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Sabato, 4 Febbraio 2023
La domenica del villaggio

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

I maestri: Mattia Altini, un medico-manager per rinnovare la sanità

Lo conobbi una decina di anni fa all’Irst, ero andato per incontrare Dino Amadori, formidabile medico e organizzatore, inventore dell’Istituto Oncologico Romagnolo e tenace fondatore dell’Irst

A dirla tutta, un signore di soli quarantotto anni, per quanto brillante, non avrebbe sufficiente anzianità per essere inserito nella finestra riservata ai maestri di questa rubrica domenicale. Se però è laureato in medicina, ha conseguito un paio di master ad Harward e a Chicago, è stato Direttore Sanitario dell’Irst, faro riconosciuto per cura e ricerca sul cancro, se è stato Direttore Sanitario dell’Ausl unica della Romagna, se da qualche settimana è responsabile della assistenza ospedaliera della intera Emilia Romagna e se, per giunta, è Presidente nazionale dei medici-manager, la finestra gliela devi aprire. Anche perché Mattia Altini, asciutto, agile, rischi che la finestra la scavalchi e poi chi sa cosa ti combina.

Lo conobbi una decina di anni fa all’Irst, ero andato per incontrare Dino Amadori, formidabile medico e organizzatore, inventore dell’Istituto Oncologico Romagnolo e tenace fondatore dell’Irst. Uno di cui si parlerà ancora tra cento anni. Sapevo qualcosa di Altini (sposato, tre figli, cattolico di ferro, patriota della famiglia, gentilezza innata e rara), ma per me era un manager come altri. Poi, quel giorno, lo trovai a fianco di Amadori. Altini gli dava del lei e lo chiamava prof, Amadori lo chiamava per nome. Ora, dovete sapere che Amadori affiancava ad una visione cosmopolita della scienza e dell’umanesimo, la prudenza nei rapporti tipica del montanaro. Era nato povero, a Corniolo, ancora bambino aveva dovuto lasciar la famiglia per studiare in luoghi e convitti diversi, fino al Collegio Irnerio di Bologna,  ostello per studenti eccezionali e di modeste possibilità economiche, luogo d’incontro di intelligenze scientifiche, matematiche, letterarie.

Dopo quel peregrinare,  tratto distintivo di Amadori era la capacità di battezzare le persone. Amadori era inizialmente circospetto nel chiedere e nel dare, per poi risultare generoso in seguito. Dunque, la fiducia affettuosa che concedeva ad Altini mi incuriosì. Da allora, so di Altini molte più cose. Conosco la sua riconoscenza per il prof e, diciamolo, la riconoscenza è valore pericolosamente in estinzione. Poi ne ho capito  la spontaneità, la curiosità per persone e idee, il senso avventuroso di una esistenza in divenire e, infine, un attaccamento al potere di modesta intensità. Non è uno disposto a spararti per prendere il tuo posto. Il che, in certi ambienti, non è scontato.

Per questa conversazione gli ho telefonato ieri, sabato; ho intuito che durante la settimana non gli pare bello investire il tempo per cui è pagato in un’intervista. E qui si potrebbe riflettere: penso che se i manager parlassero di più, parecchia gente si farebbe un’idea migliore della sanità pubblica. Che è, specialmente dalle nostre parti, qualcosa da sostenere con orgoglio, magari da migliorare, non da demonizzare. 

Mattia, da dove vieni?
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Da Forlì, da una famiglia semplice, figlio unico. Mamma casalinga, babbo tecnico, prima alla Galotti di Castrocaro poi alla Extracolor, dopo essere stato sotto ufficiale in Marina a sedici anni. Morì troppo presto, quando avevo diciannove anni".  

Circostanza che, immagino, avrà pesato…
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Certo. La nostra era famiglia minuscola, i miei genitori non avevano fratelli o sorelle, ma eravamo inseriti nel mondo cattolico. Ci fu, pertanto, chi si strinse a noi, anche per trovarmi un impiego, magari in banca. Io, però, volevo iscrivermi a medicina. Mio nonno materno, Edgardo Albonetti, mi confortò: vai avanti ma impegnati al massimo, a te ci penso io. Per me fu un sollievo ma anche la responsabilità di fare al meglio. Forse, è stato mio nonno la figura di riferimento, se mi guardo indietro". 

Presiedi la Società italiana di leadership e management, sei stato confermato per i prossimi tre anni. Che tipo di istituto è?
"Nacque da una intuizione del prof Walter Ricciardi,  raccoglieva inizialmente medici- manager della sanità. Il tema era, ed è, quello di identificare un luogo di confronto, di scambio di esperienze, idoneo a superare i comparti all’interno dei sistemi sanitari. Ho chiesto ed ottenuto di cambiare lo statuto per allargare la partecipazione a professioni sanitarie diverse da quella del medico. Obbiettivo deve essere la centralità del paziente, a favore del quale far convergere competenze diverse". 

