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La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

Il problema di quanto guadagnano i sindaci. E di quali garanzie necessitano

Ai giorni nostri l’idea che la politica serva a far carriera non ha bisogno di cantautori per propagarsi, anche facendo talvolta d’ogni erba un fascio

“Una politica che è solo far carriera”. Con questo lapidaria immagine, inserita  nel testo della celebre “Dio è morto”, nel 1965 Francesco Guccini gettò un pesante sasso nello stagno della musica e in quello della politica. Al tempo, nella Italia del boom economico e della glorificazione dei partiti costituenti, far politica era considerata attività prestigiosa, forse la più nobile. Va detto che la selezione era seria, accurata: emergevi all’interno dei partiti solo se avevi attributi, statura, impegno. Chi aveva cariche elettive non era, dunque, abituato a essere messo alla berlina ma a riscuotere rispetto, talvolta deferenza. Pertanto la classe politica, di destra, centro e sinistra, non gradì: la canzone venne censurata dalla Rai e accusata, formalmente, di blasfemia. Ma poiché la radio vaticana, che aveva colto il messaggio provocatorio ma salvifico della canzone, la trasmise incessantemente, la scusa non resse a lungo. I permalosi politici se ne dovettero fare una ragione, tanto più che i juke box, presenti in ogni dove, diffondevano i versi gucciniani, e il rock che li accompagnava, trasferendoli rapidamente nell’immaginario collettivo nazionale.

Ai giorni nostri l’idea che la politica serva a far carriera non ha bisogno di cantautori per propagarsi, anche facendo talvolta d’ogni erba un fascio. Ad esempio, a lungo s’è dato per acquisito che chi diventava sindaco sarebbe poi stato accompagnato dai partiti verso rassicuranti lidi professionali. Fino a un decennio fa era, effettivamente, così: nessuno, al termine del mandato, veniva lasciato per strada. Poi le cose sono cambiate. La forza diminuita dei partiti, lo sguardo severo della opinione pubblica, l’indebolimento di associazioni ed enti collaterali in grado di offrire asilo: fattori che fanno si che destini un tempo garantiti risultino precari. Quanto meno nella maggioranza dei casi; esempi contrari, pur eclatanti, non costituiscono  più tendenza dominante. 
Sull’argomento ho sentito in queste ore due giovani sindaci, dei quali conosco la schiettezza di ragionamento, operanti in luoghi diversi della Romagna.
A Sarsina, tremila settecento abitanti, splendore collinare e cultura plautina, è sindaco Enrico Cangini, area Forza Italia, eletto nel 2018 a ventitre anni. Lo stipendio di sindaco è, per dodici mesi, di 1400  euro al mese. Abilitato, dopo la laurea, alla professione di commercialista, Enrico è simpatico per inclinazione: 

“Il benvenuto me lo dette Gino Paoli, in concerto a Sarsina poco dopo la mia elezione. Mi squadrò e sentenziò: il sindaco lo fanno fare ai giovani perché i vecchi hanno capito che è una fregatura”. In realtà Cangini è contento della esperienza: “ho  consapevolezza che si tratta di una parentesi. Ti offre visibilità, gratificazioni, relazioni. Che, diciamolo, un giorno potrebbero tornare utili. In cambio ti chiede tanto: impegno totale, tensioni, responsabilità. Tanto per dire, abbiamo capito, in tempo di Covid, cosa significa essere la massima autorità sanitaria del Comune. Svolgere contemporaneamente un mestiere, se possibile, ti da equilibrio. Ma ci vuole soprattutto passione: sono consigliere nazionale della Associazione dei comuni italiani, ho letto una recente statistica: in Italia i sindaci “under 35” sono molti di meno di quanti fossero dieci anni fa. Significa che si è più prudenti nell’assumere responsabilità”.

A Castel Bolognese, 9.600 abitanti, provincia di Ravenna sull’asse della via Emilia, è invece sindaco Luca Della Gudenza, area Pd, trentadue anni. Carattere deciso, assicuratore per mestiere, il suo stipendio di sindaco è 1800 euro al mese per dodici mesi. Luca non si crogiola nei dubbi, è sorridente: 
“Vivo questa esperienza con entusiasmo, la considero parte di un percorso di crescita che sarà utile alla mia vita. Con il privilegio di far mia l’emozione di tante esistenze diverse con le quali entro in contatto intimamente, il sindaco dispone di un osservatorio privilegiato. Al futuro guardo con ottimismo, potrò mettere in gioco competenze complesse e relazioni; per di più, al momento, non mi pare neppure di lavorare. Consiglio a tutti di fare il sindaco da giovani, pur sapendo che è un impegno senza orari, con tante responsabilità, con molti rischi. E che talvolta ti mette di fronte al dolore, all’ansia: quello che abbiamo vissuto con il Covid lo testimonia”.

