Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Un forlivese al rogo

Il canonico Francesco Maldenti nel 1489 morì arso in Campo de' Fiori

Le temperature di questi giorni sono piuttosto elevate. Patì un caldo ben peggiore un forlivese del Quattrocento, Francesco Maldenti, che finì arso in Campo de' Fiori, celebre luogo di Roma dove si eseguivano le condanne a morte. Chi era e cosa fece per meritarsi una fine simile? Il cognome lo riconduce all'aristocrazia di Forlì, quella le cui case merlate fanno mostra di sé nell'omonima via: Maldenti, appunto. Francesco intraprese ben presto la carriera ecclesiastica: si sa che il 20 agosto 1474 sarà eletto canonico della cattedrale forlivese facendo già parte della curia romana. Nonostante l'alto profilo, il curriculum ragguardevole, si farà notare per una non eccessiva limpidezza. Pino III Ordelaffi sa della sua intemperanza, della sua scarsa disciplina, ma lascia fare. In effetti, il peggio lo combinerà qualche anno più tardi. Dieci anni dopo c'è ancora traccia del suo nome tra i “supplicanti” di Innocenzo VIII: voleva a tutti i costi confermare una cappellania a San Mercuriale, perciò scomodò il Papa: l'incarico, in effetti, valeva 24 fiorini all'anno. 

Insomma, cadde nella tentazione di diventare un rabazziere, trafficando e falsificando bolle pontificie in combutta con uno scrittore apostolico: don Domenico Gentili da Viterbo. Tali “bolle” - s'intenda – riguardavano per lo più minuzie o vicende del quotidiano (titoli, prerogative, affari anche d'amore). Un po' sensale, un po' falsario, fu comunque catturato dall'occhio vigile della giustizia. Il forlivese e il viterbese furono imprigionati in Castel Sant'Angelo il 6 settembre 1489 ove confessarono di aver messo mano in modo illecito ad almeno cinquanta documenti pontifici, abusando del loro importante ufficio. I due, stando alla testimonianza del cerimoniere Giovanni Burcardo, avrebbero praticamente “sbianchettato” e riscritto secondo loro interessi atti firmati dal Papa. Il tutto sarebbe continuato per un paio d'anni. Cambiavano più volte i timbri secondo la necessità, usavano diversi inchiostri indelebili con una perizia maliziosa che, nel suo essere scandalosa, può far sorridere se fa venire in mente la coppia Totò e Peppino. Per questi traffici ottenevano anche duemila ducati a servizio. 
E sarebbero andati avanti, quei due, se un misterioso ambasciatore orientale non si fosse accorto della contraffazione. Costui aveva supplicato il Pontefice di consentire a una giovane monaca (di cui si era innamorato un amico) di tornare allo stato laicale in quanto incantevole e degna di essere sposa (dell'amico). I due furbi falsari caddero in questo pasticcio e vennero incatenati e processati. A nulla valsero i tentativi di evitare il peggio: la condanna a morte fu comminata il 18 ottobre 1489. 

Il giorno dopo, i due ricevettero la sentenza definitiva: vennero degradati e consegnati al tribunale secolare. Dopo la messa, raggiunsero su un carro Campo de' Fiori ove, “presso l'angolo della scalinata e della Taverna detta Vacca” era stato predisposto il luogo del supplizio “a forma di capanna” con al centro una colonna di legno circondata da fascine ammucchiate. In cima alla colonna erano state fissate due funi. Sotto le funi c'erano due sgabelli e intorno alla struttura si vedevano copiose cataste di tronchi. I due rei vennero spogliati, fatti sedere su sgabelli con una fune al collo e legati con catene a una colonna. Vennero accese le fascine e il fuoco divampò senza fatica. Furono subito tolti gli sgabelli e i due morirono impiccati tra le fiamme. Il fuoco perdurò fino alla mattina successiva lasciando solo ossa bruciate. Quindi, nel vespro del 20 settembre, i resti furono pietosamente raccolti e posti in un sacco portato più tardi in processione fino alla sepoltura in una chiesa romana. 

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