rotate-mobile
La domenica del villaggio

Opinioni

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

Stefano Bonaccini visto da vicino

Partiamo dall’impatto. L’uomo, che da presso è più spiritoso, cordiale e accattivante di quanto appaia in tele

Lunedì scorso i giovani della “Round Table” hanno organizzato a Faenza un incontro con il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, chiedendomi di porgli domande e  condurre la serata. Qualche ora seduto al suo fianco mi ha consentito di capire, dell’uomo e delle sue idee, qualcosa di più rispetto alle occasioni in cui l’avevo incontrato per VideoRegione. Vi darò conto delle impressioni che ne ho tratto, ma prima accenno alle finalità della “Round Table”, non dissimili da quelle di altri sodalizi che si richiamano a tradizioni anglosassoni, come “Rotary” e “Lions”, sempre più presenti dalle nostre parti. Non ne faccio parte, ma ne so qualcosa: diverse volte sono stato invitato a tenere, nel corso di loro incontri, qualche conversazione.

Quando la Romagna pullulava di circoli politici e ludici, certi club apparivano riservati a ceti professionali interessati a intrecciare relazioni e condividere valori. Obbiettivi che nell’ultimo ventennio si sono ampliati, così come si è allargata la base sociale. Oggi vediamo frequentemente “Round Table”, “Lions” e “Rotary” impegnati in cause di natura civile, in attività benefiche e culturali. Sopperiscono, utilmente, al vuoto d’iniziativa lasciato da altri. Consentendo anche a persone di provenienze diverse di stare assieme, fiutarsi, migliorare per imitazione. Nella attuale civiltà della fretta mettere insieme persone e proporre riflessioni è merito che va riconosciuto. Round Table è radicata, in Romagna, tanto che il presidente nazionale, fino a qualche settimana fa, era il modiglianese Martino Mercatali. Ne sono presidenti a Faenza Riccardo Ligresti, a Forlì Federico Fabbri, a Ravenna Andrea Sangiorgi, nell’area adriatica Luca Pezzi, a Bologna Domenico Cosalino.

Nella accogliente “location” di Casa Spadoni, al tavolo di Bonaccini c’era anche Alberto Zambianchi, presidente delle camere di commercio regionali e di quella della Romagna, il quale da tempo osserva le grandi manovre in atto per trovargli un successore, con soprattutto le associazioni di commercianti e artigiani impegnate nell’impresa. L’esito non pare scontato, il candidato che accontenti tutti al momento non c’è. Qualcuno ipotizza che a Zambianchi sarà chiesta disponibilità a una specie di “Mattarella bis”, magari temporanea. A lui, ex presidente della Round Table forlivese, ho chiesto aggiornamenti: si è defilato dal commentare. Vi terrò informati, c’è tempo: il rinnovo cariche camerale della Romagna, previsto per  questo autunno, è stato prudentemente dilazionato alla prossima primavera.  

Al tavolo c’erano anche i tre attuali esponenti di punta della politica faentina: il giovane neo sindaco Massimo Isola, alla guida di una vasta coalizione di centro sinistra, il senatore Pd Stefano Collina, ingegnere che viene dal volontariato cattolico, educato al rispetto dei meno fortunati, e la consigliera regionale Pd Manuela Rontini. Quest’ultima, perennemente sorridente e  attivissima, anch’ella di solide matrice cattolica, ha bissato il mandato in Regione, nel 2019, raccogliendo la montagna di oltre settemila preferenze personali. Non deve stupire che a Faenza la tradizione cattolico-democratica sia tanto incidente. Negli anni in cui le città romagnole erano guidate da giunte socialiste e comuniste, a Faenza il democristiano Elio Assirelli fu sindaco dal 1956 al 1972: nello slang giornalistico Faenza divenne “la città bianca”. E’, quello faentino, territorio di cooperazione cristiano-sociale, fortissima nell’ambito agroalimentare e, grazie alle Casse Rurali poi diventate BCC, in quello bancario. Oggi Faenza gioca la partita delle nuove tecnologie, anche applicate alla tradizione ceramica, ed è attenta a non rimanere presa in mezzo dal potenziale asse Forlì-Ravenna, città demograficamente ed economicamente più robuste.  La questione della sanità e dell’ospedale cittadino è primaria; da fuori si ha l’idea che la città debba sedersi ai tavoli decisionali romagnoli, se esistono. Da una politica romagnola mutualistica, rispettosa di esigenze di città e territori, soprattutto in epoca di ingenti risorse europee Faenza avrebbe da guadagnare. 

Veniamo a Bonaccini. Non riferisco quel che ha detto pubblicamente, i report giornalistici  sono  esaustivi. Provo, invece, a trasferirvi sensazioni che spero azzeccate. Partiamo dall’impatto. L’uomo, che da presso è più spiritoso, cordiale e accattivante di quanto appaia in tele, e  è un centravanti; nel senso tecnico, non solo simbolico, della parola. Ha giocato a calcio, per passione, in Promozione, fino a trentanove anni. Chi conosce l’ambiente sa che in quei campionati, se sopravvivi e sei una punta, prendi e dai una quantità di botte. E che il ruolo è unico: sei solo, in mezzo a due difensori ostili e sei il più insultato dal pubblico. Se riesci a tener palla e a  far salire la squadra bene, se no sei considerato inutile; se fai gol sono feste, se prendi il palo sei un  pirla e al secondo palo il mister comincia a dire in giro che gli serve un altro centravanti. Non sto descrivendo un’epica, è così. Se hai fatto il centravanti fino a trentanove anni hai una testa particolare: pensi che molto dipende da te. Qualsiasi mestiere fai, qualsiasi famiglia frequenti.

