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Lunedì, 17 Gennaio 2022
La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

Marco Di Maio, i retroscena della sua uscita dal Pd e la sua ricandidatura "con un robusto forse"

"Italia Viva? Non ci sarei più se diventasse alleata di Salvini e di Meloni, che non hanno mai smesso di strizzare l’occhio ai no vax, tanto per spiegare la differenza tra noi e loro" dice Di Maio

Questa domenica ci occupiamo di politica, conversando con Marco Di Maio, trentotto anni, forlivese. Lo frequento da quando era un giovane giornalista animato da idee innovative. Nel 2003 fondò il portale on line “Romagna oggi”. È stato due volte deputato, candidato in entrambe le occasioni dal Pd. La seconda volta, nel 2018, fu l’unico, nel Pd romagnolo, assieme al collega ravennate Alberto Pagani, a vincere la battaglia per la Camera nel collegio uninominale. Meno di due anni dopo, Marco Di Maio, riferimento indiscusso del centro sinistra, traslocò nella pattuglia renziana. Sorpresa e strappo nei rapporti furono grandi. La ferita, nel corpo dell’elettorato dem, non è sanata. DI Maio è uomo di garbo e preparazione; tutti coloro che hanno rapporti con lui, a cominciare dai sindaci e dagli amministratori, lo riconoscono. Eppure, il solco resta. Una vicenda di confine tra passioni politiche e sentimenti, costituirebbe materia per un racconto intimista denso di suggestioni, ma di politica dobbiamo parlare. Partendo da quando il centro sinistra perse la guida di Forlì, circostanza ritenuta impossibile solo un paio d’anni prima. L’universo dem romagnolo venne scosso da quella notizia, successivamente mostrò d’aver imparato la lezione. Da allora, dal giugno 2019, le alleanze vaste proposte dal Pd hanno prevalso costantemente nelle competizioni amministrative principali. 

Nel giugno del 2018 intervistai Davide Drei, sindaco di Forlì, a “Salotto blu”. Annunciò che il Pd non lo avrebbe ricandidato, l’anno successivo. Mi trovai di fronte un uomo onesto e orgoglioso ma ferito. In privato mi disse che fosti tu a dargli la notizia. 

Gli avevo comunicato l’esito di un sondaggio commissionato dal Pd che lo vedeva perdente in una sfida con il centro destra. Gli ero amico, dissi quel che altri non ebbero il coraggio di dirgli. Fu, quella di non ricandidarlo, scelta che non condividevo e che, di fatto, esprimeva un giudizio negativo sull’operato della amministrazione comunale. Una specie di suicidio politico. Per la terza volta consecutiva il centro sinistra forlivese non ricandidava il proprio sindaco; era avvenuto con Nadia Masini e con Roberto Balzani.  

Tu eri il parlamentare locale di quel partito…

È vero, ma non avevo osteggiato il sindaco. Davide, fin dall’inizio del suo mandato, aveva subito attacchi dal partito e dal gruppo consigliare. Fece anche qualche errore, in mezzo a tante cose buone. Ma in quel clima sarebbe stato difficile per chiunque fare meglio. Tanto è vero che l’attuale amministrazione forlivese sta portando avanti alcune delle iniziative di Drei, ad esempio la Facoltà di medicina. È un merito che va riconosciuto al sindaco Zattini ma anche al suo predecessore, il cui lavoro andrebbe rivalutato. Quella parte del Pd che osteggiava Drei era scettica sulla facoltà di medicina, era scettica sull’aeroporto…

Per il dopo Drei si fece il tuo nome, c’è chi sostiene che il tuo rifiuto portò alla storica sconfitta del centro sinistra, nel 2019.

Mettiamo qualche puntino sulle i. C’è un episodio che dovresti ricordare. Era il 14 luglio del 2018, eri venuto ad intervistare Maria Elena Boschi alla festa del Pd forlivese. Risposi a una tua domanda, spiegando che ritenevo non praticabile una mia candidatura a sindaco: ero stato da pochi mesi rieletto deputato. Mancava un anno alle comunali di Forlì, il Pd, dopo quel mio annuncio, dato davanti a centinaia di persone, che la stampa rilanciò, aveva tutto il tempo per preparare una candidatura autorevole.

Ti venne effettivamente chiesto di candidarti?

