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Martedì, 18 Gennaio 2022
La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

Amo la Romagna, cosa ci posso fare?

La domenica del villaggio

Ritratti di donne della terra di Romagna: storie di ordinaria femminilità

Le donne costituiscono la spina dorsale della società. Non solo della famiglia, come un tempo si diceva, finendo per recintare ruolo e aspirazioni femminili

Le donne costituiscono la spina dorsale della società. Non solo della famiglia, come un tempo si diceva, finendo per recintare ruolo e aspirazioni femminili. In questa rubrica che si occupa di temi vari proporrò, dunque, ogni tanto, ritratti di donne della nostra terra. Persone che svolgono una vita normale ma importantissima, come lo è quella di ogni donna. Ci ritroveremo in luoghi e ambienti diversi e affascinanti. A pensarci, l’aggettivo affascinante, e l’idea di diversità, calzano perfettamente alle donne della piccola, cosmopolita, nazione che chiamiamo Romagna.

Maria Concetta Nanni: sulla montagna con amore

Il primo incontro è a Corniolo, borgo incastonato, a seicento metri d’altitudine, nel cuore della foresta più estesa d’Europa, patrimonio dell’umanità per Unesco. Una quindicina di chilometri oltre, al Passo della Calla, Romagna e salita finiscono, cominciano discesa e Toscana. Il verde del bosco è talmente intenso da ipnotizzare, il silenzio è ristoro, l’aria frizzante ringiovanisce. La gente parla il giusto e mai per dire cattiverie: la montagna insegna la condivisione, non il tiro al bersaglio.  
Se ci sei stato un giorno, Corniolo non lo dimentichi. Se ci sei nato fai di tutto per non lasciarlo. Infatti, Concetta, apprezzatissimo chirurgo oculista, ha operato per decenni all’ospedale Pierantoni facendo su e giù in auto ogni santo giorno. Dismettendo sul nascere la pur ragionevole idea di prendere casa in pianura.

Con un marito complice, Renato Olivieri, professore, e tre belle ragazze da crescere. Con sveglie antelucane affrontate con l’identico sorriso con cui accoglie i pazienti in reparto.  Lei tende a semplificare: “se abitassi a Milano per andare al lavoro ci metterei di più. A lungo ho fatto il viaggio assieme agli amici Tiziana e Paolino, sentendo musica e chiacchierando”. Detto che i tre compari hanno, dunque, praticato il “car sharing” ben prima che qualche manager cominciasse a chiamarlo così, resta che per il tragitto di sola andata serve un’oretta buona. Senza contare inverno, ghiaccio, neve, buio e tornanti secchi. Però quel che Concetta annota è altro: “Per noi di montagna il disagio comincia a dieci anni. Per studiare dovemmo trasferirci, come fece per primo Dino Amadori, anch’egli di Corniolo”. Al grande Dino, fondatore dell’Istituto Oncologico e dell’Irst, ho dedicato la rubrica dello scorso 20 giugno, se vi va potete rileggerla. 

E, dunque, da adolescente Concetta va in collegio a Lugo, dalle suore Salesie. “Non si stava affatto male, le suore erano affettuose, ci permettevano perfino di fumare. Certo, in epoca di minigonna dominante, noi avevamo sottane alla caviglia e talvolta i calzini. Ma è stata una gran scuola di vita, ti rimane. Quella disciplina m’è servita tanto. Ero bionda, alta, mi piaceva tenere i capelli sciolti ma ci si doveva far le trecce. Mio marito m’ha conosciuta con le trecce, mi son sempre chiesta cos’ha visto in me”. 
Concetta è serena, costantemente motivata, la solida fede cristiana incide. Non ha, di fatto, mai lasciato la grande casa di famiglia in cui crebbe assieme ai fratelli Emilio e Teodorico. Emilio, per tutti “Lillo”, se l’è portato via un male l’anno scorso: era stato manager in luoghi diversi, divulgatore culturale, colonna della Democrazia Cristiana. Teodorico vive a Ferrara, è imprenditore e pure ambasciatore in Georgia per l’Ordine di Malta, impegnato in opere di sostegno a poveri e malati terminali. Gente laboriosa, i Nanni, e attaccatissima. Concetta, cuoca allegra, raduna regolarmente le figlie, figli e figlie dei fratelli, le cognate, etc, per tavolate ove imperano risate e programmi per il futuro. 

Lei è una battutista, non la senti mai ricordare il fatto d’essere professionista di primo livello, d’aver salvato la vista di centinaia di persone. Le estorci solo riflessioni così: “Ho sempre voluto diventare medico. Devi starci attenta, quando si tratta degli occhi le persone si sentono indifese, bisogna star loro vicino. Talvolta prenderle per mano serve più d’un farmaco”. Chi la conosce dice che fa squadra, lei afferma: “Mi son sempre trovata bene con i colleghi. Anche quando, dopo la laurea, ho fatto per otto anni la guardia nei pronto soccorso, grande scuola. In corsia, poi, ho capito che, con il dovuto rispetto per i manager della sanità, sono medici e infermieri a far funzionare le cose. Sta nel loro attaccamento al mestiere il segreto”.  

