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La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

Spinti in alto dal duro lavoro e dalla cultura contadina: la Romagna della prima generazione post-rurale

Moltissimi romagnoli hanno origini contadine. Nei loro ricordi è impresso il duro lavoro delle generazioni precedenti, l’atmosfera di un mondo che in parte non c’è più. 

Moltissimi romagnoli hanno origini contadine. Nei loro ricordi è impresso il duro lavoro delle generazioni precedenti, l’atmosfera di un mondo che in parte non c’è più. 

La storia lo conferma. Se volgiamo lo sguardo ai primi anni del Nocecento, scopriamo che l’organizzazione delle città romagnole è a cerchi concentrici: nel primo cerchio, quello della piazza principale e delle strade che la raggiungono, abitano i benestanti. Si tratta di professionisti,  di qualche imprenditore, soprattutto di proprietari terrieri che abitano palazzi importanti. Il secondo cerchio è quello dei commercianti e degli artigiani, le cui abitazioni sono a una certa distanza dalla piazza. Nel terzo cerchio troviamo gli operai e i meno abbienti. Le città finiscono alle mura: appena fuori, a perdita d’occhio, fino al mare e alle montagne, è campagna. Coloro che la animano costituiscono la larga maggioranza della popolazione.  Anche se già esistono importanti insediamenti industriali, oltre il sessanta per cento del reddito è generato in campagna, seppur ripartito in parti tutt’altro che eguali: i proprietari della terra sono ricchi e tendono a diventarlo sempre di più, chi la lavora è spesso ai limiti della indigenza.

Non era mai stata facile, per secoli, la vita contadina, non lo divenne neppure nel secondo dopo guerra, quando l’economia volse al bello, le barriere sociali implosero e i più giovani, grazie anche alle mille balere romagnole, scambiarono esperienze e  incrociarono destini. Molti di loro abbandonarono la campagna, per sempre.

Si viveva ancora, in campagna, in modo stanziale: ho conosciuto famiglie nelle quali gli anziani, fino agli anni cinquanta del novecento, non avevano mai visto il mare pur risiedendo in poderi contigui alla via Emilia. Il senso di precarietà era acuito dalla brutale pratica dell’escomio, prevista dal contratto di mezzadria. Il proprietario poteva allontanare famiglie che lavoravano il podere e abitavano la casa e sostituirle con altre. Persone della mia generazione descrivono il desolato esodo, vissuto da bambino, su un camioncino che portava qualche vestito, un materasso, un utensile, alla ricerca di un altro podere ove vivere  e lavorare.

Ma era, quella rurale, società densa di valori distintivi: il rispetto per il vicino, il pudore dei sentimenti, l’equilibrio, la curiosità per i fenomeni naturali e sociali, le passioni politiche, l’accettazione del sole e delle intemperie, la fiducia nel giorno successivo. Valori che impregnano il modo di vivere e pensare dei romagnoli, codificati nel dna da generazioni anche se molti non saprebbero dire con esattezza dove originino. 

Quello rurale non è mondo troppo lontano nel tempo. Mi è capitato d’intervistare romagnoli d’eccellenza in campi diversi, uniti dall’avere avuto genitori che lavoravano in campagna.  

Penso al matematico Massimo Cicognani, presidente del Campus di Cesena, alla guida del comparto maggiormente orientato alla innovazione tecnologica del sistema universitario romagnolo. A Danilo Rossi, prima viola solista del Teatro alla Scala di Milano, concertista di fama internazionale.  Quando, diciannovenne, tornò dall’avere conseguito, al Conservatorio di Bologna, il diploma con il voto più alto mai raggiunto da uno studente in quello strumento, suo padre, che da poco aveva lasciato il podere per aprire con la moglie un negozietto alimentare, lo premiò suggerendogli di prendere dalla dispensa una gazzosa. Penso a Lorenzo Tersi, top manager nella progettazione organizzativa e finanziaria di aziende agroalimentari, che vive a Roma con la moglie, l’attrice Cecilia Dazzi, donna di travolgenti intelligenza e simpatia, e che con lei e i loro ragazzini trascorre ogni giorno libero nella casa dei genitori, nella collina cesenate.

A Giancarlo Petrini, direttore del Credito Cooperativo Romagnolo, il cui padre, dalle colline che non offrivano più reddito dovette partire per fare il minatore in Belgio e tornare, dopo anni, come altri, in precarie condizioni fisiche. A Frate Alessandro Caspoli, a lungo direttore di quell’Antoniano di Bologna che a noi ricorda il concorso canoro e mago Zurlì ma che è soprattutto esempio unico di recupero umano e professionale di persone prive di sostentamento. A Pier Lorenzo Rossi, direttore regionale della potente Confcooperative, che, per non lasciare il ridotto podere collinare del padre, non si è mai spostato di lì e ogni giorno s’alza all’alba per raggiungere l’ufficio a Bologna. Sono straordinarie le esperienze di Alberto Zaccheroni, che ha girato il mondo insegnando calcio e buona educazione, allenando Milan, Inter, Juve e nazionale giapponese, mantenendo la cordialità del padre, e quelle di Ivano Marescotti, attore tra i più grandi e versatili, orgoglioso e divertito delle proprie origini. E, credetemi, fa una certa impressione ascoltare Luca Panzavolta, leader di Conad Italia, uomo che opera acquisizioni di gruppi commerciali internazionali, quando confida che nella casa mezzadrile della famiglia non c’era vasca da bagno e quindi ci si lavava a turno nella tinozza collocata nei pressi della stalla; oppure apprendere, dall’ex Ministro del lavoro Giuliano Poletti, che in casa non c’era acqua corrente e che lui era incaricato, la mattina prima d’andare a scuola, di andare ad attingerla al pozzo. 

Persone, lo ripeto, di prima generazione post rurale, espressione orribile ma che spero renda l’idea. In ciascuno di loro la cultura contadina ha inciso nel mantenersi a terra nonostante il vento favorevole li abbia spinti in alto, e nel pensare che il talento è nulla senza fortuna e che, dunque, la fortuna non va fatta pesare a chi ne ha avuta meno. E’, del resto, la cultura contadina, contagiosa  accattivante. Gian Carlo Barocci, storico leader degli albergatori di Cesenatico, figlio d’un sensale di campagna, mi ha più volte spiegato: “non abbiamo il mare delle Maldive, i turisti s’innamorano di quel che siamo, del nostro pensare, mangiare, sorridere, goderci la vita, rispettare. Speriamo che duri così!”. 

Mi rendo conto che non ho proposto esempi femminili. Rimedierò una prossima domenica. Forse ho ancora in testa la rigida separazione della mia generazione: fino alla terza media le classi erano distinte per sesso, così andavano le cose. E, infatti, passai l’intera prima liceo in sognante, catatonica, contemplazione delle mie compagne, sordo al sapere che i prof andavano diffondendo. Vi racconterò donne che della intraprendenza contadina sono interpreti mirabili in ruoli diversi. 

Mi porto avanti con un avvertimento: se state osservando una negoziante, un’infermiera, una commercialista, un’operaia, un’insegnante, una giornalista, un’ingegnere, una sindaca, una barista o una cassiera, e  ne state ammirando la postura tenace, il volto che pare scavato dal vento, l’espressione di chi farà esattamente quel che le pare, statene certi: sua nonna era contadina. E regolatevi, il vostro destino si compirà con modalità stabilite dalla nipote della contadina.

Buona domenica, alla prossima. 

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