La domenica del villaggio

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

I protagonisti - Fabrizio Miserocchi (Ior e Irst): "Con lo stile di vita giusto scansi o indebolisci il cancro. La prevenzione conta"

Scelse di guidare le relazioni esterne della comunità di San Patrignano, ambiente in cui, se non hai cuore da vendere, non rimani neppure un paio di giorni

Per farsi raccontare cose da Fabrizio Miserocchi occorre conquistarne la confidenza. Non è particolarmente loquace, pur essendo comunicatore espertissimo. Infatti, dice esattamente quel che vuol dire e niente più. Non è freddo, è contenuto. Più di quanto risultino generalmente i protagonisti delle relazioni sociali in Romagna. Non è, ripeto, freddo: scelse di guidare le relazioni esterne della comunità di San Patrignano, ambiente in cui, se non hai cuore da vendere, non rimani neppure un paio di giorni. Dirige dal 2014 lo Ior, altro luogo dove il cuore comanda e rende possibile ciò che in altri contesti non lo sarebbe. 

Miserocchi è cauto, non azzardo l’aggettivo diffidente perché non sono certo sia azzeccato. Credo che in lui brilli il sentimento della lealtà, quella che mostrò ogni giorno al visionario oncologo  Dino Amadori, fondatore, assieme all’avvocato Salvatore Lombardo, dell’Istituto oncologico romagnolo, e, successivamente, dell’Istituto di cura e ricerca IRST/IRCCS, eccellenza scientifica riconosciuta. Fui testimone della fiducia che Amadori, tipo di montagna, famoso nel mondo ma ancorato a sentimenti antichi, concesse a Miserocchi. A lui e a un altro soggetto di talento come Mattia Altini, presidente nazionale dei medici manager. Per entrambi il Prof, così entrambi l’appellavano, fu qualcosa di più di un maestro, costituì figura paterna. In loro compagnia il Prof, pur severo nel vigilare, ringiovaniva, sicuro di poter contare su agili intelligenze.

Miserocchi è riminese del Borgo San Giuliano, nucleo millenario di pescatori prospiciente il Ponte di Tiberio. Quartiere che, nei dieci anni di governo del sindaco Andrea Gnassi, è diventato epicentro di avvenimenti e di frequentazione turistica e gastronomica, ma che un tempo era popolare. Per questa conversazione ho incontrato Miserocchi nella sede forivese dell’Istituto Oncologico Romagnolo. Miserocchi è anche Presidente di IRST/IRCCS.

Fabrizio, da dove vieni?
"Lo sai, dal borgo di San Giuliano. Babbo era dirigente del Comune, mamma socia in uno studio di commercialista. Mio fratello lavora alla Papa Giovanni, entrambi abbiamo giocato a basket in serie B. Ho due figlie: la prima si sta specializzando alla magistrale in medicina, la seconda studia ingegneria dell’automazione".

Informazioni familiari asciutte, me l’aspettavo. Andiamo avanti: Rimini fa davvero parte della Romagna?
"Lo do per scontato ma capisco il senso della domanda. Rimini è attraversata da culture cosmopolite, da sempre: le antiche grandi vie di comunicazione, la Flaminia, l’Emilia, la Romea, si congiungono a Rimini. A Rimini è determinante la tradizione alberghiera, fortuna e limite della città, metropoli del turismo balneare. Si, ci sentiamo romagnoli. Anche se la nostra è società di transito, non agricola e stanziale come altrove. Faenza e Lugo sono autenticamente Romagna, Ravenna è l’antico impero, ma siamo tutti romagnoli".

Il tuo primo lavoro importante fu in Europa.
"Divenni segretario di Giorgio Lisi, parlamentare europeo. Cinque anni intensi, nel periodo extra elettorale il lavoro è esclusivamente tecnico, di approfondimento. Un parlamentare europeo deve saper creare relazioni, il modo migliore per essere utili alla Comunità e al proprio Paese.  Alle nove cominciano i lavori, puntualmente, che sono resi complessi anche dalle traduzioni in ventisette diverse lingue. Impari necessariamente un metodo, incroci culture, ti abitui a  cercare soluzioni che possano essere condivise, altrimenti non vai da nessuna parte". 

