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Sabato, 21 Maggio 2022
La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

Il senatore Andrea Cangini lancia l'allarme: "Salviamo i ragazzi dal web, vietiamo lo smartphone ai minori di 14 anni"

"Non possiamo girarci dall’altra parte e far finta di non vedere. Dobbiamo trasmettere ai minori la consapevolezza che la vita è altro rispetto all’utilizzo compulsivo dello smartphone"

In Romagna non abbiamo abitudini solitarie. Il nostro carattere, la prossimità e la bellezza dei luoghi, le tradizioni culturali e politiche favoriscono una diffusa socialità. Eppure qualcosa sta cambiando, la pandemia ha accentuato una tendenza in atto da tempo. Le strade di città e paesi appaiono meno frequentate, in molte ore della giornata addirittura deserte. Dov’è la gente che in passato popolava borghi e centri storici? In casa. A far cosa? Davanti alla televisione, attratta dalla narrazione, ipnotica e anche un tantino ossessiva, delle recenti tragedie globali. E di fronte al computer, al cellulare. Strumenti, questi ultimi, utilizzati senza tregua soprattutto dai giovanissimi, finanche dai bambini. Sentiamo genitori affermare: non riesco a distrarre i miei figli dai videogiochi, dal telefono, dai social media. È una bella situazione? No. Comporterà conseguenze, per i ragazzi? Lo temiamo ma vorremmo scacciare il pensiero. Navighiamo a vista.

Incuriosito dall’argomento, lo scorso 24 marzo ho assistito, a Bologna, alla presentazione del libro di Andrea Cangini “Coca Web, una generazione da salvare”, edito da “Minerva”. La partecipazione ha superato ogni previsione: gli ottocento posti a sedere del Teatro Comunale non bastavano ad ospitare i presenti, circostanza più unica che rara per un evento editoriale. Di più: personalità di diversa estrazione, come il cantante Cesare Cremonini e il Cardinale Matteo Maria Zuppi, erano sul palco a discutere e sostenere le preoccupate riflessioni di Cangini sugli effetti nocivi di un utilizzo eccessivo delle tecnologie, dei social media, dei video giochi.

Andrea Cangini è stato direttore de “Il Resto del Carlino” e del “Quotidiano nazionale”, testata che comprende, oltre al giornale bolognese, “La Nazione” e “Il Giorno”. Nel 2018 è stato eletto Senatore nelle liste di Forza Italia. Lo conosco personalmente da un po’: è stato ospite di “Salotto blu” e ho avuto il piacere di affiancarlo un paio di volte nelle presentazioni di un suo precedente libro. Ha cinquantatré anni, è uomo rigoroso, di garbo ottocentesco. Per approfondire il tema l’ho raggiunto telefonicamente mercoledì scorso nel suo ufficio in Senato.

Quando hai cominciato a capire la delicatezza della situazione?

Nel 2011. Lessi un’inchiesta del New York Times sull’utilizzo delle tecnologie da parte dei figli degli imprenditori del web. Emergeva che i ragazzini erano soggetti a rigidi divieti per ciò che concerneva l’accesso al web e che diversi di loro erano iscritti a una costosa scuola privata della Silicon Valley in cui si praticava l’uso di libri e strumenti cartacei, di lavagnette di ardesia, di gesso etc. In quella scuola di digitale non c’era nulla. Insomma, i giganti del web, consci dei pericoli, crescevano i figli negandogli l’accesso agli strumenti e ai prodotti che loro stessi immettevano sul mercato.

I pericoli quali sono?

I danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, diabete. Ancor più gravi i danni psicologici: dipendenza, depressione, aggressività, insonnia. Ma il pericolo maggiore è legato al normale sviluppo di quella che per millenni abbiamo definito intelligenza: la capacità di concentrazione e apprendimento, lo spirito critico, l’adattabilità. L’uso abituale che i bambini fanno di video giochi, smartphone, etc, inibisce lo sviluppo di determinate capacità.

Mi fai riflettere. Non riesco più a leggere, guardare un film, vedere una partita, senza dare ogni tanto un’occhiata al telefono. Mi sfuggono particolari e atmosfere.

Se succede a te che alle elementari e alle medie hai utilizzato il calamaio e poi la biro, che scrivevi sulla carta, pensa cosa può accadere a minori che crescono nell’utilizzo esclusivo delle tecnologie. Chi si abitua ai tempi frenetici, innaturali, del web, fatica ad acclimatarsi ai tempi fisiologici della esistenza, delle emozioni, delle scoperte progressive che la vita ha sempre concesso.

Sei certo che la situazione sia così allarmante?

Certissimo. In Senato la VII Commissione ha recentemente sentito un cospicuo numero di esperti in diverse discipline. La preoccupazione è unanime. Sono accertati gli aumenti dei suicidi tra i minori, l’abuso di alcool, il decremento delle capacità d’apprendimento. Nel libro ho descritto il lavoro svolto dalla Commissione, le audizioni effettuate, le conclusioni tratte.

