Il Foro di Livio

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Ronco: il lido di Forlì

L'ingresso orientale della città sulla via Emilia ha una lunga storia dalla vocazione aerea e balneare. Tra castelli e cavalieri di Malta, ecco il Ronco.

Una vasta zona della città che si estende, lungo la via Emilia, fino alle porte di Forlimpopoli, ha un nome poco originale: Ronco. Poco originale perché vi sono altre località nell'Italia centro settentrionale che si chiamano in modo simile. Da villaggio a parte, da decenni è un tutt'uno con Forlì: la frazione è protesa lungo viale Roma, rettilineo che in quattro chilometri raggiunge piazzale della Vittoria. Peculiarità di questo popoloso quartiere forlivese (seimila abitanti) è che spesso lo si fa anticipare da un articolo: abita al Ronco, e non a Ronco, si dice. Una motivazione potrebbe essere data da un'identità: il Ronco è il fiume che ha dato il nome a Ronco, così legato da far chiamare anche la borgata il Ronco. I ronchesi abitano un terreno anticamente occupato da una selva. Infatti: runcare, in latino, significa tagliare le piante con la roncola, dissodare un bosco. 

La selva, dove oggi si presentano prefabbricati artigianali, si legge nei toponimi: Carpena, Villa Selva, Carpinello. Rimane qualcosa dell'antico bosco tra Scardavilla e Farazzano, ma ben poca cosa di ciò che avrebbe visto un soldato romano mandato qui, oltre il Rubicone. Infatti, il Ronco era un altro importante confine: separava la zona abitata dai Galli Boi (da cui Bologna) da quella dei Galli Senoni (da cui Senigallia). Con l'arrivo di Roma, diventerà una frontiera superflua. Con la costruzione della via Emilia e il suo passaggio su quello che veniva chiamato Flumen Vitis, s'iniziò a disboscare. Ma fu un lavoro decisamente duro: la pianura ricca di arbusti di ogni tipo, di alberi fitti, era una vera e propria selva indistricabile; per lungo tempo, così si può dire, rimase inesplorata. Tanto che si poteva vedere il fiume Ronco come sopraffatto dalle piante, e il suo letto era simile a una grotta. Una propaggine del Ronco (quartiere) si chiama, appunto, Grotta. Insomma, la bonifica fu un'impresa ardua e pericolosa, vero è che le roncole spazzarono via tutto, per consentire coltivazioni di ben altro genere. 

Fu un'impresa così epica, portata avanti da anonimi lavoratori non cantati da nessuno, che il fiume Bidente, giunto nella pianura già selvatica, prese il nome di Ronco. Con Traiano venne chiamato Aquaeductus, perché, come avviene oggi per l'impianto che discende da Ridracoli, un convoglio liquido dall'Appennino qui passava, diretto all'inospitale Ravenna. E doveva essere evidente se esiste ancora la frazione Pieve Acquedotto. L'infrastruttura romana, ripristinata da Teodorico, scomparirà nel Medioevo e le sue rovine saranno infossate nel terreno fornendo un agile alveo: per questo motivo, il fiume, specialmente nel tratto che costeggia la Ravegnana, è pressoché un rettilineo. Se si fossero conservati certi nomi, a Forlì avremmo l'Acquedotto (il Ronco), l'Acquaviva (il Rabbi), l'Acquacheta (il Montone). Per perdere altro tempo nell'etimo, si può dire che "ronco" è anche un'espressione toscana per "strada senza uscita" (forse perché sbarrata dal fiume)? Questo giustificherebbe l'articolo: il Ronco è un vicolo cieco? Ora non pare proprio, il fiume si cela sotto l'asfalto e al posto della selva c'è ben altro. In senso estensivo: "essere nel ronco" vorrebbe dire "trovarsi in una situazione complicata". Ci vuole un può più di fantasia nel ricondurre il nome del luogo o del corso d'acqua all'etrusco rumon, che significa, appunto, fiume. 

