Sabato, 19 Giugno 2021
Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Santa Lucia e il “Mozart di Forlì”

In corso della Repubblica è sepolto un bambino speciale: Giuseppino Palmesiani. Riscopriamo il talento di un piccolo concittadino.

Si avvicina la festa di Santa Lucia ma quest’anno – si può immaginare – la parte profana non sarà vivace e luminosa come sempre. Nulla tuttavia impedisce, in sicurezza, di approfondire la conoscenza della chiesa in corso della Repubblica legata alla venerazione profonda e sentita che i forlivesi nutrono nei confronti della Martire siracusana protettrice anche della vista. In essa, l’occhio attento noterà una lapide dal contenuto misterioso. Si legge: “Qui giace la cara spoglia / del maceratese Giuseppino Palmesiani / quinquenne / che per sola facoltà di natura suonatore di armonica / prodigioso / inebbriò le città principali e le corti d’Italia / riportandone larghezza di lodi, di premi e di diplomi / Morto in Genova al 14 9mbre 1857 / col desiderio dell’universale / e colla indelebile mestizia / dei genitori e del avo / i quali affrettano coi voti il giorno fortunato / che al riso di quel angelo / eternamente li ricongiunga”. Siamo davanti a una storia straziante: un bimbo muore prestissimo e i familiari sperano di seguirlo presto all’altro mondo. Sopra al testo, si nota un blasone con una colomba su un monte che stringe nel becco un ramo di palma. La corona sovrastante è ricca di fioroni che presentano, nei simboli dell’araldica, una famiglia insigne. Oltre al dolore che, con discrezione, è scolpito nella pietra bianca e fredda, si scopre la virtù di un piccolo musicista. 

Il nome di Giuseppino Palmesiani forse è un “già sentito” specialmente da chi vive nel quartiere Musicisti (appunto), chiamandosi così una via obliqua che congiunge via Pistocchi con via Monari. Per i più, però, è un illustre sconosciuto. Certo, ha vissuto così poco che non gli ha consentito di imprimersi nella memoria dei suoi sbadati concittadini. E tra l’altro proprio forlivese non era, essendo lui e la sua famiglia di origini marchigiane, di una cittadina del maceratese che oggi si chiama Pollenza, per la precisione. Com’è tradizione da quelle parti la fabbricazione di strumenti musicali che possiamo riassumere nel nome “fisarmonica”, il bimbo avrà chiara tale identità nel sangue. Nato il 18 dicembre 1851, a due anni ebbe in dono un tamburello e dimostrò che musica e ritmo erano cose sue. A quattro anni ebbe in regalo una fisarmonica giocattolo a dieci voci, senza mezzi toni (un livello elementare, appunto, “per bambini”) ma grazie a quella Befana e grazie alla sua dote, seppe riprodurre qualsiasi suono sentisse. Ora, il prodigio era evidente, però per renderlo un Mozart mancava un passaggio: la composizione. Ebbene, iniziò a scrivere musica a un’età in cui in genere non si sanno scrivere le lettere del proprio nome. Per affari, il padre Antonio, la madre Elena e il nonno Pietro si trasferirono a Forlì. Fu qui che scoprì il suo talento speciale nella fisarmonica e ben presto fu portato al Teatro Comunale. Vi si esibì e tutti rimasero a bocca aperta, tanto che gli applausi erano così “romorosi” che “i tuoni non si sarebbero uditi”. In gran numero i curiosi assiepati, prova che la fame di musica e di teatro dei forlivesi è sempre stata ingente, e se si trattava di un vero e proprio fenomeno come il piccolo Mozart della fisarmonica ancora meglio. Fenomeno, appunto, da baraccone o virtuoso? I genitori, attenti e premurosi (e forse un po’ ambiziosi, come capita in queste circostanze), condussero il figlio a Bologna e lo fecero mettere alla prova da professori di chiara fama. Le testimonianze dicono che i non certo teneri accademici felsinei impallidivano e trasecolavano davanti alla sveltezze di esecuzione di Giuseppino, anche i più intransigenti consigliavano alla famiglia di spronarlo, e lo invitavano a farsi conoscere al mondo attraverso una serie di spettacoli.

Seguirono quindi concerti a Modena, Venezia, Padova, Vicenza, Verona, Como, Milano, Torino, Genova. Il piccolino, nei paludamenti del rigoroso musicista ottocentesco, sapeva stare sul palco e incantare il pubblico con il suo modestissimo strumento. Si sa pure che il più delle volte era accompagnato da chitarra mentre è difficile reperire partiture originali del bambino descritto come “vezzoso” per le sue abilità “per dono di natura”, dallo “sguardo intelligente, vivo e dolce”. 

L’Arciduca Massimiliano, Governatore di Milano, volle incontrarlo per assegnargli una borsa di studio pluriennale al Conservatorio di Milano anche se, in fin dei conti, era “straniero” (dello Stato Pontificio). Questa storia incredibile si spezza sul più bello: improvvisamente, Giuseppino, morì il 14 novembre 1857. Era a Genova, dove stava per essere iscritto al Conservatorio per seguire un corso di studi che, di norma, è frequentato da ragazzi ben più avanti con gli anni. La salma fu portata dai genitori a Forlì e venne tumulato nella chiesa di Santa Lucia, ov’è tuttora. Ecco, in questi giorni, prossimi a Santa Lucia e al suo compleanno, è giusto ricordare il talento di questo bambino che sapeva far cantare un’umile fisarmonica fino a incantare ascoltatori eruditi e semplici. 

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