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Lunedì, 17 Gennaio 2022
La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

L'editore Roberto Mugavero: "Vi racconto l’attaccamento del Papa a "Sangue romagnolo""

Roberto Mugavero, fondatore e direttore della casa editrice Minerva, ama tutto della Romagna

Lo raggiungo al telefono nella casa di Cesenatico ove trascorre qualche giorno, sta leggendo un manoscritto per valutarne la eventuale pubblicazione. Roberto Mugavero, fondatore e direttore della casa editrice Minerva, il resto dell’anno lo passa in ufficio a Bologna o freneticamente in viaggio per incontri, contatti, presentazioni, in tutta Italia. I titoli del momento, tra gli oltre cento pubblicati nel 2021 da Minerva, sono due: la raccolta dei testi delle canzoni di Mogol spiegati dallo storico partner di Lucio Battisti e la biografia del pilota Kimi Raikkonen, entrambi ascesi alla top ten dei libri più venduti in Italia nei rispettivi settori. Prima di intervistare Roberto mi auto denuncio ai lettori di questa rubrica: ho pubblicato libri con Minerva e per me lui è un amico. Peraltro, sono in numerosa compagnia: ho confidenza con parecchi scrittori pubblicati da Minerva, il giudizio su di lui è unanime: passione, correttezza, rispetto dell’etica, disponibilità h24, abitudine all’autoironia. Poi, se volete credermi, tra autori e editore c’è sempre un po' di lotta: i punti di vista talvolta son diversi, e, di regola, gli editori sono considerati dagli autori di braccio un po' corto.

Carte in tavola: cosa c’entri tu, bolognese, con la Romagna?
Ci passo parte della vita, con la mia famiglia; per noi vacanza e fine settimana, quando è possibile, si chiamano Cesenatico. Quando sono qua inforco la bici e scorrazzo lungo la costa o sulle colline cesenati e riminesi. Da bambino mi mandavano d’estate alla colonia dell’Enpas, a Zadina, quella dei dipendenti statali. A Minerbio, dove abitavo, stavo benissimo, ma si diceva che i bambini dovessero prendere aria di mare: le famiglie che non potevano permettersi vacanze sentivano il dovere di spedire i figli. In colonia si respirava una certa aria di caserma, che io conoscevo perché mio padre era maresciallo dei Carabinieri, ma poi si facevano grandi amicizie. Frequentavo bambini romagnoli i cui nomi mi apparivano strani: Primo, Sesto, Nullo, Widmer, scelti dai genitori in osservanza delle tradizioni contadine e della tendenza laica a non attribuire nomi di santi. Quando ho potuto permettermelo ho comprato casa qui. La colonia dell’Enpas era stata progettata negli anni Sessanta dal grande architetto Paolo Portoghesi, che poi ho conosciuto bene: ho pubblicato due suoi libri.

Cosa ti piace della Romagna?
Tutto. La gente, la gastronomia, l’intraprendenza, la natura, la cultura. Ho pubblicato libri di romagnoli come Italo Cucci, Alberto e Giancarlo Mazzuca, Luciano Foglietta, Tonino Guerra, Vittorio Emiliani, Marino Bartoletti, Dino Amadori. Ho collaborato con tante istituzioni, ultima in ordine di tempo il Liceo delle ceramiche di Faenza, scuola frequentata da Laura Pausini. Una delle caratteristiche dei romagnoli che ammiro è il sentirsi una cosa unica, da Faenza fino al mare e alle colline. Conosci la biografia e la famiglia di Secondo Casadei, cui io stesso sono legato: certamente ricordi che il Maestro scrisse la canzone “Romagna capitale”, descrivendo, negli anni Sessanta, in anticipo sui tempi, quella idea di sistema Romagna che, ultimamente, sta decollando. La quadra si trova, qui alla fine si converge, pur in mezzo a discussioni appassionate. Tu stesso hai ricordato in un libro che nel piccolo cimitero di Predappio riposano, a pochi metri di distanza, due Presidenti del Consiglio di idee e biografie diversissime come Benito Mussolini e il democristiano Adone Zoli. E che il secondo si adoperò perché i resti del primo fossero restituiti alla famiglia.

Che prospettive vedi per la nostra terra?
Ha potenzialità enormi, so di dire cose risapute. Vogliamo pensare a qualcosa di innovativo? Potrebbe nascere qui una scuola delle biodiversità, come esistono altrove: la Romagna si presta come poche altre aree, qui c’è il terreno sabbioso ma anche quello roccioso, diversa è la stessa aria che si respira da un luogo all’altro. Ma il romagnolo è inventivo e industrioso, non ha bisogno di consigli, tantomeno dei miei: basta che si affidi a talento e istinto, che da queste parti abbonadano.

Il mondo dei libri ha futuro?
Si, ne sono certo. Minerva, ad esempio, pubblica cento titoli all’anno, scelti dopo una accurata selezione. Nel nostro ambiente, alla lunga, paga la qualità. Si apre un rapporto di fiducia con le librerie, con i distributori, con il pubblico. E, nonostante le difficoltà, il settore è in crescita, sostenuta anche dagli acquisti on line. Quando compri un libro lo vuoi tenere in casa, regalare. Impaginazione, contenuti, grafica, devono essere eccellenti. Sai quanta importanza Minerva attribuisce alle fotografie. Costituiscono un patrimonio per chi possiede un libro, rimarranno. Quelle contenute nella memoria di un telefono non hanno lo stesso fascino. È una delle ragioni per le quali gli e book non sfondano: noi li realizziamo ma la gente preferisce il libro tradizionale.

