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Lunedì, 17 Gennaio 2022
La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

L'anno e il mondo che verranno, visti da tre romagnoli

Rapidi processi di cambiamento erano in corso prima che ci imbattessimo nel covid, la pandemia ha ulteriormente modificato lo scenario

Quale futuro attende la nostra società, la nostra terra? Rapidi processi di cambiamento erano in corso prima che ci imbattessimo nel covid, la pandemia ha ulteriormente modificato lo scenario. A partire da oggi, all’interno di questa rubrica domenicale, proveremo a capirne di più, registrando l’opinione di persone che hanno solide esperienze in campi diversi. Questa settimana incontriamo Massimo Cicognani, presidente del Campus universitario di Cesena, Maria Giorgini, segretaria della Cgil forlivese, Danilo Verlicchi, direttore di Confagricoltura a Ravenna. Li ho incontrati nei giorni scorsi, interrogandoli sul prossimo futuro.  

Massimo Ciognani

È uomo dai modi bonari e dalla battuta sempre in canna. Orgogliosamente figlio di contadini, gli è toccato in sorte d’essere un fenomeno della matematica, materia ostica ai più e che lui insegna a Bologna e Cesena. Afferma che i principi della matematica sono utilissimi per affrontare scenari complessi e per vivere positive relazioni. Alle sollecitazioni che gli propongo risponde d’istinto: come se guidare il campus maggiormente indirizzato alla innovazione tecnologica, tra i quattro presenti in Romagna, lo allenasse a decrittare il futuro.

“Il mondo, per come lo abbiamo conosciuto prima del covid, non esiste più. Inutile chiederci se cambierà, lo farà certamente; non sappiamo quanto e in quale direzione. La società viaggiava veloce anche prima, la rivoluzione informatica ne aveva modificato i connotati, ma non c’è dubbio che l’esperienza del covid, la più significativa per il genere umano da decenni, abbia creato discontinuità. Ma attenzione: quello della conoscenza è dato incrementale, si modifica sulla base della esperienza. Quindi il cambiamento, più che prevederlo, lo sperimenteremo. Come succede, del resto, nell’ambito della scienza, ad esempio nello studio dell’efficacia e degli effetti dei vaccini. Allo stesso modo accadrà per le evoluzioni sociali, nell’ambito delle quali le nuove tecnologie risulteranno determinanti”.

Cosa succederà nell’ambiente universitario?
“Il cambiamento riguarderà sia l’insegnamento che la ricerca. Siamo intenzionati a tornare il prima possibile alla didattica totalmente in presenza. A causa della pandemia abbiamo attuato un cambiamento totale: non s’era mai pensato di poter agire come abbiamo imparato a fare in poche settimane. Con risultati adeguati: sia noi che gli studenti abbiamo appreso linguaggi nuovi, modalità mai sperimentate, consentendo di non interrompere lezioni, esami, carriere studentesche. E, però, la didattica in presenza, il rapporto diretto con lo studente, l’interazione di gruppo, sono insostituibili. Tuttavia, adesso sappiamo che in certi casi potremmo lavorare su entrambi i fronti, allargare l’esperienza, interagire contemporaneamente da luoghi e con aggregazioni diversi. I nostri studenti devono prepararsi ad essere utili al mondo che verrà, ove molte cose non saranno simili a quelle del recente passato…”