Fammi un esempio di approfondimento tecnico.
"Che diventa spesso problema politico ed economico rilevante. Ci occupammo delle reti che utilizzano le barche da pesca. In difesa dell’ambiente marino l’Europa chiedeva che le maglie delle reti fossero larghe, ma ciò penalizzava le imbarcazioni italiane che disponevano di reti più piccole. Interessi legittimi, contrastanti. Si deve lavorare alla mediazione".

Perchè scegliesti di impegnarti nella comunità di San Patrignano?
"Ai tempi in cui lavoravo a Bruxelles collaborai a un progetto di San Patrignano di cui erano partner Acli, Compagnia delle Opere e Csi. Era finalizzato al recupero educativo e sociale di ragazzi in aree svantaggiate del Paese. Detti una mano, forse fui apprezzato. Mi venne chiesto di lavorare per la struttura, inizialmente per il fundraising e la realizzazione di eventi, poi con competenze più ampie. Accettai, risultò tappa emozionante della mia vita". 

Cosa ti ha lasciato San Patrignano?
"Un esperienza irripetibile. E’ la comunità di recupero più grande al mondo. Stando lì ti rendi conto che nonostante abbiamo problemi, tutti ce la possiamo fare a riprendere la strada. E capisci quanto sia ristretto il confine tra una vita “normale” e la dipendenza. Il limite è un attimo, un soffio, molto più facile da superare di quanto si pensi. Se hai frequentato San Patrignano ti dici: sarebbe potuto capitare anche ai miei figli".

Lassù arrivano ragazze e ragazzi con storie diverse.
"La droga è interclassista, attrae e imprigiona ceti sociali lontani tra loro. A San Patrignano incontri il disagio dei ragazzi, ma anche il loro talento. Le comunità possono essere rieducanti oppure accompagnanti, modi diversi di aiutare. Fin dai tempi di Vincenzo Muccioli San Patrignano è rieducante. Un impegno grande. Ma la sfida vera, per i ragazzi, arriva quando escono dalla comunità e devono costruire una nuova vita. Si prova a prepararli".

Cambiamo argomento. Come conoscesti il Prof Dino Amadori?
"Lessi sul “Calino” del concorso indetto dallo Ior per la figura di direttore. Sapevo poco dell’Istituto, ma ne conoscevo la missione e ne avevo sentito parlare molto bene. Mandai il curriculum, la società incaricata ne selezionò venti tra i tanti presentati. Feci il colloquio con il Prof, un omino  snello, elegante nei modi, mi colpì per la squisita gentilezza. Mi chiese di compilare una prova scritta con cui ipotizzare la ristrutturazione dell’Istituto. Evidentemente, feci bene. Venni chiamato ad un ulteriore colloquio. Poi mi fu proposto un contratto in prova di un anno. Accettai. Era il 2014".

Che tipo di rapporto instauraste? 
"Da parte mia, professionale ma anche affettivo. Il Prof mi ha preso per mano. Lo hai conosciuto, sai quanto era protettivo, severo nel difendere valori, quanto pretendesse in termini di competenza ed efficienza".

Lo accompagnai alle presentazioni del suo libro, “Anima e coraggio”, mi colpì la devozione di tantissima gente nei suoi confronti.  
"Hai usato la parola giusta, devozione. Non solo fu pioniere della oncologia umanizzata, che mette la persona al centro della cura, che trasmette speranza e partecipazione, ma fu anche uomo profondamente buono. Le persone se ne rendevano conto. Lui i pazienti li toccava, faceva la stessa cosa con gli amici. Ne ho parlato con i suoi assistiti: dicono che dopo di lui non è più avvenuto".

Regalami qualcosa di lui che non si è detto.
"Rammento l’occasione in cui mi sgridò. Una sera andammo a Lugo a una cena dello Ior. Era stanchissimo e aveva qualche problemino di salute. All’uscita lo fermò un signore per parlargli dei problemi, seri, della moglie. La cosa si prolungava e lo vedevo sfinito, seppur gentilissimo. Pensando di far bene, dissi ad alta voce: “Professore, dobbiamo andare”. Mi fulminò con lo sguardo. In macchina, mi ammonì, gelido: “Non si permetta mai più di interferire tra me e un paziente”. Rimasi in silenzio, con le orecchie basse, per tutto il viaggio".