Ragazzi che corrono verso il futuro senza paura di farsi male. L’adrenalina di un primo cittadino, del resto, è costantemente a mille, come piloti alla guida di bolidi. Ricordo persone nel pieno di carriere politiche prestigiose, Widmer Mercatali o Damiano Zoffoli o Lorenzo Cappelli, per fare solo qualche esempio, confidarmi il rimpianto dei tempi in cui erano stati sindaci. Ma il problema resta, l’adrenalina solleva il morale ma per amministrare serve rigore e un minimo di tranquillità. Infatti qualche mese fa i sindaci romagnoli hanno manifestato a Roma, assieme a tanti colleghi, per ottenere maggiori tutele e ponendo pure, con garbo, questioni economiche. Non senza ragioni: il rischio di scivolare in una questione giudiziaria, che ti rovina senza che tu abbia avuto intenzione, è dietro l’angolo. Anche la questione dei soldi, mettendo da parte la retorica anti casta, esiste: non tanto per l’entità (milleottocento euro sono più di quelli che percepisce un giovane manager, un farmacista dipendente, un operaio, un insegnante, etc) quanto per la precarietà della situazione. Senza contare che nei Comuni più piccoli lo stipendio scende a cinque-seicento euro al mese. Si dirà: non glielo ha ordinato il medico di farlo. E però, eccepisco: se nessuno lo fa più chiudiamo le comunità locali oppure le fondiamo a grappoli, in una marmellata indigeribile, come ogni tanto si mette in testa di fare la Regione? 

Che, a proposito, mi sovviene quanto successo tempo addietro. Il sindaco d’un Comune propone un bel giorno la fusione con il Comune contiguo. Un fulmine a ciel sereno. Non è procedura semplice, sarebbero tradizioni millenarie e organizzazioni complesse a essere messe in discussione. Tra gli osservatori c’è, dunque, sorpresa e il sentore che non si farà nulla. Ma la panna monta anche perché la Regione, in una delle sue fasi di meravigliosa onnipotenza, caldeggia l’ipotesi e, anzi, dichiara d’essere disposta a metterci quattrini. Intanto più d’uno, malignamente, fa notare che il sindaco in questione è al secondo mandato: non è rieleggibile ma, nella eventuale comunità allargata frutto della fusione lo sarebbe, e con poteri ovviamente aumentati. Comunque, tra chiacchiere da bar e dibattiti, il tempo scivola, lentamente ma inesorabilmente, fino alle elezioni. Il nuovo sindaco, che di fronte ha potenzialmente un decennio di mandato, s’affretta a dichiarare che la questione fusione non è più in agenda e che ciascuno rimane a casa sua. Amen, nessuno da allora ne ha più parlato. Dio non era morto ma s’era, forse, preso un raffreddore. 

Folclore a parte, quella delle tutele, anche giuridiche, da offrire ai sindaci è questione seria. E più i comuni sono di piccole dimensioni più è decisiva: in quelli grandi staff professionali guardano le spalle al primo cittadino. I sindaci “piccoli” possono, invece, scivolare ogni giorno su una buccia di banana; tanto più che una politica nazionale miope ha, di fatto, cancellato le province, che offrivano ai comuni assistenza e consulenza. Siamo tutti orgogliosi delle nostre comunità, ne vantiamo specificità, tradizioni, dolcezza del vivere; ma dobbiamo rammentare che senza un tizio, o una tizia, che per passione,  ambizione, senso civico, smania di palcoscenico o qualsiasi altra motivazione, sia disposto a vestire la fascia tricolore, prima o poi chiuderanno bottega. O finiranno, come le parrocchie, malinconicamente accorpate. Poi ci sarebbe la faccenda delle facilitazioni da offrire alle piccole comunità. Ne riparleremo.      
Buona Domenica, alla prossima. 

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