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Domenica, 4 Dicembre 2022
La domenica del villaggio

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

I Maestri, il teologo Franco Appi: “Ecco cosa sappiamo di Dio”

Don Franco Appi, che incontriamo questa domenica, vive nel dubbio e spazia, da esploratore ostinato, tra religione, storia, economia e politica e accetta qualsiasi pensiero  dissidente

Ci sono preti e preti. Alcuni, una minoranza, s’atteggiano a possessori d’un sapere iniziatico non accessibile a noi poveri di spirito e fanno tornare alla mente le parole che Balzac mise in bocca al Colonello Chabert: “i preti vestono di nero per il lutto delle promesse non mantenute su religione e giustizia”. Molti altri entrano, invece, meritoriamente nella vita di tanti, credenti o no. Ebbi, intervistando don Oreste Benzi, la sensazione di conoscere un uomo umile, gentile, spiritoso, ma dotato di qualcosa di trascendente, di inspiegabile razionalmente. Amici mi confidarono d’aver avuto, di fronte a lui, identica percezione. Spesso incontriamo preti che sono veri pastori, propensi a farsi  in quattro per il prossimo.

Tra essi annovero don Mauro Petrini, parroco di Meldola (il mio paese) per trentasette anni, oggi a Bertinoro. Fu prete in Germania tra gli immigrati prima di tornare a Meldola e conquistare l’affetto di tutti. Durante il primo, oscuro, lockdown, ci ritrovavamo a camminare in solitaria sulla verde collina di Scardavilla. Ogni giorno andava dagli anziani che non si sentiva di abbandonare, rischiando la malattia da cui era terrorizzato. Ma la sua vera angoscia era la chiesa vuota, si chiedeva se la gente sarebbe tornata a Messa: non avrebbe retto a una tale circostanza, la chiesa vuota per un vero prete è inaccettabile.

Don Franco Appi, che incontriamo questa domenica, vive nel dubbio e spazia, da esploratore ostinato, tra religione, storia, economia e politica e accetta qualsiasi pensiero  dissidente. E’un battutista incallito, un uomo buono che non s’è mai annoiato un minuto in vita sua. E’ l’attuale direttore-corsivista del settimanale cattolico “Il Momento”, è stato a lungo docente di Teologia morale presso la Facoltà teologica della Emilia Romagna. Ha diretto la Scuola di formazione sociale e politica della Diocesi forlivese, é stato Vicario episcopale. Presso la Santa Sede, è tutt’ora Assistente nazionale per quel mondo rurale che gli sta tanto a cuore. Però non ha mai abbandonato le minuscole parrocchie di Rocca delle Caminate e di Ravaldino in Monte,  che guida e dove abitualmente dice Messa. Chiese che conoscono, oltre ai pochi residenti, probabilmente solo i camminatori e i pedalatori di collina. Eppure lui c’è sempre, quella è la sua gente.

Lo conobbi in circostanze che credo lui non ricordi. Anni Ottanta, ero direttore della Confcommercio forlivese, avevo cominciato a farlo prima dei trent’anni. La Diocesi aveva chiesto un incontro nella nostra sede per parlare di Dottrina sociale. Wainer Vitali,  storico presidente della associazione, uomo di tradizione laico-repubblicana, mi dette immediatamente incarico di allestire un gruppo di commercianti e di impiegati disposti a investire, su quel tema, un tardo pomeriggio. Arrivò don Franco, conversatore brillante, impegnato a spiegare che il profitto non è l’unica bussola. Sbagliando, mi misi a discutere con lui: ero il padrone di casa, avrei dovuto limitarmi a presentarlo. Feci brutta figura, ben mi stette. In seguito l’ho intervistato per la tele e per la carta e l’ho cercato martedì scorso per questa conversazione.

Franco, da dove vieni?
Sono figlio di un fabbro di Predappio. Come quell’altro molto famoso, ma ho idee diverse dalle sue. Sono entrato in Seminario a undici anni, ero un po' ribelle ma, forse, sono diventato un buon pretaccio.

Un prete ha amici?
Ne ho tantissimi, sparsi per tutta Italia, che ho incontrato insegnando e discutendo. Mantengo rapporti, porto a casa ricette di cucina e rispetto delle culture, quella sarda,  siciliana, pugliese. E’ la diversità ad arricchirci, concetto difficile da spiegare a chi vuole solo difendersi. A Milano il mio migliore amico, che non c’è più, era presidente delle Acli. Dalle sue parti danè era il denaro, gli spiegavo che in Romagna danè era il dannato. Il denaro, da solo, non arricchisce.

