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Martedì, 27 Settembre 2022
Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Ultimi anni in convento

Il 31 agosto 1784 si inizia a demolire la chiesa di San Francesco Grande che dal Duecento occupava l’attuale piazza delle Erbe. Poi venne Napoleone e completò l’opera

Inutile cercare planimetrie o immagini. Tra l’altro la “chiesa nuova” è ancora più misteriosa di quella vecchia. Talora definita dai frati stessi – forse perché ancora incompiuta, sicuramente perché era di dimensione inferiori rispetto alla vecchia – “chiesuola”, si tratta degli ultimi anni di vita del convento di San Francesco Grande in Forlì. Tra documenti d’archivio si può però tentare di rammendare questa vicenda amara. Rispetto alla sua lunga storia, dell’importante convento francescano non c’è molto nella sezione “congregazioni soppresse” dell’Archivio di Stato, forse perché documenti finirono altrove, o forse perché bruciarono nel caminetto. Rimangono solo alcune carte riferite per lo più all’ultima parte della vita del convento. 

Il punto di non ritorno pare esser stato il 17 luglio 1781 quando un terremoto tremendo, forse il più violento tra i numerosi che hanno interessato Forlì, danneggiò in modo importante quella che forse era la chiesa più bella di Forlì. Occorre precisare che Forlì non ha mai tenuto particolarmente alle “cose vecchie”, appena ha potuto le ha “rinnovate” spesso con risultati discutibili. Basti pensare che nessuno, nemmeno involontariamente, ha mai rappresentato graficamente San Francesco Grande, nemmeno sullo sfondo, e mentre si procedeva alla sua veloce distruzione non si sono ascoltati pianti di disperazione. È una città vezzosa che, nel corso dei secoli, ha rimaneggiato più volte e con più stili i propri edifici maggiormente rappresentativi, con una disinvoltura che altrove farebbe impallidire. Anche San Francesco Grande aveva perso da tempo la sua identità antica, gotica, per lasciarsi andare a gusti più contemporanei, pure in senso buono – per carità – come la cappella Lombardini, costruita quale “addizione” nel Cinquecento. Le lesioni del terremoto facilitarono, quindi, la smania di rinnovamento anche dello storico edificio. I preventivi per il recupero (non solo della chiesa e del convento, ma anche delle varie possessioni di campagna) erano proibitivi per i frati. 

Il 31 agosto 1784, dunque, era un martedì quando “incominciò a demolirsi la chiesa vecchia”. Non si sa altro fino al 26 ottobre, “festa del Beato Bonaventura”, quando viene registrato che “si diede principio allo scavo de fondamenti per la costruzione della chiesa nuova”. La posa della prima pietra “fondamentale”, però, è segnata al 7 novembre, “da monsignor Mercuriale Prati patrizio forlivese prima monaco vallombrosano poi vescovo di Forlì”. La cerimonia fu preparata “solennemente”, con “concorso di molto popolo, all’ora 11 circa in giorno di domenica”. Viene poi precisato: “Nella suddetta pietra, qual era formata a guisa di scatola, si posero varie reliquie di SS. Martiri, un pezzetto di cilicio di San Francesco, si pose una medaglia rappresentante la B. V. del Fuoco, ed un’altra medaglia, coll’effigie del Padre S. Francesco e del B. Bonaventura da Potenza”. 

Altro non si sa fino al 15 gennaio 1785, quando s’iniziò la pietosa operazione dello spostamento delle sepolture, da qui per almeno cinque anni sono verbalizzati solo fatti di questo tipo che permettono comunque al curioso di immaginarsi il luogo scomparso. In quel giorno d’inverno, infatti, “furono riposte nella sepoltura esistente nel chiostro nell’ala che dalla Portaria conduce alla nuova chiesuola segnata de Pectinibus, le ceneri del Savorelli, e segnatamente una cassa, nella quale esiste il cadavere del fu Ettore Savorelli, il quale morì nel dicembre del 1783, e fu sepolto nella sepoltura di sua casa, egli fu uomo insigne per molti. Per regola il suddetto cadavere è in una cassa, al di sotto la testa una lapide coll’iscrizione: Cadavere del fu Ettore Savorelli”. E ancora: “17 marzo 1785: furono riposte nella sepoltura esistente nel chiostro nell’ala che dalla Portaria conduce alla nuova chiesuola segnata de Pectinibus le ceneri dei Brandolini, e segnatamente nella quale esistono le ceneri del fu Conte Broglia Brandolini, ultimo di suddetta casa. E la soprascritta cassa fu posta sopra quella che contiene il cadavere del fu dottor Savorelli”. 