Concetta s’infervora, invece, se parla di Corniolo: “abbiamo tanto bisogno che la gente parli della nostra comunità, s’interessi. Un tempo eravamo millecinquecento, siamo rimasti duecentocinquanta. Tutti ci diamo da fare con iniziative, se la gente viene da noi ce la facciamo, altrimenti no”. Lei ci mette del suo, e come. Scomparso Lillo, ne continua l’opera con l’associazione intitolata al pontefice Pasquale II°, che era di queste parti e giunse al Soglio attorno al millecento. L’associazione promuove storia, cultura, musica, ambiente. Ci si riunisce attorno alla splendida chiesa di San Pietro in Corniolo. Quando le telefono per questo pezzo, Concetta è lì dentro, a sistemar cose e tenere ordine, come sempre. Mi spiega che da Corniolo sono venuti fuori, negli ultimi decenni, ben quindici medici (una dei quindici è sua figlia) e che l’associazione ha programmato a breve una giornata di pubblica riflessione sui modi di raccontare medicina e salute. Mi pare ottima iniziativa. Ci andrò, ho una domanda da porre ai quindici: spiegatemi quanti farmaci potrei evitare d’ingerire se vivessi in questo luogo incantato, nel quale voi, fortunelli, siete nati?

Anna Lisa Raduano: nata in mezzo al latte

Scendiamo in pianura, dove si comincia a respirare , aria salmastra, a San Mauro. Nel cui distretto calzaturiero si producono, ogni anno, otto milioni di paia di scarpe di alta qualità, in gran parte destinati al mercato internazionale. E dove, più bonariamente, al caseificio Pascoli, si producono eccellenti formaggi. Della cui diffusione si occupa, tra le altre cose che fa nella vita, Anna. Si cominciò a sentir di lei una dozzina d’anni fa, nell’ambiente delle camere di commercio. Quella di Forlì e Cesena, in circa cento cinquanta anni di attività, non aveva mai avuto nella propria giunta una donna. Le voci si rincorrevano, pareva che Cna fosse intenzionata a candidarne una. Sorpresa. Accentuata dal fatto che la candidata veniva descritta rapida di cervello, alta, carina e orientata a destra. Nelle severe stanze camerali ci si interrogava: una di destra in rappresentanza di una associazione di sinistra? La domanda aleggiò a lungo, infine ottenne risposta: Anna Raduano entrò in giunta, ben accolta dal presidente Alberto Zambianchi.

Di lì a qualche tempo l’ultracentenario tabù lo infransero, in Romagna, altre due donne capaci: Patrizia Rinaldis, leader degli albergatori, entrò nella giunta camerale di Rimini, Emanuela Bacchilega, attuale presidente della Confartigianato, prese posto in quella di Ravenna. Tre esperienze pionieristiche, ad Anna era toccata l’avventura d’esser la prima ed è ancor oggi lì. Detto che Cna aveva già allora perso l’originaria stanzialità a sinistra, la base imprenditoriale andava differenziando idee e convinzioni, mi capitò di conoscere Anna perché assieme realizzammo trasmissioni e iniziative di supporto alle donne, contro la violenza di genere. Non mi accorsi che fosse di destra e, comunque, erano fatti suoi. Ne conosco, invece, schiettezza, abitudine di formulare giudizi rispettosi ma fermi e voglia di vivere, nel rispetto delle regole, come pare a lei. “Alla mia famiglia devo molte cose, la prima è la libertà di scelta. Non sono sposata, forse avrei potuto esserlo, forse mi potrebbe succedere, sarà quel che sarà”. 

Il nonno paterno era di Vieste, sbarcò in Romagna per far formaggi. Il padre s’innamorò, ricambiato, d’una bella ragazza riminese. Nacque Anna e crebbe, come dice lei ridacchiando, in mezzo al latte. “La nonna di Rimini possedeva una mucca, quella di San Mauro raccoglieva tabacco e faceva merletti. Da bambina passavo divertentissimi pomeriggi sul furgoncino, mio babbo consegnava le nostre mozzarelle a pizzaioli di Rimini, Gatteo, Cervia, Ravenna. Adesso l’attività è diversificata e i mercati sono vasti ma lo spirito è rimasto quello”. 

Anna, dopo il liceo artistico, ha fatto la triennale universitaria. Ha lavorato alla redazione di cronaca del Carlino di Cesena, è stata portavoce del presidente della confederazione degli agricoltori di Bologna, scrive per riviste nazionali di cibo e vino, è grande viaggiatrice, realizza reportage. E non smette di ragionare, sempre sottovoce e sorridendo: “La questione della dignità delle donne deve rimanere in agenda. Ti sembra normale che nonostante che le imprese femminili in Romagna siano numerosissime non si faccia mai l’ipotesi di una donna presidente in una camera? Che donne direttore o presidente d’associazione siano mosche bianche. Che nelle città non ci siano sindaci donna?”. Ne parla con garbo, senza aspettative per sé, le piace fare altro. Parla, invece, con entusiasmo dei suoi due cavalli, del suo cane, è animalista convinta. 

Spiega: “Dobbiamo rispettare la natura, è una catena di cui facciamo parte e che comincia con gli insetti. Come sarebbe possibile vivere senza animali?”. Dico che il romanzo da cui venne tratto il film capolavoro, “Blade runner”, descriveva la scomparsa degli animali a causa di una guerra nucleare: gli uomini, senza animali, impazzivano. La cosa le piace, lo leggerà.

Ai saluti, azzardo la stucchevole domanda che uomini delle caverne come me ripetono: alla prossima telefonata ti troverò sposata?  Risponde: “Mio nonno amava i libri, ne teneva nel suo ufficino. Da ragazzina li sfogliavo. Uno s’intitolava quel che gli uomini capiscono delle donne. Lo aprivo, erano quattrocento pagine interamente bianche. Capisci l’antifona?”. E giù una risata.
 

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