La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

Quanto ballano i romagnoli: nei fienili e nei circoli politici, l’indiavolata versione delle danze mitteleuropee

Da noi il ballo, a cominciare da quel “liscio” esportato ovunque, è popolare più che altrove per ragioni che vanno oltre la festa e affondano le radici in epoche di formazione della nostra società

Sociologi e psicologi prevedono che dopo la pandemia ci si dedicherà intensamente ad attività inclusive come il ballo. Una rubrica che si occupa di Romagna non può trascurare la questione: da noi il ballo, a cominciare da quel “liscio” esportato ovunque, è popolare più che altrove per ragioni che vanno oltre la festa e affondano le radici in epoche di formazione della nostra società. Ballare era un tempo abitudine soprattutto dei ceti privilegiati, cioè di una percentuale molto ridotta della popolazione. Proviamo, telegraficamente, a dirci perché qui divenne costume diffuso e quanto abbia inciso nel modo d’essere di tutti. Aspettando che il mondo dell’intrattenimento possa finalmente tornare a respirare.

Arbitrariamente, per ragioni narrative, fisso una data di riferimento anche se nelle campagne romagnole si ballava anche in precedenza, per celebrare fidanzamenti e matrimoni, alla fine della falciatura o della mietitura, nelle stalle d’inverno, nelle aie d’estate. La data è il 1873, quando a Rimini viene inaugurato il Kursaal, elegante edificio in stile neoclassico che comprende stabilimento balneare, biblioteca e, frequentatissimi, sala per il gioco d’azzardo e salone da ballo. Sorge a due passi dal mare, il Grand Hotel che sarà edificato a inizio Novecento lo fiancheggerà. Il turismo di massa è al tempo inconcepibile, Il Kursaal è frequentato da gente molto provvista di quattrini e tempo libero; si tratta dell’alta borghesia romagnola e di  turisti, familiari di facoltosi commercianti, di latifondisti e industriali. Gente abituata a sperimentare le mode più intriganti. Tra esse i nuovi balli di coppia in auge nelle città mitteleuropee: il valzer viennese, la polka boema, la mazurka polacca. Il ballo di coppia, piacevole sport di contatto che va sostituendo i distanziati balli di gruppo, è novità deliziosa, destinata a rivoluzionare le dinamiche della seduzione e dei rapporti interpersonali.

Non sorprende che prenda piede rapidamente dalle nostre parti: i possidenti romagnoli se ne infatuano, se ne passano parola, ne organizzano sessioni all’interno delle dimore di città e di campagna. Sono proprietari terrieri, attorno a loro si muovono masse di contadini analfabeti che vivono, senza possedere nulla, faticando dall’alba al tramonto. La musica che esce dalle case dei signori, suonata da orchestrine fornite di violino e contrabbasso, affascina quei rurali adusi ad una vita priva di riscatto, astretta in una claustrofobica stanzialità. Per spiegarmi la metto così: fino agli anni cinquanta del novecento sarebbe stato possibile incontrare contadini di poderi situati a cavallo della via Emilia, dunque non  montanari del Carnaio o della Campigna, che avevano trascorso l’intera esistenza senza mai vedere il mare che distava non più di trenta chilometri. Ne ho certezza per aver a suo tempo intervistato i loro figli. Immaginate quanto fosse ridotto il loro orizzonte settant’anni prima!

A offrire una svolta e a presentarsi in campagna è Carlo Brighi, detto “Zaclen”, anatroccolo, gran violinista di Savignano e, circostanza non ininfluente, acceso socialista rivoluzionario, nato a metà dell’ottocento. Quei ritmi vibrano dentro di lui: li velocizza grazie al clarinetto in do rendendoli attrazione irresistibile per un popolo che accelera istintivamente i passi di quella danza e la fa propria. Nasce il ballo strusciato, detto così per il particolare movimento dei piedi sul terreno. Nelle spianate di campagna, nei cameroni disadorni, nei fienili, nei circoli socialisti e repubblicani, nelle stanze delle società operaie di mutuo soccorso, l’indiavolata versione romagnola dei balli mitteleuropei, rilanciata da orchestrine frettolosamente attrezzate, rimescola allegria, sudore, fascino di donne che possiedono un solo vestito ma sono bellissime, contatti complici, esibizioni impudenti di virilità, scazzottate originate dal vino e dagli occhi orgogliosi di quelle ragazze. Il tutto impreziosito dalla sensazione che tutto, o almeno qualcosa, sia possibile anche ai  poveri.