Cosa avverrà fuori dai campus?
“Diversi mestieri non saranno più gli stessi, alcuni scompariranno, altri, che al momento non conosciamo, diventeranno ordinari. Nelle professioni, pubbliche o private, lo smart warking, che i miei genitori avrebbero chiamato, in dialetto, lavurè da cà, costituirà una rivoluzione. Noi, al campus, ci occupiamo di nuove tecnologie, ne conosciamo le potenzialità e sappiamo che molti non ne faranno più a meno. Per ragioni economiche, ma non solo. Del resto, perché muoversi per decine, centinaia di chilometri, quando si può evitarlo e non è strettamente necessario? Si cercherà probabilmente di realizzare un mix tra presenza e remoto ma, per fare un esempio, meeting e riunioni cambieranno radicalmente modalità. Con buona pace delle relazioni sociali, che pur reputo importanti. A proposito, un ragionamento lo farei sui giovani, a partire dagli adolescenti. Per almeno due anni hanno dovuto modificare drasticamente abitudini, gestione dei rapporti interpersonali e delle dinamiche di gruppo. Nessuno può sapere quanto ciò inciderà sulla loro crescita personale e culturale, quali nuove necessità di ordine psicologico e sociale sorgeranno. Il che ci riporta alla questione della conoscenza incrementale: sappiamo soprattutto che molte cose non le sappiamo, l’unica certezza è il cambiamento in atto, del quale, lo ripeto, al momento non vediamo i confini.” 

Maria Giorgini

Maria è donna garbata, elettrica, dall’eloquio lucido e impetuoso. Sua madre è infermiera, suo padre, agricoltore attivo sui crinali di confine tra Civitella e Meldola, coltiva una mai sopita passione per la politica. Che la figlia, basta ascoltarla cinque minuti per accorgersene, ha ereditato. Sulla determinazione della ragazza, poi, non ci sono dubbi: prima di lei, in centoventi anni di storia, la camera del lavoro forlivese non aveva mai scelto una donna come segretario, ruolo che significa, all’interno della Cgil, essere contemporaneamente direttore e leader politico. Alla mia sollecitazione scatta come una molla, di cose da dire ne avrebbe mille.
“Stiamo entrando nella fase di cambiamento più intensa da decenni a questa parte, sia in riferimento alla Romagna che all’intero Paese. Vedo grandi opportunità e altrettanti rischi. Basti pensare alle risorse europee di cui potremo disporre, se sapremo presentare progetti adeguati.  È dai tempi del piano di ricostruzione Marshall, varato nel secondo dopoguerra, che non si presentano condizioni tanto favorevoli. Come verranno investiti quei fondi ci dirà cosa saranno nel futuro la Romagna e l’Italia. Ci sono in ballo questioni fondamentali come il clima, la salute collettiva, l’idea di lavoro in un mondo che cambia, il superamento delle diseguaglianze. Opportunità che sarebbe delittuoso non cogliere”

Le domando quali rischi intravede.
“Che non siamo in grado di individuare priorità e, tecnicamente, di attivare un’adeguata attività di progettazione. Le nostre strutture pubbliche sono in grado di farlo? Gli enti preposti, a cominciare dai comuni, dispongono di personale preparato alla progettazione? Sarebbe una sconfitta non poter cogliere opportunità per via di limiti tecnici. E poi c’è da scegliere le strade da percorrere; in proposito noi del sindacato stiamo dialogando con le comunità locali. Faccio un esempio: si è recentemente costituito il comitato di “Romagna Next”, di cui fanno parte i comuni, le camere di commercio, i campus universitari. L’obbiettivo è quello di realizzare una cabina di regia per individuare priorità. Iniziative eccellente e molto pubblicizzata; ma occorre far si che l’immagine di tutti i componenti, mandata ai giornali, non resti solo una suggestiva foto opportunity, un genere molto in voga ultimamente...”

Quale deve essere la bussola?
“Quella di non rincorrere uno sviluppo disordinato, senza regole. Nell’era covid sono cresciuti gli infortuni sul lavoro e il precariato, è diminuita l’occupazione femminile. Obiettivi e regole devono rimanere chiari nonostante l’emergenza e la voglia di ricominciare a correre. Non possiamo perseguire l’arricchimento fine a sé stesso. Il tessuto imprenditoriale è fragile, tra le piccole imprese c’è difficoltà nel fare rete, manca personale specializzato in settori in crescita come l’edilizia. E ci sono infiltrazioni malavitose. E nel comparto che il covid ha reso ancor più importante di quanto fosse prima, quello della sanità, occorre ripensare a parecchie cose, fra esse la gestione degli anziani. La scienza, non la politica sociosanitaria, ci ha permesso di vivere più a lungo. Dobbiamo far sì che a tale opportunità corrisponda la dignità da offrire agli anziani. Talvolta non è così, la crisi delle strutture per anziani, evidenziata dal covid, non è affatto finita”.       

