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Martedì, 21 Maggio 2024
La domenica del villaggio

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

I protagonisti: Giuseppe Gambi e la Bcc figlia della grande storia delle Casse Rurali

Le Banche di Credito Cooperativo affondano le proprie radici in epoche in cui insopportabili distanze economico-sociali consentivano a pochi privilegiati cospicue rendite e condannavano  moltissimi altri a condizioni miserrime

Le Banche di Credito Cooperativo affondano le proprie radici in epoche in cui insopportabili distanze economico-sociali consentivano a pochi privilegiati cospicue rendite e condannavano  moltissimi altri a condizioni miserrime. Al tramonto dell’Ottocento la Romagna divenne, di conseguenza, teatro di forti tensioni sociali guidate dai movimenti socialisti e repubblicani.   Le cooperative e le società di mutuo soccorso costituivano luoghi d’incontro, lotta e speranza. Si aspirava a un mondo migliore e a condizioni di vita accettabili. I cattolici, invece, stazionavano tra casa e  sacrestia: dopo la presa di Porta Pia del 1870 erano rimasti fuori dall’agone politico e sociale in sdegnata risposta all’abbattimento dello Stato Pontificio. Un errore di atteggiamento cui pose rimedio, nel 1891, Papa Leone XIII con l’Enciclica “Rerum Novarum”, che chiamò i credenti a partecipare alla vita delle comunità.

Le prime iniziative furono le Casse Rurali, minuscoli istituti di credito organizzati da sacerdoti che si battevano contro povertà e usura, allocati in popolose campagne in cui si lavorava senza essere proprietari di nulla, neppure di una vanga. Si trattò d’una formidabile novità, sospinta dal vento della solidarietà e della fiducia nel prossimo dei pochi che avevano qualche risorsa da mettere a disposizione. Nessun altro Istituto avrebbe concesso credito a un contadino nullatenente. Le Rurali si diffusero rapidamente, in Romagna nel primo Novecento se ne arrivò a contare quasi un centinaio. Favorirono la proprietà contadina, furono osteggiate dal fascismo, crebbero di dimensioni nel secondo dopoguerra. Si aprirono a vasti mondi produttivi con l’avvento del benessere diffuso e misero piede nelle città.

Nel 1995 divennero BCC e affrontarono la ruvida competizione tra istituti bancari cercando di rimanere nella metà campo in cui si pratica il localismo più della finanza. Nel nuovo millennio regole europee e condizioni di mercato hanno suggerito, talvolta obbligato, concentrazioni e fusioni tra BCC: alcune viaggiavano con il vento in poppa, altre rischiavano di spegnere il proprio motore. La più robusta e di maggiore prospettiva è oggi quella Ravennate Forlivese Imolese, nata dalla esperienza faentina-lughese che ha assorbito realtà imolesi e, nel 2017, forlivesi. Una banca che ha oggi filiali dal mare alla montagna.

La presiede Giuseppe Gambi, manager con decisive esperienze nella cooperazione e nel controllo di gestione. E’ uomo cordiale e diretto, abituato al confronto interpersonale e assembleare, cresciuto a quella scuola di confine tra impresa e cristianesimo sociale che a Faenza ha storicamente generato personalità di spicco, facendo della città Manfreda laboratorio del cattolicesimo politico. E’ riservato, persegue un profilo basso, rilasciare interviste non è di certo la sua occupazione preferita. Guida un Consiglio di Amministrazione composto da donne e uomini di professionalità rilevanti, in rappresentanza dei territori di provenienza. L’ho incontrato Giovedì scorso, nel suo ufficio.


Presidente, da dove viene?
Dall’associazionismo cattolico, mi insegnò che occorre mettere il proprio tempo al servizio della comunità. Ho avuto la fortuna di operare all’interno di mondi che si riconoscono in tale visione della vita e della società. Ho potuto non fare distinzione tra quel che so fare e la missione degli ambienti in cui ho operato ed opero. Sono stato direttore di finanza, amministrazione e controllo di Agri Intesa, presiedo collegi sindacali di grandi società.

Ci dà qualche numero della Banca?
Il prodotto bancario lordo annuale è vicino ai dieci miliardi di Euro, il patrimonio societario è di 500 milioni. Abbiamo 36000 soci, 73 filiali, nei nostri uffici lavorano 660 persone. Contiamo circa 150.000 clienti, una parte dei quali, ovviamente, sono soci. Guardiamo al futuro con fiducia, certi di poter essere utili alla gente di Romagna. La cosa ci trasmette soddisfazione ma anche  responsabilità.

 Un autentico colosso dell’economia locale. Rimane qualcosa delle antiche rurali?
Oserei dire tutto, soprattutto lo spirito con cui le Rurali furono costituite. Per noi che siamo figli di quelle esperienze il territorio non cresce con parametri dettati esclusivamente dal business, ma garantendo solidarietà. Nessuno di buona volontà deve rimanere indietro, qualsiasi siano le sue condizioni. Un principio che viene dai nostri statuti e che mai abbiamo modificato. Il nostro modello è quello, non è che allargando l’influenza territoriale abbiamo cambiato missione...