Hai sempre voluto rimanere in parrocchia. Si è davvero prete senza parrocchia?
Se si fa un servizio alla comunità, si.  Si può servire in modi diversi. So che non ami i preti che studiano e basta ma non devi generalizzare, spesso siamo chiamati a fare cose che non pensavamo, come è capitato a me con la direzione de “Il Momento”. Detto questo, esercitare il presbiterato, cioè fare il prete, è consigliabile. Diacono, prete, vescovo, non costituiscono distribuzione di un potere ma di un servizio. Ti faccio l’esempio del mio amico don Erio Castellucci, forlivese, Vescovo di Modena e Carpi: gira l’Italia a trasmettere il suo sapere non per scelta ma per indirizzo superiore. E preferisce essere trattato senza sussiego ma con semplicità, gli onori non lo attirano. 

Pedofilia e dintorni. Non ti chiedo perché la Chiesa ha coperto, la questione sarebbe troppo vasta, ma perché tanti casi di molestie.
Non so spiegarmelo. Sul piano affettivo c’è, evidentemente, scarsa maturità. Spiego quel che intendo: incertezze, cadute, sarebbero comprensibili negli anni della pubertà, non da adulti. Certi comportamenti non sono giustificabili. Oggi in seminario ci si entra da grandi, è un limite. Io entrai a undici anni, la selezione era durissima. E’ più difficile capire se c’è qualcosa che non va in chi si candida a diventare prete, dopo i vent’anni. Comunque, diciamolo, dalle nostre parti non conosco casi di molestie. A Modena si è suicidato un prete per accuse poi dimostratesi non vere. La notizia, chi fa giornalismo lo sa, spesso va gonfiata perché è diventata una merce. Basta pensare ai titoli strillati, che spesso non corrispondono a ciò che l’articolo descrive.

Ho scritto libri sulle antiche Casse Rurali, ho studiato preti straordinari dei quali, però, si mormorava avessero confidenza con donne. Qual è il vostro confine?
Giuriamo che non ci sposeremo, non ci è permesso avere relazioni sessuali e ne siamo consapevoli. Poi esiste il dialogo, con uomini e con donne, che talvolta viene confuso o descritto come qualcosa d’altro. Non a caso, pensaci, mi stai descrivendo epoche lontane, nelle quali i preti erano capi carismatici che agivano da soli, qualche equivoco poteva nascere, e anche qualche chiacchiera. Oggi, fortunatamente, si agisce in comunità, tutto è condiviso. Ed anche più trasparente.

I preti intellettuali e i preti di servizio: incarni entrambe le fattispecie. Serve più il sapere o più capire gli altri?
Il sapere deve essere strumento per capire il prossimo, altrimenti non è sapere, è un semplice ricordare nozioni. La sapienza è la capacità di riconoscere odori e sapori delle cose, della realtà di tutti i giorni, della storia. Sapere, dal punto di vista linguistico, ha la stessa radice di sapore, riconosciamo le cose quando vi entriamo, come quando mangiamo.

Abbiamo un caro amico in comune, Sgabanaza, alias Giuseppe Bertaccini, che, in famiglia, assistette a una guarigione apparentemente inspiegabile. Il miracolo, se c’è, si spiega con fede e cristianesimo?
Giuseppe era in seminario assieme a me, era più preparato e più prete di me. Ricordo la questione che era, dal punto di vista medico, effettivamente complicatissima. Esiste il miracolo? Non lo so. Di Dio, in fondo, cosa sappiamo? Ci ha detto che ci vuole bene e che ci vuole salvare. E’ disposto a farlo solo per i cattolici? Non credo. Il primo miracolo è che ci ha dato l’intelligenza, la possibilità di sviluppare la scienza, anche quella medica, in modo straordinario. Poi facciamo cattivo uso della scienza, ma è altra questione. Comunque, tutte le persone sono di Dio, pensa ai mistici non cattolici.