Perché non hai fatto il medico?
"Quando mi iscrissi, ovviamente, a quello pensavo. Ma la mia esperienza universitaria è stata particolare, sono stato per sei anni rappresentante degli studenti in seno al consiglio di Ateneo, di cui Rettore era un uomo di visione superiore come Fabio Roversi Monaco.  E’ stata, quella, oltre che un onore, straordinaria occasione per capire che un medico, meglio di altri, avrebbe potuto rapportarsi con  i colleghi per definire organizzazione e qualità dei servizi".

A proposito di manager e decisioni, un tempo le Asl erano guidate da consigli composti da politici locali. Adesso la politica che ruolo gioca?
"E’ fondamentale, il sistema sanitario è sostenibile solo e fino a quando la politica lo vuole. Ricordi la metafora calcistica di Boskov, 'è rigore quando arbitro fischia'? La politica decide quanto valore dare all’oggetto salute pubblica e interpreta le continue necessità di cambiamento. E talvolta si tratta di cambiamenti epocali, quindi si tratta di decisioni molto importanti. Che spettano alla politica, noi forniamo informazioni, esprimiamo pareri, ma è chi è stato eletto democraticamente a decidere. 

Nel rapporto manager-politica funziona tutto per il verso giusto?
"Talvolta la politica appare schiacciata sulla ricerca del consenso immediato, mentre i cambiamenti indirizzati al futuro non di rado creano scontento, non solo tra la gente ma anche tra gli addetti ai lavori. Il che può creare corti circuiti, ritardare o allontanare decisioni. Ma questa, oggettivamente, non è la regola, conosco molti esempi di politica responsabile". 

Voi manager pensate solo a efficienza e costi o anche alla solitudine, al senso di impotenza di tanti che approcciano alla sanità senza aver potere, governati dall’ansia?
"Personalmente sono abituato a ricordare a me stesso quotidianamente perché la comunità mi paga lo stipendio: per rispondere ai bisogni di tutti. Poi, so bene che il bisogno è infinito e che, invece, le risorse sono limitate. Quindi, dalle risorse date devo devo trarre il meglio possibile a favore del maggior numero di persone".

Una volta, in un bar a San Piero in Bagno, Dino Amadori mi disse: “senza l’aiuto della gente non sarei neppure riuscito a diventare medico, non l’ho mai dimenticato”. Oggi, per un manager, superato un certo tetto di reddito, si può rischiare di perdere contatto con la gente?
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Il contatto lo si può perdere indipendentemente dal reddito conseguito. Credo che la questione stia nella domanda da farsi ogni giorno: perché siamo qui? E in quel che ho detto prima: noi sappiamo qual è il nostro compito".

Perchè mancano i medici?
"Perché il Paese, in modo dissennato, ha svolto la pianificazione strategica dandosi il risparmio come obiettivo primario. Anche in riferimento a una professione, quella di medico, che prevede un percorso di studi di dieci anni. Quando, al fine, ti sei accorto che hai sbagliato tutto e che di medici non ne hai a sufficienza, ti sei accorto anche che un medico non lo produci con la stampante “Tre D” ma che servono come minimo dieci anni per rimediare all’errore.

Nelle zone collinari e montane nessuno vuole più andare a fare il medico. Come la rimediamo?
"Decidessi io, con provvedimenti straordinari dettati dalla logica e dalla esperienza di quel che accade nel mondo. Nelle zone di disagio devi pagare le persone diversamente da dove ci sono servizi comodi, se vuoi che si trasferiscano lì, magari assieme alle famiglie. I medici nel nord del Canada, dove fa freddo e la socialità  è diversa, guadagnano il trenta per cento in più dei colleghi di altre zone. Detto che le nostre colline sono meravigliose, che non sono certo luoghi estremi, se un medico si rende disponibile ad andare dove ci sono meno comodità deve essere premiato".

In era covid ho affrontato una delicata operazione chirurgica e anche altro, ho frequentato l’ospedale Pierantoni per un anno. Gli eroismi di medici, infermieri, di tutto il personale, raccontati dai giornali, li avevo davanti agli occhi. Se penso a quel che ho visto fare a quelle ragazze e a quei ragazzi mi commuovo. Non è che voi manager ve ne siate dimenticati?
"Assolutamente no. Abbiamo visto quel che hai visto tu e forse di più, e sostenuto il loro impegno. Oggi siamo a un bivio: se non mettiamo risorse concrete a favore di quelle professioni e di quella gente, la narrazione degli eroi rimane narrazione epica e basta. E loro avrebbero ragione a sentirsi dimenticati".