Localismo e vicinanza permangono?
Assolutamente si, costituiscono obbiettivo fondamentale della nostra strategia. Va detto, tuttavia, che siamo anche imprese che devono far quadrare il conto economico. Una banca che non rispetti i propri conti non può durare e non può essere utile alla propria gente. Rischia, anzi, di fare gravi danni.

In Romagna ci sono ormai borghi senza una filiale bancaria, senza bancomat. E’ una ritirata strategica del sistema?
Certo, possiamo chiamarla così. Ed è dettata da motivi esclusivamente economici. Noi, invece, continuiamo a esserci, seppur con crescente fatica. Ma vogliamo continuare ad esserci.

Dopo anni di cambiamenti, esiste una dimensione ottimale per una BCC?
E’ quella che consente di rimanere effettivamente vicino alle persone. Quando eravamo piccole banche era scontato, ma lo è anche adesso, nella pratica. Se sei organizzato bene ce la fai anche se sei grande, anzi disponi di maggiori opportunità da mettere a disposizione. Devi lavorare sulla tua organizzazione, per noi è una priorità. Sia dal punto di vista degli uffici che della rappresentanza. Per questo disponiamo di comitati locali radicati nel territorio.

La dottrina sociale della Chiesa era un tempo la vostra bussola. Adesso è una guida o un freno?
Una guida sicura. Ci mostra, ad esempio, il nostro limite umano, la nostra  inadeguatezza ad avere o a dare risposte assolute. Non possiamo pensare di fare tutto singolarmente; invece se stiamo assieme, se lavoriamo all’interno di una comunità, abbiamo grande forza. Le teorie culturali sulla onnipotenza della persona hanno progressivamente mostrato i propri limiti. Pensi solo alla drammatica esperienza del Covid, a quanto bisogno della comunità tutti abbiamo avuto in quei frangenti. O ai disastri creati dalla recente alluvione.

Molti si sono fatti l’idea che la banca, qualsiasi banca, la si guidi dall’Europa. E’ davvero così? 
E’ vero che in Europa si pongono limiti e indirizzi alla attività bancaria, anche per evitare comportamenti distorti ed errori che potrebbero generare situazioni delicate e disastri gestionali che danneggerebbero lo sviluppo economico di tutti. Abbiamo purtroppo avuto esempi di situazioni del genere, in Italia e anche in Romagna. Ma è anche vero che in casa tua, all’interno di ogni singola banca, fatti salvi i ragionamenti che dicevo, politiche e indirizzi le scegli tu.

La competizione tra Istituti, le regole stringenti, consentono ancora rapporti umani produttivi?
Assolutamente si, ma dipende dalle persone, da come è fatto ciascuno di noi. Se vuoi trovare, far nascere, coltivare, rapporti profondi e costruttivi, all’interno di una banca lo puoi fare meglio che in altri ambiti. Chi opera in banca può contribuire a far nascere e a difendere progetti economici e sociali, il miglior modo per costruire rapporti autentici, solidi e di fiducia.

Cosa pensa della questione extra profitti bancari e delle decisioni del Governo.
Dal punto di vista puramente tecnico, l’imposta sui cosiddetti extra profitti bancari è una fesseria. Se, invece, provo a leggere nell’iniziativa del Governo Meloni quello che voleva essere, forse, l’obbiettivo di fondo,  cioè quello che le banche facciano la loro parte in un momento difficile del Paese, la metto così: le banche faranno la loro parte anche stavolta, come hanno sempre fatto. 

Arriviamo alla nostra terra martoriata da un cataclisma epocale. Riusciremo a venirne fuori?
Si. I danni economici e morali sono stati enormi ma ne usciremo grazie allo spirito della nostra gente che è fortissimo. Però diciamolo con chiarezza: serve assolutamente l’aiuto dello Stato. I territori da soli non ce la possono fare. Non s’era mai vista una emergenza tanto vasta e drammatica, se le comunità locali dovessero far da sole servirebbero decenni per ricostruire e compensare in qualche modo i danni subiti da famiglie e imprese, intanto molto andrebbe perduto. Serve lo Stato, com’è avvenuto nel caso di calamità del genere, se mai ve n’è stata una altrettanto grave.

In una emergenza di questo tipo cosa può e non può fare una banca locale?
Una BCC non solo può, deve, mettere in atto tutti gli strumenti disponibili per aiutare persone e imprese. E’ quel che stiamo facendo. Abbiamo creato linee di finanziamento ad hoc per la ripartenza, fino a cinquanta mila euro per famiglia. E per le imprese prestiti agevolati. In entrambi i casi dietro auto certificazione del danno effettivamente subito. Con procedure rapidissime, in questo caso la celerità è fondamentale.

In chiusura: la pubblicità che dice che siete banche differenti è veritiera? 
Svolgiamo attività in loco, con l’obbiettivo di servire persone e imprese, sotto forma cooperativa e con il mirino puntato su solidarietà e condivisione. Investiamo solo qui, promuoviamo il benessere sociale, culturale e la partecipazione. Fa tutta la differenza del mondo.

Ringrazio il Presidente Giuseppe Gambi e i lettori. Buona domenica, alla prossima.
 

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