E se nei circoli politici la festa conclude riunioni nelle quali si grida il diritto a eguaglianza e giustizia, anche nelle timorate Casse Rurali, sorte a inizio novecento nelle canoniche per contrastare l’usura e concedere credito a chi non ne ottiene da altre banche, la Domenica pomeriggio un’orchestrina allieta il giorno dedicato al Signore. E’ una rivoluzione del costume: farà si che il ballo si trasferisca nella memoria popolare e nei codici genetici familiari, che costituisca per ogni giovane carta per presentarsi al prossimo. La vibrazione è partita dalla fascia adriatica, non a caso i due profeti del ballo romagnolo, “Zaclen” e, anni dopo, Secondo Casadei, sono cresciuti a due passi dal mare. Casadei, figlio d’un sarto di Sant’Angelo di Gatteo, sarà artefice d’innovazioni decisive dando abbrivio nazionale a quella nascente cultura. Casadei ha diciassette anni quando nel 1924, componente dell’orchestra di Emilio Brighi, il figlio di “Zaclen”, s’esibisce con il suo violino nel primo concerto importante a Villafranca di Forlì. Di lì in poi sarà un crescendo di idee, d’intuizioni come quelle di introdurre  negli anni trenta nella orchestra Casadei strumenti utilizzati dai musicisti americani, il benjo, il sax contralto, la batteria che ancor oggi i musicisti chiamano in dialetto “e jazz” e quella di aggiungere alla musica la canzone: la più celebre “Romagna mia”, del 1954, sarà diffusa in ogni continente.

Non c’è qui spazio per ricordare adeguatamente la straordinaria figura del Maestro Casadei, e neppure quella del nipote Raoul, il terzo architetto in ordine di tempo della musica romagnola dopo Brighi e Secondo. Devo invece accennare al fatto che il ballo accompagnò  anche la trasformazione sociale degli anni cinquanta e sessanta del novecento: cresceva improvvisamente un inusitato benessere, la possibilità di muoversi era centuplicata dalla diffusione delle auto, barriere sociali venivano divelte dalla scolarizzazione. Nelle balere sorte come funghi e nelle quali i generi musicali lievitavano grazie a una nuova generazione di  strumentisti  romagnoli in grado di passare in un attimo dal liscio al rock, al melodico o a qualsiasi altro filone, finalmente s’incontravano figlie di medici e contadini, operaie dei poltronifici, camionisti, infermiere, studenti, rappresentanti di commercio e tanti altri che non s’erano mai frequentati, uniti da un nuovo sentire, fatto di abitudini, gusti, voglia di condividere e stare assieme.

Alle conquiste del periodo, di cui il ballo fu complice, s’aggiunse l’indipendenza femminile. Tante signore spiegano come in quegli anni l’andare a ballare rappresentò per loro, ragazze, la opportunità, tollerata dalle famiglie, di allargare la sfera delle conoscenze e delle relazioni in una società che nei loro confronti era protettiva fino a essere soffocante. Qualcuna utilizza il termine repressiva. Quelle già adulte trovarono l’opportunità di uscire da sole o con le amiche, senza l’obbligo di un cavaliere. Poiché non vorrei passare per nemico della coppia, non lo sono di alcun tipo di coppia, trasmetto l’esperienza che feci qualche anno fa scrivendo un libro sulla “Bussola”, aperta nel 1963 da due orchestrali di Secondo Casadei, Nevis Bazzocchi e Fernando Asioli, quest’ultimo successivamente aprì un altro frequentatissimo dancing, “La Porta d’oro”. Appresi che un numero esorbitante di coppie s’era formato in quegli anni nei locali romagnoli di terra, mare e collina, senza più lasciarsi. Riflettei su quante granitiche famiglie, quelle che scopriamo oggi sui social arricchite da nipoti già grandicelli, siano sorte per uno sguardo, un abbraccio tentatore, una nota dolce, un impulso erotico. Grazie a quel gran ruffiano del ballo. Anche per questo, andate a ballare: darete una mano a un settore che ha offerto lavoro a tantissime persone e ripercorrete la vostra storia familiare. E se i luoghi della musica sono ancora chiusi, questa Domenica allenatevi facendo un ballo in cortile, tanto tutto cominciò nelle aie…

Infine sappiate che il Kursaal non c’è più. Nei primi anni del secondo dopoguerra l’amministrazione comunale riminese non  trovò di meglio che raderlo al suolo. Per ragioni ideologiche, qualcuno ipotizzò, travestite da urbanistiche. Fatto sta che di quel fantasmagorico ambiente s’ è persa traccia. Ma forse non del tutto la memoria. Buona Domenica, alla prossima.

Si parla di

Quanto ballano i romagnoli: nei fienili e nei circoli politici, l’indiavolata versione delle danze mitteleuropee

ForlìToday è in caricamento