Questo, a mio istintivo sentire, spiega, almeno in parte, il modo che ha Bonaccini di fare il governatore, diverso dai predecessori. La Regione è animale misterico e lontano. La gente conosce i sindaci, i comuni, il governo, i politici che s’accalcano in tele. Cosa faccia la Regione non è noto ai più. Bonaccini, con il suo esprimersi, il prendere posizioni nette,  con il muoversi per città e borghi, ha garantito alla Regione fisicità, riconoscibilità. Un consigliere regionale di maggioranza mi confidò: c’è sempre Bonaccini, per noi lo spazio rimane poco. Ma io pensai che se vuoi collocare nell’immaginario popolare la Regione devi fare  così. Se le istituzioni non incuriosiscono perdono appeal. Te ne disinteressi e crescono sospetti, più o meno fondati.
Del resto, nel 2013, quando Bonaccini fu eletto, poco più del trenta per cento degli emiliano-romagnoli erano andati a votare, evidentemente al limite della pazienza. S’era chiusa una legislatura che aveva visto gruppi consiliari, di maggioranza e opposizione, interessati da inchieste giudiziarie che, al di la del loro esito, svelarono un costume politico disinvolto, tra cene, viaggi e sex toys messi a rimborso spese della Regione. Costume non di tutti, fortunatamente. Non appariva facile governare con quel fardello di sfiducia: ritengo, senza averne prova, che Bonaccini abbia svoltato verso una personalizzazione dell’ente anche per offrire un’immagine più nitida.

Poi ci sono le idee del governatore, espresse anche lunedì sera. Prevedono  maggiore attenzione alla salute, favorendo l’assistenza extra ospedaliera, rammentando la lezione impartita dalla epidemia che la nostra Regione è stata, assieme alla Lombardia, la prima del mondo occidentale ad affrontare, nel vuoto della conoscenza e di una prassi cui riferirsi, come Bonaccini insiste, con ragione, nel ricordare. Idee che prevedono  energie investite su tecnologie e conoscenze avanzate. Il governatore ne parla con trasporto: quando afferma che il sapere dei giovani è la nuova frontiera indica un percorso certo. Non può promettere un milione di posti di lavoro, ha capito, Bonaccini, che il suo compito è creare le condizioni perché ciascuno possa giocare la propria partita, possibilmente a parità di condizioni.

Poi c’è la Romagna, argomento che a noi sta assai a cuore. Bonaccini è solito cavarsela con l’immagine della “autonomia differenziata” tra Emilia e Romagna: decodificata, l’espressione dovrebbe voler dire, più o meno, che l’unione fa la forza e ognuno corre per se stesso. Agli anziani appare solo un tantino meno criptica delle “convergenze parallelle” con cui Aldo Moro catalogava il complicato percorso di avvicinamento tra Dc e Pci, ma , nella realtà, significa che il Governatore non farà regali alla Romagna, come, del resto, è inevitabile che sia. E come, nei fatti, mai è avvenuto in passato, neppure con un Governatore ravennate. La Romagna deve diventare maggiorenne, far sistema e presentarsi alla Regione, al Governo, all’Europa, e forse anche al buon Dio, con progetti comuni e sostenibili, questa è l’antica questione. Ce la fa? Talvolta no. Un solo esempio, dell’ultima settimana? I dispetti in corso tra gli aeroporti di Forlì e Rimini, rafforzano la tesi bolognese secondo la quale due aeroporti in Romagna sono un lusso, non un’esigenza.

Ho chiesto, infine, a Bonaccini, cosa farà quando Draghi terminerà il suo compito di “safety car” tra forze politiche e ricomincerà lo scontro eterno tra partiti e al loro interno. Vorrà lui, il governatore, guidare un bolide da formula uno oppure rimarrà dov’è? Ha risposto che si augura che Draghi vada avanti a lungo e che lui rimarrà in Regione; aggiungendo che la vera grande riforma è fare ciò che si è promesso e spiegando che opportunità di fare altro, volendo, le avrebbe già avute. Sono vecchio, diffidente perché ne ho viste di tutti i colori, ma gli credo. Ho frequentato centravanti: so che trasformarli in mediani è impossibile. Non lo vedo, Bonaccini, con quel piglio e quella voglia di determinare il futuro, a fare uno dei tanti in Parlamento, tra la bouvette a prezzo scontato e l’orario del treno da prendere il prima possibile per tornare a Modena. O gli si apre un ruolo da leader o rimane dov’è. Anche perché, se se ne va, in Regione si torna a votare. Fra tre anni vedremo: s’è sempre detto, tra i campi infangati, che chi fa goal in una categoria è in grado di farlo in tutte le altre. Anche questa non è epica, è lessico popolare; chiedetelo a chiunque su quei campi abbia passato un po’ di tempo. 
Buona domenica, alla prossima.     

Si parla di

Stefano Bonaccini visto da vicino

ForlìToday è in caricamento