Lunedì, 15 Luglio 2024
Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

"Con indicibile danno"

Il Seicento, un secolo "che fa acqua da tutte le parti": le piene e gli accorgimenti per evitare il peggio

Sigismondo Marchesi, all’interno della sua compilazione cronachistica, scriverà un “funesto racconto” di un fatto che accadde dalle 3 del 27 maggio 1636. Il Ronco e il Montone si gonfiarono fino a traboccare “da’ suoi argini” e “tutti due d’accordo” versarono le loro acque in special modo su Ravenna che ne uscì “in miserabilissimo stato”. Se è vero che il disastro per lo più colpì la città bizantina, lo storico (che comunque era un bambino quando questo accadde) aggiunge: "Il territorio forlivese non andò esente della sua parte, poiché non potendo gli argini del Montone più contenere l’orgoglio della corrente, che sempre più s’ingrossava, ruppe trà San Tomè e Branzolino, e inondò gran parte di quelle fertilissime pianure con indicibile danno". Non essendoci, allora, strumenti come gli odierni, è difficile stabilire quantitativi d'acqua o altri dati che fanno statistica, ma si registrarono parecchie volte manifestazioni simili e di ciò il Foro di Livio si è occupato nel 2019, quando vi fu una piena che passò tranquilla. 

Se non bastassero i riferimenti col presente, occorre ricordare che la grande pioggia in quel 1636 era iniziata poco meno di una settimana prima, nella forma più insistente, paurosa, gocce grosse. Infatti ben presto i fiumi s'ingrossarono fino a lambire il colmo mentre una violenta mareggiata impediva lo smaltimento della piena in mare. Si pensò di tagliare gli argini tra Forlì e Ravenna ma ciò venne ritenuto dannoso per le colture, pertanto la violenza dell'acqua si diresse indisturbata verso la costa: si videro i soccorsi intervenire su imbarcazioni fra case sommerse. Tutto sommato Forlì non ebbe danni ingenti nè morti tanto che funse da punto di accoglienza per gli sfollati, e anche quest'episodio contribuì ad attribuire alla Madonna del Fuoco il titolo di "Pluviarum Servatrix", cioè "salvatrice dalle piogge", "aiuto nelle alluvioni". Proprio in quel 1636, in autunno, si svolse la grande processione del "Fuoco trionfante", cioè la traslazione dell'Immagine della Patrona nella Cappella in Cattedrale.

C'è da dire che Forlì ha un rapporto di confidenza con le alluvioni, purtroppo eventi recenti lo hanno ricordato con prepotenza. E da questo tipo di calamità i forlivesi hanno imparato tanto. Cioè la città si è conformata secondo il fiume, ovviamente preesistente alla città stessa e quando non l'ha assecondato il fiume ha chiesto il conto. I romagnoli, però, particolarmente creativi e lungimiranti, hanno tentato di addomesticare le acque trasformando il pericolo in risorsa. Gli antenati, infatti, temevano i depositi: limo, sabbia, fanghiglia che si stratificano con apparente leggerezza ogni volta che si verifichi una tracimazione o la rottura di un'argine. In effetti, uno dei motivi per cui sappiamo poco della romana Forum Livi è perché le reliquie della città antica restano nascoste sotto diversi metri di sedimenti alluvionali. Le piene dei corsi d'acqua della contorta idrografia forlivese, con il loro capriccio e la loro irruenza hanno abraso tracce nitide della centuriazione, per esempio. E chiaramente ha sempre destato pensiero la trasformazione repentina da torrenti in fiumi in piena, colmi di acqua color nocciola, con rami e detriti dalle montagne. 

