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La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

Romagna, quattro sorelle che non si amano davvero. Ma i sindaci compensano: chi sono e come dialogano

Intendiamoci, Rimini, Cesena, Forlì, Ravenna sono città civili, operose e organizzate, ricche di giacimenti culturali e iniziative sociali. Ci si vive bene, chi lo nega non conosce il resto d’Italia

Tra le quattro principali città della Romagna non c’è mai stato vero amore. Le ragioni si perdono nella notte dei tempi, fatto sta che senza affetto non è facile metter su famiglia. Tanto che i progetti condivisi tra Cesena, Forlì, Ravenna e Rimini risalgono agli anni Ottanta, mi riferisco a Romagna Acque e all’insediamento delle sedi universitarie romagnole. Quest’ultime peraltro operano con ottimi risultati ma sotto lo sguardo vigile e talvolta ingelosito della casa madre bolognese. Vi diranno che all’elenco andrebbe aggiunta l’Ausl della Romagna, che però è ascrivibile alla volontà della Regione, e dei manager da essa nominati, di razionalizzare la spesa sanitaria. I Sindaci hanno accompagnato il percorso, ne smussano gli spigoli mediando tra contrapposte aspirazioni ospedaliere ma  non lo hanno determinato.

Il mondo imprenditoriale reclama realizzazioni indispensabili: i collegamenti stradali interni e quelli verso le grandi direttrici sono obsoleti, quelli ferroviari lenti, quelli aeroportuali contenziosi. Da sempre sentiamo parlare di E 55, E 45, nuova Ravegnana, Via Emilia Bis, metropolitana di costa, collegamenti con il porto ravennate che dovrebbe essere ristrutturato. S’aggiunge l’innovazione tecnologica che la nuova organizzazione del lavoro che si profila nel post covid pretenderà. Sintetizzo il tutto con l’opinione espressa da un personaggio autorevole come Antonio Patuelli, Presidente della Cassa di Ravenna e della Associazione bancaria Italiana, tre mesi fa a “Salotto blu”: la Romagna sarebbe la California d’Europa con infrastrutture adeguate a competere con altre aree d’eccellenza.

  
Intendiamoci, Rimini, Cesena, Forlì, Ravenna sono città civili, operose e organizzate, ricche di giacimenti culturali e iniziative sociali. Ci si vive bene, chi lo nega non conosce il resto d’Italia. Ma modernità e globalizzazione c’hanno sbattuto in faccia che la competizione non è più tra città vicine ma tra territori anche molto distanti. Per mantenere il proprio standard di benessere la Romagna deve individuare priorità, progettare in condominio, investire energie e batter cassa congiuntamente. Serve un accordo tra le città principali.
Ascolto opinioni da vent’anni senza registrare l’effettiva volontà di mettersi concretamente a un tavolo, al di là delle dichiarazioni di facciata, di qualche convegno, della buona volontà di un Sindaco o dell’altro. Rivalità, interessi politici contrastanti, l’ansia di privilegiare il campanile hanno sempre avuto la meglio.

Ma la terribile esperienza vissuta in pandemia, il rafforzamento della figura del Sindaco, l’imperdibile occasione di disporre di grandi somme a fronte di progetti condivisi suggerita dal “Ricovery plan”, modificano lo scenario. Ho  recentemente parlato con i quattro Sindaci, ho appreso che da tempo s’incontrano, che le relazioni sono meno formali  rispetto a precedenti legislature. Non sono diventati fratelli di latte ma coltivano un convinto confronto. Proviamo a conoscerli,  sommariamente.

Facilitato è il rapporto tra i Sindaci di Cesena e Ravenna, amici da sempre (non ricordo chi sia stato testimone alle nozze dell’altro), entrambi Dem e poco più che trentenni, tipi tosti. Enzo Lattuca era a Montecitorio il più giovane parlamentare italiano dai tempi della Costituente ma scalpitava: anti renziano della prima ora nel periodo sfolgorante del renzismo, mi confidò a microfoni spenti in occasione di un’intervista del 2017 che non si trovava a suo agio. Rinunciò a ricandidarsi alla Camera nel 2018, si mise in panchina pronto a correre per la successione a Paolo Lucchi alle comunali del 2019. Anche solo volgarmente calcolando che il Sindaco di Cesena ha uno “stipendio”  di almeno quattro volte inferiore a quello di un Deputato non fu, pensai, decisione che tutti avrebbero preso a cuor leggero. Lattuca voleva essere Sindaco, non c’è capitato. Pratica docenze universitarie, un tempo giocava a calcio ma s’intuisce che considera Cesena la partita della vita. La Cesena che, detto per inciso, ha subito in un breve lasso di tempo il fragoroso default di due banche strategiche: l’ambiziosa “Banca Romagna Cooperativa” e l’antica “Cassa dei Risparmi”, forziere cittadino fin da dall’ottocento. Circostanze che, se si hanno responsabilità, fanno riflettere.