A proposito di professioni, in quel periodo ho scoperto mestieri ignoti ai più, come logopedisti e ortottisti, senza i quali, però, la gente è persa. Ho il sospetto che voi manager li consideriate professionisti secondari.
"Non è così e aggiungo che non ci sono solo loro ma anche altri professionisti e tecnici che lavorano in ambiti meno conosciuti di altri. E’ gente da valorizzare e coinvolgere. La sanità cambia, serve maggiore multidisciplinarietà, i medici non possono fare tutto. Le professioni sanitarie, tutte, devono aumentare il  proprio livello di autonomia e responsabilità. E vedrai che sarà così, la strada è quella ed è l’unica praticabile".

La famosa e agognata medicina di territorio. Ammesso che esista, perché io non saprei dove cercarla e non so cosa fa?
"La verità è che l’abbiamo teorizzata da sempre ma mai realizzata, a onor del vero in Emilia Romagna c’abbiamo provato più che altrove, abbiamo raggiunto obbiettivi ma molti altri vanno perseguiti. Il mondo della sanità è rimasto ovunque, in parte anche da noi, “Ospedalecentrico”, utilizzo questa bruttissima espressione per farmi capire. Ma non va bene serve cambiare. E vuoi sapere una cosa che ti stupirà?"

Alla mia età ogni sorpresa è una gioia.
"La pandemia, con il suo drammatico impatto sulle nostre strutture, ha svolto, paradossalmente, funzione di acceleratore d’impresa. Lo affermo sperando che questa immagine non appaia cinica. Abbiamo capito, sbattendoci il muso, che molte cose che facciamo in ospedale potrebbero essere fatte,  forse addirittura meglio e più utilmente, altrove".

Ci fai un solo esempio, uno facile facile, che posso capirlo anch’io?
"Per sottoporsi a una chemioterapia orale, che si fa ingerendo bustine,  non deve essere necessario andare all’Irst. Lo si può fare nella casa della salute di Forlimpopoli, avendo a disposizione un medico, due infermiere e una farmacista ospedaliera. Si potrebbe dare un ottimo servizio, in collegamento con la oncologia. La stessa  equipe la potemmo allocare a Santa Sofia, Civitellla, ovunque, con identici risultati".

Ho capito anch’io, buon segno. Cambio argomento. Le Asl sono macchine potentissime, perché non si sforzano di raccontarsi adeguatamente?
"La cultura dell’attenzione alla persona, quella che la colloca al centro della intera attività della azienda sanitaria, ha necessitato tempi di maturazione. E non tutte le persone che si occupano di sanità hanno identico percorso culturale. Ma è vero che il cambiamento strategico, indirizzato alla persona e ai suoi bisogni, impone un cambiamento anche dei rapporti con il mondo esterno che, nel frattempo, è a sua volta cambiato. Si, sintetizzando, potremmo e forse dobbiamo raccontarci meglio".

La regionalizzazione della sanità ha accentuato differenze tra chi ha e chi non ha. Va  bene così?
"Intendiamoci, l’avvicinamento dei servizi ai cittadini è cosa buona, è un risultato che non possiamo perdere e neppure mettere in discussione. Però per avere autonomia davvero forte, che aiuti ciascuna Regione a migliorare i propri servizi, serve uno Stato forte e un Ministero della salute forte. Altrimenti è inevitabile, chi è più bravo accentua le differenze con altri e a soffrirne sono i cittadini delle Regioni più deboli".

Rafforzo il concetto con un esempio. Sei stato Direttore sanitario dell’Irst. Abito a Meldola, osservo i pellegrinaggi della speranza all’Irst da tante  parti d’Italia. E’ accettabile che il cancro in un altra Regione faccia più paura?
"No. E’ bene che le eccellenze del Paese ci siano ma che un italiano debba fare mille chilometri per trovare un’ eccellenza è inaccettabile. Torno alla questione del Ministero forte, della programmazione. Altrimenti i migliori danno il meglio di se stessi in una visione localistica, ed è naturale. Oppure se ne vanno".

E’ in corso una accelerazione del sistema?
"Si, siamo giunti ad una svolta, a cambiamenti epocali. Al di la di qualche giudizio improvvisato, e anche di qualche errore effettivamente compiuto, la macchina della sanità pubblica in Emilia Romagna ha funzionato in modo adeguato. Non fosse così non costituiremmo modello studiato. Ma molte cose sono cambiate all’esterno, rapidamente. Se cambiano le domande debbono cambiare le risposte".

Ringrazio Mattia Altini. Buona domenica, alla prossima.

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