Amadori raccontava che quando era bambino il cancro non si nominava. Adesso se ne parla troppo o troppo poco?
"Se ne parla, ed è giusto così, ma spesso avendone conoscenze vaghe. Quando il male tocca te o qualcuno vicino si squarcia un velo, ti disorienta, ti fiacca. Invece occorre sapere, visto anche ciò che è accaduto negli ultimi dieci anni in termini di scoperte e di prassi. Non abbiamo vinto la battaglia, ma siamo sulla strada, abbiamo tanta speranza. Molto dipende dalla prevenzione".

Molto quanto?
"Moltissimo. Devi fare prevenzione, per te stesso e per la società, altrimenti non avremo abbastanza risorse finanziarie per affrontare le malattie. Devi avere uno stile di vita adeguato. Nel novanta per cento dei casi con lo stile di vita giusto scansi o indebolisci la malattia. Lo so, vai la bar e ti dicono: quello non beveva, non fumava, camminava, e poi ha preso il cancro lo stesso. Casi sempre meno frequenti, che generano, per l’appunto, chiacchiere da bar. La prevenzione deve essere culturalmente accettata, poi arriva la scienza. Lo stile di vita che hai mantenuto aiuta anche quando ti ammali: il Prof diceva che molte malattie si cronicizzano e che avere sei mesi di vita, o, invece, sei anni, fa tutta la differenza del mondo".

Parlavi di costi sociali.
"Dobbiamo dire le cose come stanno. I costi potrebbero diventare insostenibili. Viviamo, per fortuna, in un Paese in cui l’assistenza è quasi interamente sostenuta dal settore pubblico. Ma ci sono Paesi, anche molto evoluti, in cui se ti ammali ti devi arrangiare. I  ricchi si curano, tutti gli altri non possono farlo. Ripeto: prevenzione, stile di vita, sono cose fondamentali. Il prof. Nicola Normanno, direttore scientifico di IRST/IRCSS dice: dobbiamo e possiamo riuscire a intercettare il malato prima che la malattia si manifesti".

Lo Ior nacque con l’intento di sostenere il paziente e accompagnare le famiglie. 
"Principi ispirativi attuali oggi come ieri. Non ci si inventa il bisogno, si prende atto che c’è e si prova a sostenere. Ma oggi la società è più disgregata di quanto lo fosse un tempo. Pensa: tra i tanti bisogni è esploso quello del trasporto del malato. Molti non hanno familiari disponibili, se non li accompagniamo noi, con i volontari, non vanno a fare visite o cure".

Servono volontari?
"Si, disponiamo di undici auto, ci sono cento magnifici volontari disponibili al trasporto, ma ne servirebbero altri. Se ci fermiamo la gente rimane senza cure. Il  servizio venne interrotto solo tra Marzo e Aprile 2020, nel corso della prima emergenza covid.  Tra i volontari ci sono donne  e uomini dalle situazioni più disparate, anche un affermato notaio che trasporta pazienti su una delle nostre piccole auto. I volontari sono la nostra ricchezza, ma i bisogni crescono e ne servirebbero ancora".

Cos’è il “Progetto  Margherita”, pubblicizzato sulla locandina alle tue spalle?
"Regaliamo parrucche, cinquecento all’anno, alle donne che nel periodo delle cure perdono i capelli. Le parrucchiere lavorano gratuitamente. Vedessi la gioia delle donne che possono risolvere il problema con belle parrucche! Un problema che molto spesso è momentaneo, perché con le cure guariscono. Questo lo dobbiamo gridare: dal cancro spesso si guarisce, se lo si affronta per tempo".

