo colera. Nel luglio 1886 morì un colono di Durazzanino e vennero riaperti i lazzaretti allestiti l'anno prima: a Bussecchio furono ricoverati, in via cautelativa, i tre giovani volontari che avevano assistito la vittima. Ancora ad agosto si registrarono dei morti ma, secondo quanto osservato da Filippo Guarini: "I colpiti sono, in genere, persone nutrite, dedite a stravizi e all'uso smodato di liquori. Il morbo è limitato finora alle vie Battuti Verdi e Bacilina; purtroppo, fra i medici non c'è unanimità di vedute sulle terapie adottate". Il 23 agosto, sempre Guarini c'informa che "oggi il colera si è mostrato in 6 casi e 2 morti; uno di questi in via Battuti. Questa sera, alla Madonna del Giglio, in fondo a questa strada, si sono accesi molti lumi, cantate le Laudi e recitato il Rosario, un po' per spavento, un po' per sentimento religioso che a Schiavonia c'è ancora". Sarà poi allestito, nell'odierno palazzo della Prefettura, un Ufficio con medico e guardie per ricevere le denunce dei casi: "Ma non so con quale scopo - ammette Guarini - perché sapendosi che ove avvenga un caso vogliono chiudere l'abitazione e portare chi vi sta al Lazzaretto, nessuno vorrà fare questa denuncia". Questa volta il bilancio, grazie alle misure adottate, fu molto diverso rispetto a trent'anni prima: si ebbero 28 morti (di cui 17 nel rione Schiavonia) e 12 guariti. Nelle città vicine, i caduti si contavano a centinaia. Da questa "lezione", i forlivesi potenziarono i volontari per l'assistenza fondando poi strutture autonome di pronto intervento che poi avrebbero dato luogo alla Dam una man. Ormai era iniziata l'era dei virus (fino a pochi anni prima erano pressoché sconosciuti): e il primo grande nemico sarà chiamato Spagnola

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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