E non è un caso se chi è nato nel Ventesimo secolo ricorda con tenerezza il Ronco Lido. Infatti, la zona nei pressi del ponte sul fiume era il lido di Forlì, ben prima della vicina e contemporanea Cala FoMa. Negli ultimi tempi esisteva più che altro una pizzeria in mezzo a un parco, caratteristica per le reti elastiche "digestive". Il locale dava anche la possibilità di riempire i tavoli con giochi di società ed era particolarmente gettonato per le feste di fine anno scolastico. Prese altresì il nome La Cicala, dopo l'uscita dell'omonimo film del 1980. Con il declino della pizzeria, poi chiusa, il parco fu sede per qualche anno di feste universitarie. Molto tempo prima, tra l'Otto e il Novecento, il Ronco Lido godeva di una mondanità ben più vivace: era la spiaggia di Forlì. Infatti, nel capoluogo romagnolo prima del 1904 non erano state immatricolate automobili, quindi raggiungere il mare non risultava così semplice. Pertanto si attrezzò una spiaggia lungo il corso d'acqua, a ridosso del ponte. Piccole spiagge sabbiose erano così popolate da un gran numero di persone e l'acqua era così pura che in certe polle gorgoglianti ci si abbeverava. Qui c'era pure una stazione della linea tranviaria Meldola-Forlì-Ravenna. Fino alla Prima guerra mondiale, sulle rive del fiume, i villeggianti potevano fare il bagno contando su veri e propri stabilimenti balneari. 

A proposito, il quartiere, in una posizione defilata, ha anche il suo monumento ai caduti della Grande guerra (nell'immagine). Realizzato tra il 1919 e il 1930, rimane in una piazzola-parcheggio oltre la pista ciclabile di viale Roma. La localizzazione è stranamente appartata e difficile a vedersi. Il manufatto in pietra grigia e cemento si presenta su base circolare, un parallelepipedo, poi, ospita l'iscrizione dedicatoria mentre sostiene due colonne coronate da capitelli corinzi. Sopra le colonne, la scritta "Alere flammam" ("nutrire la fiamma", motto della Scuola di Guerra dell'Esercito) è il basamento per la statua della Patria con scudo e spada. 

Ma la storia del Ronco (quartiere) è molto più antica. In questa località, secondo la tradizione, sulle rive dell'omonimo fiume prosperava il drago debellato da San Mercuriale e gettato dal Protovescovo nel pozzo. Si hanno riferimenti storici dal 1209, quando si chiamava Castrum Ronchi, nome che fa pensare a un fortilizio, seppur modesto, sulle rive dell'omonimo fiume. Appartenuto, a quella data alla Chiesa cesenate, passò ben presto ai forlivesi e fu espugnato dallo Stato Pontificio nel cruciale 1282. Guido da Montefeltro, in seguito, ne fece presidio e vi costruì una bastia sopra il fiume Ronco, dotata di soldati e munizioni. Con tale termine, dizionario alla mano, s'intende "fortificazione a pianta quadrata circondata da fossato e terrapieno". La bastia, edificata sul poggio ove oggi c'è la chiesa, fu ricostruita nel 1337, dopo un altro assalto dello Stato Pontificio. Anche questa fortezza ebbe vita breve: nel 1423, a Villa Ronchi, non c'era già più nulla. La frazione ospitò una commenda di ospitalieri (cavalieri di Malta) e in questa zona San Pellegrino Laziosi iniziò la sua conversione, gettandosi ai piedi di San Filippo Benizi dopo averlo preso a schiaffi con la foga di giovane ghibellino. 

Il ponte fu bombardato il 3 settembre 1944, sotto di esso, fino a qualche decennio fa, si vedevano le lavandaie a mollo nell'acqua fredda per ore mentre le lenzuola stavano stese sul prato. L'acqua era limpida ma non poteva evitare l'artrite nemmeno alle giovani donne. Per quanto riguarda gli uomini: il Ronco era ed è caro ai pescatori. Sul ponte, annualmente, passava la corsa a cronometro chiamata Trofeo Tendicollo Universal, competizione ciclistica dalla partecipazione vivissima, nata sulla scia del campione Ercole Baldini. Ora vi passa la pista ciclabile che collega Forlì a Forlimpopoli. Oggi il Ronco (quartiere) è la frazione dell'Aeroporto. La vocazione alata fa sì che accanto sorga il polo aeronautico, composto dall'Istituto tecnico aeronautico, le Facoltà di ingegneria aerospaziale ed ingegneria meccanica dell'Università di Bologna e la scuola per controllore di volo dell'Enav. Non a caso, buona parte della zona ha nomi che riguardano la storia dell'aviazione, da Icaro in avanti. Vanta due parrocchie, due alberghi, parchi, esercizi e centri commerciali, scuole. Fino a pochi anni or sono, si affollava il cinema Alexander; chiusa nella primavera del 2007, l'ampia sala è stata smantellata e oggi vi si mangia la bruschetta. Annunciata tempo fa la creazione del parco fluviale del Ronco, progettato da Bagnolo a Meldola col particolare ecosistema dei meandri del fiume, si programmano escursioni e passeggiate sull'antico confine celtico. Pare decisamente improbabile, però, che sotto il ponte della via Emilia osino tornare gli stabilimenti balneari. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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