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Venerdì, 9 Dicembre 2022
Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

Il Foro di Livio

“Scuole normali” nell’Ottocento forlivese

Nel 1842 suonava la campanella per appena 171 alunni delle elementari di Forlì, l’esperimento del “mutuo insegnamento”

“L’ignorante è il peggiore di tutti i poveri” sosteneva monsignor Carlo Morichini più o meno quando venne scritto un volume intitolato “Memorie storiche intorno ai forlivesi benemeriti dell’umanità e degli studj nella loro patria e sullo stato attuale degli stabilimenti di beneficenza e d’istruzione in Forlì”. L’autore, Sesto Matteucci, qui inserisce una sorta di fotografia scattata nel 1842 su quanto riportato nel titolo assai prolisso. In quell’anno, le scuole elementari in senso contemporaneo sono nate da poco e sono per pochi, la gestione è comunale e alle famiglie non costano nulla.

Nel 1812 era stato deciso che ogni Comune italiano si dotasse di scuole elementari per i fanciulli in numero proporzionato alla popolazione. Così Forlì fondò quattro “scuole normali”, una per ogni rione, nelle quali “s’insegnavano gratuitamente il leggere e lo scrivere, e le prime 4 operazioni d’aritmetica”. Non si trattava di scuola dell’obbligo né tanto meno di un’assoluta novità, dal momento che a Forlì c’è una tradizione scolastica che affonda le radici nel Quattrocento (si ricordi la vicenda del maestro Lombardino e della Madonna del Fuoco). Ora però ci si concentri sulla prima metà dell’Ottocento, quando “ogni giovanetto forlivese che vuol esservi ammesso deve munirsi del certificato parrocchiale di buona condotta, e farne istanza alla commissione dalla magistratura delegata a sovraintendere all’istruzione”. Era, questa, una scuola che durava “3 ore il mattino e 2 dopo il desinare”. E dimostrava – con termini che piacciono adesso – di essere in un certo senso inclusiva: “Non è fuor di proposito rammentare qui che quest’anno (1842) ricevettero l’istruzione normale 27 giovinetti dell’istituto San Francesco Regis e 56 zitelle dei conservatorj Sant’Anna ed esposte”. Cioè, a parte l’assoluta novità della presenza femminile, si fa menzione di istituti che accoglievano disagiati, poveri, orfani che così potevano accedere all’istruzione elementare. Per trascrivere qualche numero: alla scuola “Gotogni”, sempre nel 1842, c’erano 15 scolari. In quella “Ravaldino”, 28; alla “Schiavonia”, 65 e alla “San Pietro”, 63. In tutto, frequentavano in 171. Ai maestri veniva dato il medesimo assegno e spese a parte per la “spazzatura delle scuole”. Il numero di alunni, com’è evidente, è piuttosto ristretto e tra essi chi si scopriva più versato nello studio proseguiva tra i banchi del Ginnasio Cesarini Mazzoni, diretto ascendente dell’attuale Liceo Classico “Morgagni”, sorto già nel 1775.

L’autore, per argomentare la sua descrizione, ripercorre considerazioni tratte dalla “filosofia coll’ajuto della statistica”, secondo le quali, per riassumere, vale dire che la quantità di scolari è inversamente proporzionale a quella dei carcerati. Insomma, si asseriscono “queste grandi verità”: “In Inghilterra ove i poveri sono mantenuti da una imposta, questa essere sempre maggiore in quelle contee ove è minore l’istruzione”. Inoltre, “La popolazione delle carcere stare in ragione avversa della popolazione delle scuole”. E infine, “I distretti ove esistono buone scuole elementari dar poca briga alle corti criminali, e i prevenuti essere per lo più del novero di coloro che non sanno leggere”. A dar forza a quanto scritto, si cita Charles Dupin secondo il quale “quando il numero dei fanciulli alle scuole è cresciuto d’un terzo, è scemato d’un terzo il numero dei rei”.

Vi fu anche un esperimento invero poco duraturo di “istituto privato” con la cosiddetta “scuola di istruzione reciproca” nata grazie alle offerte di parecchi cittadini e curata, nell’organizzazione, dal dottor Carlo Cicognani, dal nobile signor Pietro Bofondi e dall’avvocato Giambattista Secreti. Per precisare il metodo di questa scuola, aperta per poco, tra il 1819 e il 1821, si aggiungono tali parole:
“Nel mutuo insegnamento, lo scolaro infingardo, negligente, incapace, non ottiene né avanzamento, né riguardi. Lo scolaro che sa, passa avanti a quello che non sa, e questi non potrebbe passare avanti a quello che non sa, perché non avrebbe nulla a insegnarli. Così gli alunni si avvezzano all’utile virtù di rendersi giustizia di per se stessi, di render giustizia agli altri, di non far calcolo che sul proprio merito per avanzare. Assuefatti ad impiegare tutti i momenti di tempo, l’ozio, padre di tutti i vizj, è loro insopportabile; quando crescono trovano agevolmente una professione, ed i tribunali non sentono mai parlare di loro”. “Mira principale” di questa scuola era “che i fanciulli imparino di buon’ora l’arte di leggere, scrivere, e conteggiare senza che i genitori incontrino veruna spesa” e “che apprendano di buon’ora a radicarsi nel cuore e nella mente i sentimenti di religione, ad ubbidire, ad invogliarsi al lavoro, ad assuefarsi per tempo all’attenzione, all’osservazione, all’analisi, ed all’ordine, onde crescendo di età maturino in essi il giudizio e la ragione”.

Tuttavia, l’autore lamenta in quel 1842 “di vedere la elementare istruzione ristretta ai soli uomini”. Infatti, “il non provvedere per la istruzione elementare della femmina è trascuratezza vergognosa, e da non comportarsi in città civile”.
 

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