Lo Ior, tantissime persone riunita da una nobile causa. Le Istituzioni ne sono consapevoli?
"Il riconoscimento da parte delle istituzioni è forte, deciso. Del resto, la nostra storia è fatta da decine di migliaia di volontari, difficile non saperlo. Certo, nel campo del volontariato rischiamo di apparire un elefante in mezzo a tanti  altri che pur si occupano meritoriamente di aiutare, assistere. Raccogliamo più di sei milioni di euro l’anno. Raccogliamo e restituiamo fiducia, prima di investire un euro ci pensiamo mille volte. Siamo una tovaglia talmente bianca che una eventuale macchia si vedrebbe immediatamente. E sarebbe l’inizio della fine". 

Chiesi ad Amadori se lo Ior sarebbe potuto nascere fuori dalla Romagna, rispose di no.
"Rammento che glielo chiedesti. E, dopo dieci anni di lavoro, ti confermo quel che disse il Prof. La carica emotiva, l’idea di solidarietà, il senso di appartenenza, la capacità di collaborare tra pubblico e privato, che caratterizzano la Romagna, sarebbero difficili da trovare in altri luoghi del Paese e del mondo".

Una specie di miracolo, durerà?
"Si lo sta dimostrando dal 1979 ad oggi. Quando, nel 2020, improvvisamente, il Prof. Amadori ci lasciò, fu un trauma, non solo affettivo. Non eravamo preparati alla sua scomparsa. Lui era l’ideatore, il garante, colui che metteva la faccia e riscuoteva incondizionata fiducia. Siamo stati fortunati a raccogliere la disponibilità alla presidenza di Luca Panzavolta, gran manager, uomo di cuore e profondo conoscitore del territorio. E prima di lui ci fu Domenico Scarpellini, gran tessitore di relazioni, decisivo per la nostra continuità nel 2020".

IRST/IRCCS. Posso definirlo luogo tra scienza e speranza?
"Si. Costituisce gemmazione della oncologia della Romagna, che  aveva già basi solide. IRST è nato per scoprire qualcosa di nuova, per aggiungere ricerca e ampliare la conoscenza. A Forlì, Cesena, Ravenna, Rimini esistevano eccellenti reparti di cura, l’idea era quella di un punto unico per la ricerca. Ma per fare ricerca efficacemnete IRST/IRCCS deve mantenere cure e pazienti".

Abito a Meldola, vedo ogni giorno persone arrivare da tutta Italia per affidarsi ad altissime professionalità. Si sono superate le attese iniziali?
"Decisamente. Nessuno si aspettava una crescita tanto rapida. Negli ultimi dieci anni si è passati da qualche decina a oltre cinquecento professionalità interne. E oggi la ricerca scientifica dell’Istituto si confronta con quella delle più prestigiose realtà internazionali".

In passato ci furono incomprensioni con altre istituzioni sanitarie pubbliche.
"L’istituto ha fin dalla sua costituzione una struttura societaria particolare, inconsueta. E una Srl di cui il settore pubblico detiene il 78 per cento delle quote e il privato che detiene quote è privato sociale. Siamo tutti d’accordo che IRST/IRCCS è un valore? Se la cosa pubblica riconosce tale valore e decide di governarlo, ben venga. Credo che nessuno abbia qualcosa in contrario".

Lo Ior è da sempre abituato a raccontarsi, a IRST/IRCCS non serve?
"Si, serve. Dobbiamo mettere in piedi un processo di comunicazione che coniughi rigore scientifico inattaccabile, l’Istituto ha prestigio internazionale, e una narrazione che risulti comprensibile alle comunità. E’ una delle sfide dell’immediato".

Chiudiamo, se ti va, con un ultimo ricordo personale di Dino Amadori
"Sai che il sabato mattina vado in bici, assieme ad amici che hanno la stessa mia passione. Il Prof mi chiamava tutti i sabato alle dieci per fare il punto di diverse situazioni. Mi fermavo per parlare con lui, volentieri.  Ancora adesso, se qualcuno mi chiama il sabato mattina, fermo la bici e rispondo. Lo faccio ricordando quegli anni, anche se so che non parlerò più con lui".

Ringrazio Fabrizio Miserocchi e i lettori. Buona domenica, alla prossima.
 

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