La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

La musica folk romagnola non merita di finire nella cantina dei ricordi, che sia occasione di ripartenza per tutti

"Il folk romagnolo va supportato: già nel durante la seconda guerra mondiale, e subito dopo, rischiò seriamente di sparire e, probabilmente, solo l’ostinazione di Secondo Casadei impedì il declino d’un mondo che avremmo per sempre rimpianto"

La ricorrenza dei cinquant’anni dalla morte di Secondo Casadei e la dolorosa scomparsa, causa covid, di Raoul Casadei, hanno suggerito ad enti pubblici e privati, in questo 2021, una opportuna rivisitazione delle loro figure e della loro musica. Manifestazioni si sono tenute in diversi luoghi della Romagna, dal riminese fino alle colline faentine,  e sono state apprezzate e frequentate dal pubblico.  Ho potuto seguire da molto vicino una di esse, la due giorni organizzata dal Comune di Forlì in Piazza Aurelio Saffi, dedicata a Secondo, alla sua musica e al “liscio”, intitolata “Cara Forlì” e iniziata Sabato 4 Settembre con la presentazione del mio libro “L’uomo che fece i romagnoli”. Non ho  bisogno di promuovere libro, stampato in edizione limitata per essere donato dal Comune agli intervenuti e che non sarà distribuito diversamente. Sono stato onorato di scriverlo, Secondo Casadei non era solo gran musicista ma anche uomo di primissimo ordine, ma mi sto già occupando di cose e pubblicazioni diverse. Dunque, affronto l’argomento esclusivamente  perché l’atmosfera che ho vissuto in quei due giorni mi ha colpito e mi ha fatto riflettere. E perché credo che il “liscio”, con tutto ciò che di sociale, culturale ed economico si porta dietro, non meriti di  correre il rischio di finire nella cantina dei ricordi. 


Trovarmi nel retro palco con cantanti e musicisti che fanno parte dell’immaginario collettivo romagnolo (cito esclusivamente coloro che conosco da tempo: Roberta Cappelletti, Moreno il biondo, Luana Babini, Renzo il rosso, Mirco Gramellini, il formidabile batterista Vince Vallicelli, Danilo Rossi, prima viola solista del Teatro alla Scala di Milano, da sempre cultore della musica di Casadei, assieme ai tanti altri che si sono esibiti in Piazza Saffi), scoprirli emozionati per potersi finalmente proporre al pubblico dopo oltre un anno di clausura, rendermi conto dell’interesse che le loro performance suscitano in una parte vasta della popolazione ( alle due serate hanno partecipato migliaia di persone pur nelle restrizioni anti covd), della allegria che trasmettono a persone che di serenità hanno bisogno come del pane, non può lasciare indifferenti. 

Qualcuno dovrà pur dire, finalmente, che l’isolamento causato dalla pandemia non ha danneggiato solo adolescenti e giovani, categorie che sono poste costantemente al centro della attenzione mediatica non solo per convinzione ma anche per interesse: sono i giovani che comprano beni e servizi, che mettono like, che decretano la notorietà di un personaggio. Eppure la clausura, questa è la verità che occorre affermare, ha impedito anche a tante persone con i capelli grigi d’avere spazi sociali, sentimentali e di svago. I romagnoli, poi, hanno sofferto più di altri, essendo da sempre abituati al ballo, alla musica, alla convivialità, alle emozioni dell’incontro, del ritrovarsi in coppia e in gruppo in un locale, al chiuso o all’aperto. Non starò a ripetermi, sull’argomento: in questa rubrica domenicale lo scorso 6 Giugno ho descritto l’evoluzione storica del ballo e del genere folk in Romagna e le sue radici profonde.  Leggendolo ci si renderà conto di come una delle ricchezze sociali romagnole stia in quelle abitudini festose, incardinate nella vita dei romagnoli da almeno un secolo e sconosciute a molte altre regioni del Paese. 

Ci sono, dunque, anche gli anziani da rispettare nelle loro abitudini. E, per altro, il folk non piace solo a loro ma anche a un gran numero di giovani. Aggiungo un’altra esperienza personale che mi fece riflettere. Nel 2018, accingendomi a scrivere un libricino sulla Romagna ai tempi in cui era attivo il dancing “La Bussola” di Fratta Terme, volumetto poi distribuito gratuitamente da VideoRegione, chiesi a chi intendesse raccontarmi esperienze vissute in quel locale tra gli anni Sessanta e Novanta, di contattarmi. Ebbene, ricevetti oltre settemila contatti, su facebook e alla mia mail, di persone che avevano cose da dire, felici di ripercorrere quegli anni. Quel mondo non è scomparso: esiste, palpita, ha voglia di musica e di allegria.

Mi rivolgo, con questa riflessione, anche alle istituzioni pubbliche. Il folk romagnolo è opzione culturale che assessori, presidenti etc, dovrebbero tenere presente. Senza nulla togliere a coloro che si propongono ogni anno alle istituzioni con mille richieste di finanziamento e riconoscimento, occorre discernere tra ciò che è radicato nel comune sentire romagnolo e ciò che serve esclusivamente per raccattare qualche soldino o per ottenere un attimo di notorietà. Mi pare che nell’anno dantesco, tanto per fare un esempio, talvolta, in Romagna, pur in mezzo a tante iniziative significative e d’alto valore, si sia sfiorato il grottesco: sul nome del Sommo Poeta, come sulla carta moschicida, s’è attaccato di tutto, anche le più improbabili iniziative. Scherzando, vien da dire che è mancato solo d’approfondire il ruolo svolto da Dante nella Resistenza o di individuare in Mirabilandia o nel delfinario di Rimini luoghi di frequentazione dantesca!

So bene, in realtà, che organizzare eventi non è facile né per i privati né per gli attori pubblici e che non lo neppure è districarsi tra le continue proposte che giungono sui tavoli istituzionali. Soprattutto, non ho nulla da insegnare a nessuno. Ribadisco, però, che il mondo del folk romagnolo merita attenzione, anche se i suoi protagonisti e i suoi manager, neppure i più capaci, tra loro certamente Giordano Sangiorgi, oppure Riccarda Casadei, figlia di Secondo, fatta oggetto di autentiche ovazioni popolari in Piazza Saffi,  non hanno abitudine di presentarsi a battere cassa. Cantanti e musicisti, abituati a stare con in pubblico, hanno poca dimestichezza con le procedure amministrative. 

E però il folk romagnolo va supportato: già nel durante la seconda guerra mondiale, e subito dopo, rischiò seriamente di sparire e, probabilmente, solo l’ostinazione di Secondo Casadei impedì il declino d’un mondo che avremmo per sempre rimpianto. Buttiamo un occhio, impediamo che la pandemia, perniciosa per il mondo dello spettacolo quanto una guerra, lo metta in ginocchio. La musica romagnola ha sempre costituito volano economico e ha contribuito alla promozione turistica. Tanta gente lavora nel folk, molta di più del folk ha bisogno per vivere con gioia, che si tratti di giovani o di persone radiosamente attempate.  
Buona domenica, alla prossima.

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