Sono indicazioni importanti perché consentivano ai familiari di sapere, in seguito ai tanti lavori in corso, dove si trovassero i resti mortali dei propri defunti. Così si indica dove fu riposta “una piccola cassa nella quale esistono le ceneri di un figliuolino del Signor Francesco Becci” e un altro “del Sig. Francesco Grandi”. S’intuisce, quindi, una serie di sepolture nel chiostro, alcune già presenti e riadattate per il trasferimento delle ossa che erano state sepolte nella “chiesa vecchia”. C’era la tomba “de Pectinibus”, a quanto pare molto accogliente, vicina a quella dei Berlati. Visto che poi si continua pur sempre a morire, il chiostro funzionava anche come cimitero del presente. Il 21 maggio 1786, infatti, “nella sopra scritta sepoltura Berlati” fu collocata “una cassa nella quale trovasi il cadavere del fu Signor Pellegrino Becci che finì di vivere la sera delli 19 maggio all’ora tre e mezzo”. 

Si cita pure una sepoltura “dell’Amadori”, e una “posta nell’ala del chiostro che dalla Portaria conduce alla chiesa, posta verso la porta cui salivasi in pulpito nella vecchia chiesa, segnato, come sembra, per il Foschi”. Sembra che la “chiesa nova” fosse terminata se il 7 aprile 1788, “nel fondo del coro” venne collocata “una cassa di legno” con il corpo di Padre Cardoni. Un mese più tardi seguì la medesima sorte la terziaria professa suor Nunzia “che morì in concetto di santa”. Sempre nello stesso luogo, a gennaio 1789 venne sepolto pure Padre Baronio “bolognese figlio di questo convento”. Ancora nella “chiesa nova”, nel mese di aprile del 1790, venne tumulata “Antonia, serva del Signor Ercolano Spinelli”: “nel presbiterio, dalla parte della sagrestia, tra li due pilastri vicino alla cassa della suor Nunziata, ambedue terziarie nostre professe morte ambedue in concetto buono”. In questo periodo, dunque, era officiata la “chiesa nova” e pare che non fosse un semplice rifacimento della “vecchia”, che comunque occupava buona parte di piazza delle Erbe. 

 Al di là di disastrosi terremoti, salta però fuori una carta che dichiara che la volontà di demolire la “fabbrica vecchia” era già da tempo nei pensieri dei frati. Infatti, la prima “opera impiegata” allo scopo porta la data del 29 agosto 1763. Si fa il conto delle spese e per capire di cosa si rimanda a un “manuale” che quasi certamente è andato perduto. Segue un fitto calendario di date, prezzi e contributi da parte di gentiluomini locali. Però non possono non essere citati i nomi dei manovali che parlano in questi documenti: c’era mastro Franceschino di Imola che si occupava di smantellare “muraglie” coordinando una sua squadra composta da Berto, Matteo, Balugano, Brunetto, il Cesare, Fanello e Baracoccola. La squadra aveva veri e propri turni, quindi talvolta compare il nome di Giacomo, Antonio Fiore, Giuseppone, o ancora “Quello da Meldola”. Nei lavori più impegnativi si aggiungevano “contadini”, “ragazzi” e “servitori”. Mancando più precisi riferimenti non si sa esattamente cosa avessero in mente di demolire, però si capisce che furono atterrati muri, il tutto si protrasse per almeno un mese. 

Oltre ai muratori, in un’altra nota spesa coeva esce allo scoperto il “bianchino” che imbiancò il “dormitorio superiore”, si parla di “vetrajo” e di “vetrate rimesse”, il “fabbro” che deve rifar le chiavi e si chiedono alla “Fornace Reggiani” nuovi mattoni. Lavori di conservazione o di distruzione? Tra le poche carte conservate vi si legge un susseguirsi di fatture: centinaia di scudi e di baiocchi che escono ed entrano per fare e disfare il tempio. Fino al terribile 30 agosto 1784, in cui venne scritto: “facevo li patti con li capimastri per la demolizione della chiesa vecchia e costruzione della nuova”. E dall’indomani, successe quel che successe.

Una delle vittime dell'occupazione francese fu il grande convento: segna, infatti, come ultimo anno di vita il 1797, fu quindi soppresso. La ricostruzione e tutti i lavori in cui i frati avevano investito terminarono qui, con la trasformazione della chiesa in stalla per la cavalleria e le opere d'arte migreranno altrove.
Potrebbe dunque venire un lieve prurito: se Napoleone non fosse nemmeno nato, San Francesco Grande oggi esisterebbe? Probabilmente non “grande” come lo era prima del terremoto e forse si sarebbe comunque conservato ben poco dello splendore originario qualora la squadra di Franceschino avesse usato il piccone con troppa foga. Resta il fatto che lo Stato di allora, dopo aver spogliato e requisito quanto era rimasto, cacciato a malo modo i frati, cancellato seicento anni di storia forlivese dissacrando il luogo, se ne disfece mettendolo all’asta. Fu acquistato da un concittadino che, davanti al chiesone offeso, vide tanti mattoni da vendere e smontò tutto: era il 15 settembre 1815. Qualche decennio dopo, su quell’area venne edificato il Foro Annonario (o “Mercato coperto”), recuperando le poche strutture rimaste del convento. 

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