Michele De Pascale era il ragazzo in carriera dalla scuola Dem cervese che ha sfornato Miro Fiammenghi, consigliere regionale e braccio destro di Vasco Errani, e l’assessore regionale Andrea Corsini. Prima di candidarsi a sindaco di Ravenna nel 2016, il giovane De Pascale fu segretario ravennate del partito, apprese l’abc e l’intero alfabeto della politica. A Ravenna si mormora che dietro lo sguardo di velluto del primo cittadino si celi un decisionista documentato e instancabile. Se gli parli confermi la sensazione: affabile ma consapevole che la questione nodale di Ravenna è la distanza dall’asse della Via Emilia che porta a nord e a est, ove pare passerà il futuro. E che da quell’angolo occorre uscire in fretta attraverso alleanze.

Il collega riminese Andrea Gnassi, pure lui Dem, è uomo dal carattere impetuoso e dalla capacità di visione rara e riconosciuta anche da chi l’osteggia. Fu lui a inventare la “notte rosa” che per la riviera è oggi il carnevalesco e redditizio raddoppio del Ferragosto. Nel suo decennio Gnassi ha cambiato Rimini attraverso realizzazioni che hanno dato alla città aspetto più adeguato alla propria vocazione cosmopolita. Gnassi fino a un paio di anni fa dava l’idea di incarnare il comune sentire dei riminesi, mediamente convinti d’aver poco da spartire con il resto della Romagna avendo come sponda lo scenario garantito dal turismo. Sentirlo parlare oggi di superamento dei campanili e di difesa della Romagna non sorprende, le persone più intelligenti sono le prime a intercettare le nuove esigenze. Che nascono anche dalle incertezze sulla competitività della riviera: incombendo l’aggressiva concorrenza di siti vacanzieri incontaminati è saggio proporre al turista territori e non solo ombrelloni. 

Il forlivese Gianluca Zattini, eletto nel 2019 grazie anche al sorprendente undici per cento conseguito dalla propria lista civica (mai un Sindaco in Romagna aveva realizzato una tale perfomance) e sorretto com’è da una maggioranza a trazione leghista, avrebbe potuto far la parte del convitato di pietra al tavolo affollato di Dem. Non va così, i colleghi ne parlano con stima, lui ricambia. Forlì vanta le recenti briscole del riattivato aeroporto e dell’arrivo della facoltà di medicina, progetti sorti per iniziativa extra comunale e prima dell’avvento di Zattini ma Napoleone non diceva che un generale fortunato è il meglio che possa capitare? Zattini unisce alla bonaria cordialità la capacità di tirare una riga sulle discussioni: si piazza in mezzo alle posizioni, cerca soluzione più logica e di lì non si sposta. Andarci d’accordo è facile, talvolta prudente per evitare scivoloni. Ha fiuto e sa che Forlì non è più il “Cittadone” che incuteva rispetto alla Romagna, occorre negoziare  e condividere.

I presupposti sono dunque insolitamente favorevoli. I Sindaci hanno  intensificato le frequentazioni nella primavera del 2020 tra contagi, ricoveri, lutti. Quando il futuro era un ipotesi, adesso s’è fatta ora di costruirlo, gli tocca. Ragionano di iniziative comuni non solo riferite alla logistica ma anche a socialità e cultura. Speriamo. La figura di ciascun Sindaco, di pianura mare o collina, di sinistra o destra, è cresciuta nell’immaginario collettivo durante l’emergenza ma chi guida Rimini, Cesena, Forlì e Ravenna ha onori ed oneri maggiori degli altri. Gli attesi finanziamenti europei, il clima di rinascita che si respira, la convinzione diffusa che nessuno ce la fa da solo, soffiano vento alle loro spalle. Ma se le città non troveranno la quadra su progetti da proporre a Europa, Governo e Regione finirà che non si farà nulla. Sarebbe un’altra occasione persa, forse l’ultima. E una sconfitta per i leader. A dirla tutta ci sarebbero anche altri che sono chiamati a far la propria parte, ne parliamo un’altra Domenica.

Romagna, quattro sorelle che non si amano davvero. Ma i sindaci compensano: chi sono e come dialogano

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