Dalla “Rerum novarum”, che chiamò i cattolici a impegnarsi in società e in politica, in poi, la Dottrina sociale della Chiesa ha influenzato il Novecento. Può farlo anche in futuro?
Certamente. Pensa alla risonanza di Encicliche come “Fratelli tutti”. Comincia citando San Francesco e di lì indica la strada della salvezza per l’uomo. Pensa alla stupidità della guerra in corso. Non si vuole capire che è meglio una pace cattiva di qualsiasi guerra e che il concetto di guerra giusta, coltivato in passato, non può esistere in epoca nucleare. Oppure pensa a “Laudato sii”, che chiama alla  difesa dell’ambiente, cosa che i politici pare non vogliano ascoltare. La Chiesa continua a proporre temi e riflessioni.

La gente va meno a Messa, dopo il covid, come temeva don Mauro Petrini. Perchè?
Non lo so, penso che è bello incontrarsi. E’ vero quel che dici, abbiamo statistiche, però penso che si vada a Messa con maggiore consapevolezza. C’è stato, in era covid, il confronto con la morte. L’idea di provvisorietà della esistenza ha alimentato il bisogno di spiritualità, la voglia di stabilità. Si va oltre la vita, la fede ci porta oltre, ci suggerisce di fondare la vita su qualcosa di solido.

Qualche mese fa, un pomeriggio, una messa coincideva con un battesimo, la chiesa si riempì di bella gente mai vista. I fedeli abituali mugugnavano. Sbagliavano?
Sbagliavano, quando vedo la chiesa piena ho nostalgia dei bei tempi, non mugugno.  Se si mugugna significa che la comunità non è aperta come dovrebbe. Certo, nei riti di passaggio, battesimo, comunione, matrimonio, si manifesta un po' di mondanità ma anche così si mantengono vive le scelte, significa che c’è una luce accesa. La chiesa è luce che attira, non buio, chiusura.

Tu sei da sempre vicino a chi ha meno. Può esistere una chiesa opulenta?
Bel problema. E’ dai tempi del Concilio vaticano secondo, nel 1962, che se ne discute. Nella mia opinione, la Chiesa dovrebbe essere povera. La Tiara pontificia di Paolo VI venne venduta per dare il ricavato ai poveri. Un gesto simbolico ma importante. Non dovrebbe esistere una chiesa opulenta. Le mie parrocchie son povere, posseggono da sempre terre la cui rendita serve esclusivamente a mantenere servizi e beni indispensabili alla chiesa, senza i quali non esisteremmo. E anche a dare la possibilità al prete di vivere, senza alcuno sfarzo.

Sono stato orgogliosamente democristiano. Alla parte più socialmente indirizzata della Chiesa la DC faceva schifo. E’ stato meglio il dopo?
Non faceva schifo la DC, lo faceva qualche politico che si presentava, indebitamente, come testimone del cristianesimo. Anch’io ero democristiano, in quel partito si poteva discutere da posizioni diverse. Era la sua forza, la DC è stata importantissima per lo sviluppo italiano. Oggi non va più di moda la discussione tra i partiti e neppure al loro interno. Un impoverimento, si è passato ai partiti personali e al populismo. Un  partito non ha bisogno del leader carismatico ma di una base che sceglie, democraticamente, un proprio leader e che, quando è ora, lo sostituisce con qualcun altro. Si chiama democrazia.

Papa Francesco. Sento ogni giorno politici di varia provenienza dire: è lui il mio leader di riferimento. C’è qualcosa di sbagliato?
È sbagliato definirlo un leader politico. Quando esprime opinioni Francesco si riferisce ogni istante al Vangelo e al Vaticano Secondo. Ai politici dico: se Francesco è il tuo leader leggi il Vangelo e il Vaticano secondo, comprendi e seguine gli insegnamenti. Scoprirai che son due cose che coinvolgono più della politica e che vanno ben oltre la politica. Che pur è importante.

La Chiesa, tra critiche e rischi di collasso, è l’unica istituzione che regge da duemila anni. Voi preti ve la ridete sotto i baffi?
No. Anche se qualcuno dice che vive da duemila anni nonostante i preti. Sappiamo dove siamo, quel che rappresentiamo e, forse, anche quel che facciamo. Abbiamo il dovere di essere autentici, di riconoscere le nostre fragilità e di recuperarle. Stando sempre vicini alla gente, cristiani e no. Siamo al mondo per questo, se siamo utili è per questo. 

Ringrazio don Franco Appi. Buona domenica, alla prossima.

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