Si, ma solo nella primavera del 2019, quando altre candidature erano tramontate a causa di veti incrociati e dopo la rinuncia di Gabriele Zelli, che per qualche mese era stato “in pista”. Dentro il Pd, coloro che non mi avevano sostenuto nella campagna elettorale politica avrebbero fatto lo stesso in quella amministrativa.  La richiesta veniva da chi ormai prevedeva una sconfitta, della quale sarei stato additato come il responsabile.

Negli ultimi due anni in Romagna si è votato per il sindaco in tutte le principali città: Forlì, Cesena, Rimini, Ravenna, Faenza, Cervia, Cesenatico, Lugo, Cattolica. Il Pd ha vinto dappertutto, anche dove pareva avere difficoltà. Ha perso solo a Forlì. Significa qualcosa?

Hanno inciso due situazioni. I dissidi interni al Pd e la presentazione di Gianluca Zattini, appoggiato dal centro destra ma che è riconosciuto come moderato. Credo che una candidatura similare alla sua avrebbe consentito risultati migliori al centro destra anche a Rimini o a Cesena. 

Tra poco più di due anni a Forlì si voterà di nuovo. Il Comune è contendibile da parte del centro sinistra?

Oggi non lo sarebbe. La giunta attuale, portando avanti i programmi iniziati da Drei, e ancor prima da Roberto Balzani, si sta muovendo su un solco sicuro. Se l’assessore Casara porta avanti politiche educative efficaci, seppur delineate in passato, se Zattini continua su università, aeroporto e fondazione, a muoversi come facevano i suoi predecessori, è nota di merito. Fossi in consiglio comunale, pur non avendo nulla da spartire con la destra, su temi del genere li appoggerei. Al Pd, per rimettersi in gioco, servirebbe una candidatura forte a sindaco e la capacità di rinunciare ad una modalità di opposizione che talvolta appare ideologica. Mancano due anni, un lasso di tempo in cui possono succedere tante cose…

Enzo Lattuca ha chiamato alla vicepresidenza della provincia Valentina Ancarani, consigliere comunale a Forlì ed ex segretaria del Pd. C’è un nesso con la situazione forlivese?

Probabilmente sì. Andavano pacificate questioni interne al Pd forlivese, senza dimenticare la rinuncia di Daniele Valbonesi a “correre” per la presidenza. Inoltre, forse, con l’indicazione di Valentina, che da consigliere provinciale ha fatto bene, si profila anche una possibile candidatura a sindaco di Forlì. Non ho notizie dall’interno del Pd ma non escluderei una opzione simile.

A proposito di signore: il Pd non si sta scapicollando per riconfermare Marianna Tonellato a sindaca di Castrocaro, ove tra qualche mese si vota.

Un errore. Simile a quello fatto dal Pd con Davide Drei a Forlì e con Gabriele Fratto a Bertinoro. Non si può delegittimare il proprio sindaco, se non esistono gravi motivi politici o di comportamenti personali. Marianna va sostenuta, ha fatto bene, anche durante i due difficilissimi anni di tempesta Covid.

Volgiamo lo sguardo alla intera Romagna. Iniziative come “Romagna next” sono efficaci?

Non ho dubbi che lo siano. E non ho dubbi che città e territori romagnoli potranno avvantaggiarsi delle ingenti risorse finanziarie che stanno arrivando dall’Europa. Anche se gli interventi andrebbero coordinati attraverso una solida cabina di regia.

Costituita come?

Occorre tornare a ragionare di una provincia unica della Romagna. Va benissimo che a ciascuna città arrivino soldi da spendere. Ma si deve cogliere l’imperdibile occasione offerta dai fondi europei per mettere a punto opere che tanto si attendono, utili alla intera Romagna. Penso alle grandi infrastrutture stradali, all’alta velocità, ad esempio. Senza un soggetto condiviso, con facoltà di decidere, difficilmente si realizzeranno.

Andiamo alla politica nazionale, partendo dalla tua scelta. Perché abbandonasti il Partito democratico?

Non me la sentivo di condividere una alleanza con i cinque stelle. Inutile elencare le tante cose che mi dividono dai grillini. Alleandosi con loro, il Pd ha smesso di puntare al riformismo, si è imparentato al populismo e al giustizialismo. L’annunciato ritorno di D’Alema nel Pd lo conferma. Oggi il Pd è tornato, di fatto, ad essere il partito dei democratici di sinistra e la sua proposta al Paese è quella di una alleanza organica con i cinque stelle. La scelta mi è costata molto sul piano politico e umano, ma mi ha consentito libertà di giudizio ed espressione.

