Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Verdi è morto, viva Verdi!

A Forlì manca un teatro dell'opera dal 1944 nonostante la lunga storia di successi. Il 7 febbraio 1901, il marchese Albicini elogiò Verdi da poco defunto, evocando il Risorgimento

Il 27 gennaio 1901 era morto Giuseppe Verdi. Il 7 febbraio di quello stesso anno, nel Teatro Comunale di Forlì fu invitato Alessandro Albicini a pronunciare parole commemorative per il compositore le cui opere (in particolare: Rigoletto, la Traviata e il Trovatore) sono quelle che hanno registrato più rappresentazioni nella lunga storia interrotta del Teatro Comunale di Forlì. Il marchese, noto anche per i suoi incarichi romani come deputato e senatore del Regno, oltre ad esser stato giurista, pubblicista e letterato, si rivolse al pubblico precisando che “non è una commemorazione”. Infatti: “A noi pareva ch'Ei non dovesse morire. Ci eravamo, vorrei dire, adagiati nella desiosa illusione che la vita di Giuseppe Verdi fosse immortale come la sua gloria”. 

Il linguaggio sale ancor più di registro quando prosegue a parlare del “gloriosissimo vecchio, cui la solerte fantasia d'amore, lusingata dal vigor resistente e dalla gioconda bontà, fingea l'eterna gioventù dei numi”. E, inutile dirlo, non potrà dirsi “disfatto quel cuore de' cui palpiti palpiteranno per sempre i migliori cuori del mondo”. Proprio per questo e altri motivi qui omessi: “Verdi non è morto, chè se la legge fisica può togliere di parte in parte al globo la luce solare, non può al mondo delle anime venir meno giammai il lume d'amore”. Pare di sentire ancora emozionarsi i reduci garibaldini quando il marchese declamerà che la sua arte “libera ed espande la serena ed ardente anima italiana, incomparabile nella varietà delle sue espressioni, de' suoi atteggiamenti, delle sue energie”.

Insomma, questo lutto dà proprio l'occasione – e si perdoni il gioco di parole – di rinverdire lo slancio risorgimentale cui moltissimi forlivesi avevano aderito con entusiasmo decenni prima. Parlare del compositore emiliano è parlare anche della Nazione: “Influenze di tempi o di scuole non gli alterarono la genialità, né la personalità singolare che egli poté rendere via via più bella e più grande, nulla a se stesso togliendo, nulla di sé rinnegando, e vestirla di più splendida veste, della quale fogge e colori restarono sempre essenzialmente italiani, originalmente suoi; e noi non sentimmo mai tanto la nostra patria come quando seguimmo il volo delle sue note”. E ancora, l'artista “sereno e dignitoso”, “fu il genio di una gente, della nostra”. Infatti, “il suo spirito di profeta e di protettore fu presente ad ogni epica manifestazione di patriotismo, e la sua musa civile a fianco del genio dei tempi, dando ai compressi aneliti il vigore del canto, corse il bel paese intristito dalle secolari catene”. 

L'epitaffio concluderà con un triplice “Viva Verdi”: “gridavano i nostri padri, e tal grido prorompeva dalle folle deliranti, od errava tenue come un sospiro di bocca in bocca quasi a scambievole affermazione della comune fede, dell'ansia comune... Oggi può e deve essere il grido che ribenedice e glorifica col suono più dolce la più bella, la più eroica pagina della nostra istoria... può e deve essere a noi stessi un invito, uno stimolo ad onorare il grande nel modo che gli è più grato e degno, ad elevarci nell'alte sfere dell'ideale che fu il culto della sua vita gloriosa, la meta della sua arte divina”. Giusto per comprendere come la musica fosse al centro degli interessi e delle polemiche della vita sociale cittadina, si nota che nella stampa di quegli anni si dà spazio e rilievo alla critica degli spettacoli (non certo sempre bonaria come quella odierna) o a chi proponesse qualcosa per la vita culturale della città. 

In occasione del centenario della nascita di Giuseppe Verdi,  il musicista, direttore, compositore forlivese Archimede Montanelli prese la penna scrivendo al “Pensiero Romagnolo” del 24 agosto 1913. Infatti, Forlì aveva festeggiato Wagner (anch'egli nato nel 1813) ma per Verdi si parlava solo di “probabili” festeggiamenti. Un aggettivo che aveva fatto saltare i nervi al maestro di musica di Mussolini: “Parlare di probabilità quando si tratta di onorare Giuseppe Verdi è tale cosa da stupirne, poiché nella città nostra, se la memoria non mi berteggia, le sue opere suscitarono mai sempre generale e vivissimo entusiasmo”. Così Montanelli esordisce, facendo leva anche sullo “spirito risorgimentale” e su Verdi come “filantropo e patriotta ardente”, la cui “tempra adamantina e ribelle” commosse i romagnoli. Così poi il Maestro continua ad arringare: “Libero, questo popolo ha il dovere della gratitudine; ed i forlivesi consci della memoranda lotta seminata di tante vittime umane, non verranno a meno a questo dovere verso l’illustre tribuno”.

Per suo conto, Montanelli assicura: “offro modestamente l’obolo e l’opera mia quale che sia”. Alla fin fine la spunterà: e al Teatro Comunale sarà allestito l'Otello, dramma lirico verdiano di derivazione scespiriana. La prima fu mercoledì sera 19 novembre. Tra le voci principali ci furono Renato Fraschini (Otello), Edoardo Faticanti (Jago), Isora Rinolfi (Desdemona). La bacchetta del direttore era affidata ad Alceo Toni mentre a capo del coro c'era Cesare Martuzzi. Montanelli ne sarà entusiasta: “Davvero la città nostra deve andare orgogliosa di cooperare in questa corrente affascinante di progresso artistico che dirozza ed eleva il senso morale del popolo”. Se la prima fu ben accolta “la seconda rappresentazione fu un crescendo di entusiastiche acclamazioni per tutti gli esecutori”. Tra essi, Montanelli loda il “giovanissimo M° Toni”, lughese, classe 1884: “i giovani hanno sempre in serbo un patrimonio d'invidiabile energia”. Le scene risultarono “addirittura splendide” mentre plauso va pure “all'impresa solerte Ricci – Albertarelli”. L'esecuzione “accuratissima” ebbe effettivamente successo: fu replicata anche il 29 e il 30 novembre, e ancora dal 3 all'8 dicembre. Ora, purtroppo, i teatri restano chiusi e Forlì non vede il suo teatro con palchi e stucchi dal 1944. Che sia il caso di rispolverare Verdi?

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

Attendere un istante: stiamo caricando i commenti degli utenti...

Commenti

Torna su
ForlìToday è in caricamento