Molte piccole e medie case editrici chiedono contributi agli autori, spesso sotto forma di acquisto di copie…
Capisco chi lo fa, c’è una logica ed una esigenza. Ma noi no, preferiamo scommettere sugli autori. Talvolta va bene, altre meno, è il mestiere. Svolgiamo un accurato lavoro di selezione, talvolta consigliamo gli autori. Pubblicare un libro che circolerà solo tra i conoscenti e poco oltre è aspirazione legittima ma noi non la incoraggiamo. Lavoriamo molto sulle presentazioni, contano moltissimo per diffondere i libri, costituiscono occasione di dialogo tra autori e lettori che fa parte della emozione che offre la lettura. Sotto questo profilo la pandemia ha creato enormi difficoltà, alcuni nostri titoli sono in attesa di uscire da tempo per questo motivo. 

I tuoi figli più grandi, Guido e Martina, lavorano con te. Il terzo, Leonardo, sceglierà cosa fare.
Lavorare con i figli è un privilegio e una responsabilità. Ma il nostro, se ci metti tanto impegno e ti sai accontentare nei guadagni, è un mondo meraviglioso. Siamo in contatto ogni giorno con la circolazione delle idee, con menti brillanti, con iniziative stimolanti. Confrontarsi con gli autori è impegnativo, chi pubblica con noi ha spesso raggiunto traguardi professionali, ma quasi sempre si diventa amici. Non credo che avrei potuto aspirare a una vita migliore di quella che ho, anche se la maggiore fortuna è stata conoscere mia moglie Renata. Se i miei figli potranno, o vorranno, continuare a vivere in questo mondo sarò contento. Certo, è un lavoro senza ferie, senza domeniche, senza paracadute…

Cambiamo argomento. Hai rischiato d’essere il candidato sindaco di Bologna per il centro destra, qualche mese fa. L’hai scampata bella…
È stata una sorpresa, ho letto il titolo del Carlino con il mio nome prima che qualcuno mi proponesse la candidatura. Evidentemente, in qualche sede se n’era parlato. Inizialmente sono rimasto sconcertato, poi ho sentito l’appoggio di tanti bolognesi. Un pensiero ce l’ho fatto, pensando di poter essere utile alla città, anche se la preoccupazione per la continuità della Minerva era preponderante. Mi chiedevo anche se disponessi delle qualità che servono al sindaco di una città meravigliosa come Bologna. Ciascuno di noi deve guardarsi dentro: dobbiamo aver coraggio, ma anche consapevolezza di limiti e difficoltà. E poi a me non entusiasma schierarmi contro qualcuno.

In seguito, cos’è successo.
Sono rimasto in ballo fino alla fine, assieme a Fabio Battistini, che poi è stato il candidato ufficiale, e ad Andrea Cangini, ex direttore del Carlino, mio amico e apprezzato autore di Minerva.  Però mi sono sentito più sostenuto dalla gente che dai politici. Non voglio fare del qualunquismo, ma il rapporto con loro non è mai facile, pretendono il controllo totale della situazione. Non c’è da stupirsi: la politica è potere, anche nel senso migliore della parola, e presuppone controllo. La cosa è sfumata, Renata è stata la prima a tirare un sospirone, io il secondo. Ma ringrazio comunque chi ha pensato a me.

In chiusura, raccontaci quel che ti è capitato la settimana prima di Natale.
Sono stato ammesso, in Vaticano, per un breve saluto, assieme ad altre persone, a Papa Francesco. Una grande emozione. Sono andato assieme a mio figlio Leonardo. Non sapevo cosa portare per un simbolico omaggio, come si usa fare: sono un editore, ho portato il nostro libro sui portici di Bologna, che sono Patrimonio dell’umanità e la cui storia ha a che fare con l’anima cristiana della città. L’ho donato al Papa. Lui, con la consueta gentilezza, ha ringraziato, Leonardo ed io eravamo raggianti…

Poi..
Nello zainetto avevo una copia di “Cuore”, il capolavoro di Edmondo De Amicis che abbiamo riproposto nella edizione originale. Timidamente, l’ho mostrata a Papa Francesco. Lui, osservando il libro, ha cambiato espressione, ha spiegato ai presenti che suo padre, in Argentina, leggeva “Cuore” ad alta voce a lui e ai suoi fratelli, quando erano bambini. Ha aggiunto che si commuoveva ogni qual volta rileggeva, da ragazzo, il racconto “Sangue romagnolo”, contenuto nel libro. Nei giorni successivi, il Pontefice è tornato sul suo legame con quel libro e quel racconto in una intervista. Ho provato una emozione indicibile: sono stato testimone, per certi versi causa, di un episodio che mai dimenticherò. L’attaccamento del Papa a “Sangue romagnolo” credo non dispiacerà i romagnoli, ai quali, cogliendo l’occasione di questa intervista, porgo calorosi auguri per un eccellente 2022.

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