Non è, dunque, questione che riguardi solo le famiglie.

Le famiglie cominciano a percepire la gravità del problema, ma ciò che fanno bambini e adolescenti riguarda anche l’organizzazione complessiva della società. Di quel tipo di classi dirigenti si disporrà, in futuro? Sta tramontando l’idea che disporre abitualmente di un computer, di uno smartphone offra solo vantaggi. Un loro utilizzo eccessivo, al contrario, crea danni seri.

All’estero come vanno le cose?

Ci si interroga soprattutto in quei Paesi ove lo sviluppo delle tecnologie e l’utilizzo dei social media ha ormai sostituito altre forme di apprendimento e socializzazione. In Corea il trenta per cento dei ragazzi dai dieci ai diciannove anni è ufficialmente dichiarato dipendente dal web; per far fronte all’emergenza sono stati istituiti sedici centri nazionali di riabilitazione al cui interno operano psicologi, medici etc. Un po' come quando il nemico, da noi, era la droga, solo che i numeri di questa nuova forma di dipendenza sono molto più elevati.

Impressionante...

In Cina stanno pensando di bloccare l’accesso al web ai minori, non per motivi di censura politica o culturale ma per limitare il fenomeno della dipendenza. In Giappone le autorità sanitarie hanno coniato il termine hikikomori, definisce coloro che, drogati dall’utilizzo del web, hanno finito per isolarsi dalla società. In Giappone si calcola che oltre un milione di giovani si sia abituato a non uscire più dalla propria stanza.

Servono, dunque, cambiamenti culturali.

Il che già di per sé rappresenta una difficoltà enorme. Aggiungi che la battaglia per favorire nuove abitudini va fatta avendo sull’altra sponda la lobby più potente mai esistita, quella dei padroni del web, dei social media, dei produttori di video giochi.

Intervenendo in video alla presentazione del tuo libro, il ministro Patrizio Bianchi ha affermato che la scuola deve abituare a dominare gli strumenti di apprendimento, non ad esserne dominati.

Ha pienamente ragione. Gli studi di cui disponiamo affermano che non sarà il web a colmare il deficit di conoscenza degli studenti italiani rispetto a quelli di altri Paesi, come molte volte si è affermato. Anzi, da un utilizzo eccessivo del web deriverebbe una diminuzione delle competenze. Si sta ragionando di ripristinare in parte strumenti antichi, come la carta, la lavagna, etc.

Soluzioni?

Metterle a punto comporta un lavoro articolato, che chiama necessariamente in causa soggetti e istituzioni diverse. Un lavoro che, però, è indilazionabile. Per quel che mi riguarda, ho depositato in Senato una proposta di legge che prevede il divieto di utilizzo dello smartphone per i minori di quattordici anni. Proposta sottoscritta dal mio gruppo parlamentare e che, spero, troverà consenso.

I divieti non sono, solitamente, espressioni della cultura liberale di cui sei sostenitore.

Ne sono consapevole. Ma qui stiamo parlando della salute di soggetti deboli, per età e per conoscenza del mondo. Non possiamo girarci dall’altra parte e far finta di non vedere. Dobbiamo trasmettere ai minori la consapevolezza che la vita è altro rispetto all’utilizzo compulsivo dello smartphone.

Lavorare sul convincimento?

È sempre importante, va fatto anche in questo caso. Ma siamo di fronte a una forma di dipendenza. Prova a dare a un tossicodipendente un chilo di cocaina e vedi se riesci a fare in modo che ne assuma solo un grammo al giorno. È impossibile. Devi innanzi tutto tenerlo lontano dal prodotto.

Grazie per questa conversazione. E, visto che sei affezionato alla Romagna, regalaci una definizione della nostra terra.

Volentieri, senza retorica o piaggeria, con la convinzione che mi viene dall’aver frequentato la Romagna: è il posto in Italia ove con maggiore facilità chiunque può sentirsi a casa. Il luogo in cui la gente accetta, prova a comprendere, le ragioni degli altri. Anche di chi ha appena conosciuto, di chi non si sa da dove arrivi.

Saluto il Senatore Andrea Cangini e penso che noi romagnoli siamo effettivamente così. Le sue parole mi hanno rammentato, chi sa perché, quelle di uno scrittore americano, Robert Frost: “La casa dei genitori è quella dove puoi tornare a qualsiasi età senza che ti chiedano dove sei stato”. Ai tempi di Frost le tecnologie, però, non imperavano. Non c’era il rischio di dover chiedere a un ragazzino dove fosse finito, sapendolo chiuso da troppo tempo nella sua stanza. Buona domenica, alla prossima.

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