Mercoledì, 16 Giugno 2021
Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Scipione il bastardo

Caterina Sforza “ha fatto anche cose buone”? La parola a un suo figliastro che non la mandò a dire alla Tigre di Forlì

In questi giorni viene rispolverata dai forlivesi la memoria di Caterina Sforza, donna dall’indole problematica ma indubbiamente significativa per la storia di Forlì e non solo. Il Foro di Livio un anno fa aveva proposto di dedicare alla Tigre lo spazio interno della rotonda di piazzale di Porta Ravaldino, con un manufatto artistico non tanto per commemorare una signora che ha causato non poche sofferenze ai forlivesi, ma per ribadire un’identità – quasi un monito – per una città che non si ama troppo. Centinaia di concittadini hanno sottoscritto quest’ipotesi, e si attende che sia presa sul serio da chi può farlo, con l’eventuale sostegno pure di chi scrive. Sono piovute anche critiche perché la Sforza sembra rimanere divisiva (come oggi ama dirsi) sebbene paiano fioche le argomentazioni che vogliono perpetuare il non-ricordo per questo significativo personaggio storico. Sperando che ci si accorga che è passato un po’ di tempo dal 1495, anno in cui Caterina si alienò pressoché in modo definitivo l’appoggio e la simpatia dei forlivesi, e ribadendo che Forlì, nel bene e nel male, da molti forestieri è ricordata come la terra di una donna siffatta. Come si suol dire per un altro personaggio di queste parti: avrà anche fatto cose buone?

Ora, si prenda in considerazione l’idea di avere come matrigna Caterina Sforza. Così accadde per Scipione Riario, figlio di Girolamo, il primo di lei marito, assassinato nel 1488. Si sa poco di lui ma emerge tra le pagine ingiallite della storia che fosse uno dei pochi che abbia saputo alzare la voce con la Tigre, non senza conseguenze, ovviamente. Non si sa il nome della madre, una romana che lo mise al mondo nel 1464. Era, dunque, coetaneo di Caterina e quando venne a Forlì al seguito della famiglia aveva vent’anni. Durante il breve colpo di Stato che gli uccise il padre nel 1488 venne arrestato dai congiurati e rinchiuso nella rocca di San Pietro, alla fine dell’attuale corso Mazzini. Con lui c’erano Caterina, la madre di lei: Lucrezia Landriani, balie, fratellastri, sorellastre e altri parenti acquisiti, tutti in uno spazio angusto e squallido. In breve tempo la vedova Riario, cioè Caterina, riprenderà le redini del potere e si farà conoscere nella sua veste più vendicativa, la cui punta dell’iceberg è rappresentata da ciò che è chiamato “il guasto degli Orsi”: un intero sontuoso isolato raso al suolo, famiglie esiliate, esecuzioni feroci e sommarie. Di Scipione, a quanto pare ben inserito, si sa poco. Vivrà a corte come gli altri figli legittimi senza che le cronache raccontino episodi particolari sul suo conto. 

Nell’agosto del 1495, Giacomo Feo, secondo (ma forse primo) amore di Caterina Sforza, resosi antipatico a tutti, venne ammazzato. Ci si era dimenticati, forse, del carattere irascibile della signora? Altra strage tremenda. Questa, però, non fu perdonata dai forlivesi. Se, infatti, nel 1488 era chiaro al popolo che si trattasse di questioni di potere, cioè uno scontro tra “vecchia gestione” e il poco limpido Riario, ora tanta violenza spropositata non viene capita. I congiurati avevano a cuore la tutela della Città, stesa a oggetto di capricci del ragazzotto di cui Caterina s’era sinceramente invaghita. La donna, ormai, non si fidava quasi di nessuno tanto da rinchiudere in galera Ottaviano, figlio susinone, e Scipione, che dimostrava un po’ più di carattere. Che colpa aveva Scipione il bastardo? Aveva aspramente rimproverato la Tigre per l’esagerazione della sua rappresaglia. Unica voce esplicitamente critica che le urlò addosso evidenziando il di lei errore madornale di prendersela indiscriminatamente con suoi fedeli amici, prese le difese pure del fratellastro: che colpa aveva, in effetti, l’imbelle Ottaviano, de iure Capo dello Stato? Insomma, per Scipione questa furia insensata le si sarebbe rivolta contro, cosa che peraltro fu (anche oggi – come detto – alcuni forlivesi storcono il naso quando si parla di Caterina Sforza). Caterina, anche qui, risultò esagerata: Scipione venne imprigionato nel fondo del torrione di Ravaldino con ceppi di ferro ai piedi per diciotto mesi, tanto da rimanere sciancato e consumato a vita. Fu quindi liberato ma mandato in esilio sotto la vigile custodia della Tigre. Così troviamo Scipione a Bologna, presso Giovanni Bentivoglio: costui non volle saperne e il povero bastardo andrà a Venezia. 

Ma Scipione, figura poco nota della storia forlivese, si dimostrò veramente un signore, preoccupato davvero delle sorti di Forlì e del suo Stato. Insomma, secondo lui – lui che aveva ben solidi motivi per avere dubbi sulla bontà dell’operato della signora – la Tigre meritava di essere difesa. Infatti tornerà a Ravaldino il 13 dicembre 1499 per aiutare generosamente la matrigna Caterina nell’assedio contro il poderoso esercito guidato da Cesare Borgia. Combatterà fino all’ultimo, nell’estremo gesto eroico e disperato di libertà che lo accomunò alla madre adottiva, e sarà fatto prigioniero. Non si sa molto altro: passerà il resto della vita a Bologna dove nel 1515 aveva sposato Camilla Guidalotti che gli darà tre figli: Paolo, Girolamo e Giovanni Francesco. 

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