Se nel medioevo erano frequenti le esondazioni, gli amministratori della Forlì di mille anni fa pensarono bene di allontanare i pericoli di questo genere di calamità mutando il corso dei fiumi Rabbi e Montone fino a configurare quello attuale che, con una curva, accarezza la città senza penetrarla, rallentando altresì la sua corsa. Nel frattempo sfruttarono parte degli antichi alvei rendendoli canali e ottimizzandone la presenza grazie all'impianto dei mulini. I molinari di Forlì costituirono una compagnia influente con sede nella perduta chiesa di Sant'Antonio Nuovo in via Silvio Pellico, vicino al Molino Ripa, poco distante dall'unico tratto in cui il Canale di Ravaldino è ancora visibile in centro. Gli amministratori di novecento anni dopo, invece, con istanze ben altro che lungimiranti, ebbero l'idea di atterrare le mura anche nel tratto che correva su viale Salinatore in rinforzo dell'argine. Scelta infelice e irragionevole, vien da pensare che con tale ostacolo non si sarebbe costruito a ridosso del fiume e la città sarebbe stata ancor meglio difesa dalla piena.

Insomma, gli accorti governanti medievali pensarono a convogliare il maggior corso dell'acqua al di fuori delle mura, lasciando poi all'interno della città canali come fonte primaria di economia, utili pure per i lavatoi, per i maceri e per irrigare gli orti e le vigne che si estendevano all'interno della cerchia muraria. Così accadde, per esempio, per il tratto fluviale che attraversava Schiavonia, da via Battuti Verdi alla Trinità (non è chiarissimo, forse proseguiva per via Giovine Italia buttandosi poi sul Montone attuale) e che in seguito s'insabbiò diventando potenziale trappola per le piene: fu ridotto a canale (anzi, "chiavica") e il Ponte dei Morattini o dei Bogheri - termine affine a "boa" - vide sotto di lui un timido ruscello mentre fino ad allora era stato a quanto pare navigabile. Ancora nel Seicento (1601, per la precisione) venne presentato un progetto per un naviglio Forlì-Ravenna ma non se ne fece nulla. Insomma, pare che all'economia sia stata scelta la sicurezza con l'esito di esaltare la prima: un corso d'acqua di quel genere - o, ancor peggio, con l'alveo sporco di sedimenti - sarebbe stato esiziale in caso di piene o alluvioni.

Se il Seicento, come secolo, fece acqua da tutte le parti nel senso letterale, dal momento che era piuttosto frequente imbattersi in lunghi periodi di pioggia e riversamenti delle acque fluviali nei campi o tra le case, non cessò la ricerca di soluzioni. Per esempio la cura anche dei fossi più modesti. Nel libro "Casemurate" di Paola Bezzi, a tal proposito si legge di una "Congregazione dei Possidenti di Case Murate". Il 12 maggio 1682 alcuni signori forlivesi dal cognome importante (Galeazzo Numai, Girolamo Aleotti, Guglielmo Lambertelli, Bartolomeo Monsignani, Francesco Orsi, Dionigio Sauli, Francesco Hercolani) si radunarono in una seduta di tale sodalizio. Tra le responsabilità vi era la regolamentazione delle acque del territorio di Forlì. Secondo le norme del tempo, infatti, spettava ai proprietari la cura dei corsi d'acqua che insistevano sui rispettivi fondi. Era prescritto che i lavori si dovessero iniziare sempre dal luogo in cui il canale o la chiavica sfociava e quando si cominciava a mettere mano a un tratto principale si era obbligati a prendersi cura anche degli scoli secondari. Scoli che servivano pure a distribuire su tutto il territorio l'eccesso delle acque precipitate o strabordate dai fiumi, in modo da attutire il colpo in caso di alluvione. 

Così si era obbligati a pulire periodicamente le rive da alberi e frasche e il materiale tagliato restava di proprietà di chi aveva avviato i lavori salvo si fosse trattato di canapa o lino. Era inoltre proibito fare dighe, sbarramenti con canne o costruire senza permesso ponticelli o pedagne per far transitare bestiame sui fossi, bestiame che poteva solcare gli argini solo nei mesi estivi. Se qualcuno avesse voluto costruire un passaggio avrebbe dovuto chiedere alle autorità e, in caso affermativo, avrebbe dovuto svolgere il lavoro a regola d'arte, costruendo la volta proporzionata alla portata massima dello scolo per assicurare il regolare deflusso delle acque in piena. Insomma, piccoli accorgimenti anche di buon senso nel quotidiano per contribuire a rendere meno estrema l'irruenza dei fiumi forlivesi. 

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