Il Foro di Livio

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Zambianchi dei due mondi

Callimaco: un nome che faceva quasi paura. Il forlivese del Risorgimento cui la storia ha dato il ruolo della "pecora nera". E se invece...?

L'8 maggio 1860 scatta la "diversione" Zambianchi. Con questo nome si indica una strategia ordita da un forlivese - Callimaco Zambianchi - che, sbarcato a Talamone al comando di 224 volontari, percorse la sua strada in accordo con Garibaldi e in parallelo ai Mille. S'inoltrò così nella Maremma con l'obiettivo di entrare nello Stato Pontificio. Passò da Scansano, da Pitigliano dove sostò quattro giorni, raggiunse Orvieto e qui venne contrastato dai gendarmi pontifici. Mazzini non riponeva alcuna fiducia nella "colonna Zambianchi" e in particolare sul capo che avrebbe potuto compromettere, con le sue intemperanze, le delicate trattative del momento ottenendo come risultato lo spegnimento di ogni insurrezione. Fu costretto alla ritirata ma Cavour, preoccupato che la testa calda irritasse la Francia, ne ordinò l'arresto. Si concluse in circa dieci giorni la vicenda di un uomo dal carattere difficile e brutale. Che cosa voleva fare il forlivese tra la Maremma e la Tuscia? Il suo obiettivo era puntare verso l'Abruzzo, in modo da distrarre le milizie borboniche che avrebbero sguarnito così la Sicilia per lasciare campo libero a Garibaldi e ai Mille. Sarebbe morto due anni dopo in Argentina dove visse in seguito alla scarcerazione e la promessa di 20 mila lire che Cavour gli offerse per togliere il disturbo e andarsene dall'Italia. Come in un giallo fu data la notizia falsa ch'era morto nel piroscafo in mezzo all'Oceano; raggiunse però eccome il Nuovo Mondo ove si spense il 13 febbraio 1862. Là gli fu riconosciuta pubblicamente l'opera meritoria come ingegnere militare in quanto era stato assunto come colonnello del Genio dall'esercito di quel Paese contribuendo dunque, dopo l'Unità d'Italia, pure all'Indipendenza dell'Argentina.

Quindi perché Callimaco Zambianchi non è assurto al titolo di "eroe dei due mondi"? In città si sarebbe subito aperta la questione del personaggio più controverso del Risorgimento di stampo forlivese. Estremo, non amava scendere a compromessi e si era macchiato certo di eccessi. Eppure sapeva parlare più lingue, fu sodale di Garibaldi e Ugo Bassi, e cadde nel turbine di un periodo storico esplosivo mettendoci del suo. La storiografia è pressoché univoca nell'attribuirgli una condotta a dir poco discutibile e nefandezze varie, tanto che uno dei suoi soprannomi fu "ammazzapreti". È poi dipinto come incapace, impulsivo, uno da tenere alla larga. Se intervenne Cavour per far star buono un garibaldino significa che doveva essere davvero ingombrante. Ora, per mettere a fuoco lo "scannatore di preti e di monache" può essere utile ascoltare anche una campana che suona un rintocco diverso. Venne alla luce a Forlì il 30 dicembre 1811, Callimaco Zambianchi era il secondogenito di Antonio e Gesualda Veneri. Prima di lui era nato il fratello Eugenio, quindi Ulisse, Soffia (sì, con due effe) e Telemaco. Ed è proprio un discendente di Ulisse, Roberto Gennarelli, che prova a lanciare un salvagente all'avo Callimaco, travolto dai marosi della pessima fama. "Quel che ho trovato nelle varie fonti - così dice - è sicuramente il racconto di un personaggio che impone di schierarsi: ha vissuto solo cinquant'anni ma ne ha fatte tante, e tante sinceramente degne di essere raccontate". Che dire, per esempio, della volta in cui il forlivese sputò in faccia a Victor Hugo? La sua relazione documentata pertanto va in controtendenza rispetto alla storiografia più rodata; qui di seguito, dunque, si attingerà più che altro da tale fonte. Lungi dall'apologetica, non si tratta di uno stinco di santo, e a tutti gli effetti la sua testa era calda, ma la complessità del personaggio chiede di essere ascoltata. 

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La famiglia d'origine, di estrazione borghese e legata al commercio, risiedeva in Borgo Ravaldino ed era cresciuta nelle speranze della rivoluzione francese. Dal padre giacobino, il piccolo Callimaco sembra apprendere velocemente: già a quattordici anni lo troviamo condannato per l'innesco di un incendio al cospetto della colonna della Madonna del Fuoco mediante dei petardi costruiti dall'adolescente terribile, posizionati sull'inferriata in modo da esplodere quando i fedeli si fossero avvicinati al monumento. In realtà non vi furono danni, solo tanto spavento. Seguì la detenzione "con frumentone sotto i ginocchi ed un pezzo di canna alla bocca" come dirà egli stesso. Più tardi, Callimaco sarebbe stato mandato a Bologna a studiare ingegneria ma ciò contribuì ad accrescere il fuoco politico del giovane che troviamo in Francia nel 1832 e l'anno successivo è a Parigi perché intendeva difendere l'onore degli italiani, onore offeso da Victor Hugo che, con un testo teatrale, era riuscito a provocare il risentimento dei cisalpini. Come lo difese? Recandosi a teatro e sputando in faccia all'Autore. Ne sarebbe seguito, secondo l'etichetta di allora, un duello. Nel 1843 è in Sudamerica: in Uruguay si stava combattendo una guerra civile e l'irrequieto forlivese volle dare il suo contributo. Qui, a Montevideo, conobbe Garibaldi che lo promosse Ufficiale della Legione. Dopo un breve periodo di detenzione uruguagia, Zambianchi seguì Garibaldi tornando in Italia, e a Forlì fu arruolato nella Guardia Civica come responsabile di una colonna mobile contro il brigantaggio, ma ormai era arrivato il '48 e lo troviamo impegnato su più fronti. A Bologna, per esempio, nell'estate di quell'anno proverbiale, a Callimaco Zambianchi sono conferiti i pieni poteri per perseguire e arrestare i malfattori per conto del Governo provvisorio. Poco più di un mese dopo, per altre vicende, sarebbe stato arrestato e imprigionato a Civita Castellana: sarà poi assolto nel gennaio del 1849 ma il forlivese, in cella, non c'era già più, aveva raggiunto Roma, nell'avventura della Repubblica romana cui prese parte attiva come capo di una colonna del corpo dei Finanzieri. Sempre a Roma, in quella primavera di guerra del '49, si sarebbero consumati gli episodi che consegneranno Zambianchi all'infamia: l'esecuzione sommaria di preti e religiosi, fatti di cui si prese la colpa ma per i quali non sarebbe mai stato condannato. Ciò manifesta una crudeltà gratuita o servono ulteriori indagini? Dopo un periodo londinese che gli diede quattro figli, fu di nuovo in Sudamerica nel 1858, in Argentina fondò "Unione e Benevolenza", il primo sodalizio italiano di mutuo soccorso, destinato all'aiuto fisico e morale degli esuli o emigrati italiani, quindi incitò gli stessi a tornare in Italia per combattere per la causa dell'unità. Si trasferì dunque di nuovo in Italia, in Liguria, mentre il tempo dei Mille era ormai dietro l'angolo. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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