Danilo Verlicchi

Confagricoltura è l’organizzazione che associa le aziende agricole più grandi e strutturate. Quella della provincia di Ravenna, con la vasta pianura e l’antica tradizione arricchita da procedure modernissime, costituisce uno dei presidi di Confagricoltura più importanti in Italia. Danilo Verlicchi ne è direttore da tempo: cresciuto nello stabilimento balneare di proprietà dei genitori, affabile nei modi, affilato nei ragionamenti, è consapevole che il comparto agricolo ha potuto affrontare la crisi pandemica meno a mani nude di quanto abbiano dovuto fare altri comparti, come commercio o turismo. Eppure, è prudente; sa che il cambiamento è in corso e che qualsiasi cambiamento ha un prezzo.  

“Spero di sbagliare, ma temo che neppure nel 2022 ci libereremo definitivamente del covid. Probabilmente avremo una diminuzione dei contagi in estate, favorita dalla vita all’aria aperta, come è avvenuto in precedenza. Ma ci tireremo dietro questa faccenda fino a quando la vaccinazione non avrà reso la malattia qualcosa di assimilabile a una influenza. Gli agricoltori hanno fatto la loro parte, garantendo il funzionamento della macchina e scorte alimentari certe, senza aumento dei prezzi. Ma c’è difficolta a reperire personale, che alle aziende strutturate è necessario. Saremo su questa lunghezza d’onda anche il prossimo anno. Si farà sempre più uso delle tecnologie, anche in agricoltura. E sorgerà un problema Se : già qualche anno fa si diceva che alla lunga in agricoltura la macchina avrebbe, prima o poi, sostituito l’uomo. La pandemia ha reso tale scenario meno lontano nel tempo…”

Si profila, dunque, un mondo diverso?
“Per certi versi è già cominciato: gli incontri tra persone si fanno spesso in remoto, anche se non sono certo che tutti sapremo utilizzare le tecnologie disponibili. Occorrerà insegnarle, chi non si adeguerà sarà, di fatto, analfabeta. La meccanizzazione avrà come conseguenza maggiore e migliore produttività ma anche la diminuzione del numero delle imprese; alcune scompariranno altre dovranno dar vita ad aggregazioni. Quello agricolo, va detto, è settore meno abituato alla competitività tra imprese rispetto ad altri comparti economici. Nel prossimo futuro, invece, la concorrenza aumenterà. E, contemporaneamente, diminuirà l’erogazione dei contributi previsti dalla politica agricola comune, che tutti conoscono con l’acronimo Pac. Ciò determinerà una ulteriore selezione delle imprese agricole. Non esprimo alcun giudizio su tale nuova situazione, mi limito a segnalare l’altissima probabilità che si verifichi. Aggiungo che è prevedibile, in Romagna come nel Paese, un progressivo aumento dei consumi in settori diversi. Ma anche una crescita dell’inflazione: se e come sapremo tenerla sotto controllo sarà determinante per il benessere collettivo e la tenuta sociale.” 
 Quelle di Cicognani, di Giorgini e di Verlicchi sono opinioni variegate, frutto di esperienze e sensibilità diverse. Costituiscono le prime tessere di un mosaico che, nelle prossime settimane, comporremo raccogliendo le riflessioni di altre persone.  

Buona domenica, alla prossima.   Se intendete contattarmi, scrivete a russomannomario54@gmail.com

L'anno e il mondo che verranno, visti da tre romagnoli

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