Quando nacque Italia Viva, Sergio Pizzolante, a “Salotto blu”, spiegò che il vostro obbiettivo era attestarsi al dieci per cento dell’elettorato. Lo dico senza ironia, qualcosa vi deve essere andato storto…

Italia Viva è stata oggetto, un mese dopo la sua nascita, di una aggressione mediatica e giudiziaria senza precedenti. Duecento finanzieri sono entrati in azione di notte per perquisire la fondazione “Open” e gli uffici di chi aveva contribuito, anche solo con duemila euro. Siamo stati dipinti come fossimo la banda della Magliana, tanta gente si è intimorita…

Resta che, con il due/tre per cento, un progetto politico non può decollare.

Conta anche quel che si è fatto. Italia Viva ha prima impedito a Salvini di ottenere i pieni poteri che chiedeva, poi ha fatto si che arrivasse Draghi al posto di Conte. Allora il Pd si strinse attorno a Conte, oggi santifica Draghi. Probabilmente abbiamo anche fatto errori, ma i sondaggi lontani dalle elezioni contano poco. E, in Parlamento, ci si sta muovendo per creare un raggruppamento di chi non si riconosce né nella destra né nei grillini. La politica non è immobile. Pensiamo ci sia una vasta fascia di elettorato attualmente non rappresentata, che spesso si rifugia nel non voto, che intende ragionare e non si riconosce nei populismi. Al Paese serve una opzione del genere, anche senza grandi percentuali.

C’entra, tutto questo, con la partita che si gioca per il Quirinale?

L’elezione del Presidente della Repubblica ha sempre risvolti. La maggioranza che lo elegge potrebbe trasformarsi in maggioranza politica. Per formare un governo, oppure per presentarsi unita ad una competizione elettorale. Aprendo scenari che al momento possono apparire imperscrutabili.

Si parla di un partito unico tra Italia Viva e Coraggio Italia, gruppo nel quale sono confluiti recentemente due deputati romagnoli. Carlo De Girolamo, eletto tra i cinque stelle e Simona Vietina ex Forza Italia. Hanno, consentimelo, storie politiche molto diverse dalla tua. 

Sono colleghi che rispetto e con cui ho cordialità. Magari dovresti porre il quesito a loro. Sarebbero loro, eventualmente, a dover condividere principi del riformismo non presenti nei loro precedenti schieramenti. Comunque, non credo che si farà un partito unico tra Italia Viva e Coraggio Italia. Non escludo, invece, un possibile accordo su singole questioni o su un progetto condiviso da proporre al Paese.

Si dice che Italia Viva potrebbe svoltare a destra. Tu ci saresti ancora?

Non ci sarei più se Italia Viva diventasse alleata di Salvini e di Meloni, che non hanno mai smesso di strizzare l’occhio ai no vax, tanto per spiegare la differenza tra noi e loro. Ma neppure se stringesse alleanza con i cinque stelle. Ma non succederà né l’una né l’altra cosa.  La possibilità di collaborare è con chi crede nell’Europa, nei vaccini, nel lavoro e non del reddito di cittadinanza, per semplificare. 

Vado sul pratico. Al massimo tra un anno o poco più, si voterà. In Romagna i parlamentari si ridurranno drasticamente. Dai collegi uninominali usciranno tre deputati e un senatore, qualcun altro dal listino sub regionale. Ci sarà, realisticamente, spazio per una candidatura di Italia Viva?

Si, nel listino proporzionale. Anche con discrete possibilità di successo, ritengo. Quindi, se è questo che vuoi sapere, non escludo una mia candidatura. E penso che tale eventualità possa essere nei programmi di Italia Viva. Però davanti a questa ipotesi metto un robusto forse…

Spiega il forse, se ti va.

Ho trentotto anni, ho fatto una esperienza meravigliosa che non posso illudermi di poter continuare per tutta la vita. Ho idee da sviluppare, nell’ambito imprenditoriale e in quello giornalistico. E non posso rischiare d’arrivare troppo lungo per costruire il futuro. Vedremo: ho qualche mese per prendere una decisione

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Marco Di Maio, i retroscena della sua uscita dal Pd e la sua ricandidatura "con un robusto forse"

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