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La domenica del villaggio

Opinioni

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A cura di Mario Russomanno

Università in Romagna: perché arrivò e cosa succede adesso, verso una svolta definitiva

Oggi ci occupiamo dell’altra realizzazione “di sistema” che ha visto la luce in Romagna: l’insediamento universitario. Lo sguardo retrospettivo ci aiuterà a inquadrare meglio gli attuali scenari

Qualche settimana fa, in questa rubrica domenicale, abbiamo ricostruito il percorso che portò alla realizzazione di Romagna Acque. Oggi ci occupiamo dell’altra realizzazione “di sistema” che ha visto la luce in Romagna: l’insediamento universitario. Lo sguardo retrospettivo ci aiuterà a inquadrare meglio gli attuali scenari. Dagli anni Sessanta in poi s’era coltivata, dalle nostre parti, l’idea di nuovo ateneo, autonomo e distinto da quello bolognese. Era aspirazione troppo ambiziosa e destinata, per di più, a trovare decisivo diniego a Bologna e in Regione.

Venne in soccorso, sul finire degli anni Settanta, la complicata situazione in cui versava Bologna, città storicamente aperta all’accoglienza, ma che ormai faticava ad assorbire l’enorme numero di studenti che frequentavano l’Ateneo che, assieme alla Sorbona, si fregiava del titolo di più antica università del mondo. Era, inoltre, quella che si presentava agli osservatori, una Bologna sfinita dalle tensioni che l’irrequieta comunità studentesca contribuiva a creare, tra opposti estremismi, scavalcamenti a sinistra del PCI, scontri armati che, nel 1977, avevano portato a drammatiche giornate di stato d ’assedio del centro storico, tra blindati a presidio dei varchi, teatri distrutti dal fuoco e introduzione della legge marziale. Rischiava un giudizio storico severo quel comunismo bolognese che, tra molte luci e qualche ombra, rappresentava da un paio di decenni modello internazionale di buon governo. Era giunto il moment di sfoltire.  

All’idea illuminata del Rettore Fabio Roversi Monaco, raffinato giurista e leader del sistema delle Casse di Risparmio, di allagare alle Romagne l’attività dell’Alma Mater, fece eco la decisione del PCI bolognese di decongestionare le aule, mettere in sicurezza le strade e normalizzare il clima politico.   Il primo in Romagna a capire dove spirasse il vento, e quale straordinaria opportunità si aprisse, fu il senatore democristiano forlivese Leonardo Melandri, uomo dotato di lucida visione. Si mise alla testa di un pacchetto di mischia formato dal repubblicano Stelio De Carolis, dai comunisti Angelo Mini e Giorgio Zanniboni, dall’allora Presidente della Camera di Commercio, Roberto Pinza, riuscendo rapidamente a coinvolgere nel progetto, circostanza tutt’altro che scontata, Cesena, Rimini e Ravenna.

Regione e Governo non si tirarono indietro, Confindustria e Casse di Risparmio romagnole, al tempo solidissime. offrirono contributi economici decisivi. Perché, occorre tenerlo presente, di molti soldi stiamo parlando. Come scriveva Charles Bukowski, nella vita nessuna bevuta è gratis. Le bevute accademiche sono particolarmente costose. Mettere a disposizione personale, palazzi, creare aule, logistica, sovvenzionare corsi etc costa molto. Non pensate che le sedi universitarie si auto alimentino, c’è sempre qualcuno che paga. Come è inevitabile, opportuno, e, in molti casi, giusto che sia. 

L’insediamento universitario nelle quattro città della Romagna risultò assai oneroso, comuni ed enti locali furono chiamati a uno sforzo rilevante. Ne valse la pena. Una nuova diffusione del sapere, entusiasmanti opportunità per i giovani, una decisa boccata d’ossigeno ai centri storici, cambiarono in meglio il nostro modo di vivere. Si è riproposta recentemente analoga situazione con l’avvento della Facoltà di Medicina. Bologna aveva necessità di decentrare. Esigenza analoga aveva l’Ateneo di Ferrara, che contemporaneamente a Bologna, propose di spostare propri corsi di Medicina in Romagna.

Meritoriamente, i sindaci Zattini e De Pascale, individuando il favorevole scenario, hanno stretto rapidi e lungimiranti accordi con Bologna, dopo che la strada era stata aperta dal dialogo tra l’Ateneo bolognese e le solide fondazioni bancarie forlivesi e ravennati. Perché, volta e gira, si torna alla questione delle bevute: Forlì e Ravenna hanno stanziato soldi di privati e pubblici. Non è che Gnassi e Lattuca siano lenti di riflessi, tutt’altro: il punto è che il crollo delle Casse di Risparmio riminesi e cesenati, e il conseguente indebolimento delle Fondazioni correlate, ha tolto loro margine di manovra. Bologna fa il suo e non regala nulla. Se vuoi i suoi corsi devi spendere. 

E non è che, poi, Bologna se ne stia zitta e buona. Nel secondo decennio del duemila ha rivolto in più occasioni uno sguardo più severo che materno agli insediamenti romagnoli, particolarmente quelli di maggior successo e in grado di fare concorrenza alla casa madre. Alma Mater in quel periodo richiamò a se insegnamenti, docenze, personale tecnico e manageriale, creando difficoltà e ansia in Romagna. Nel mio libro del 2016, “Potere romagnolo”, raccolsi, tra le altre, le espressioni di un uomo esperto e prudente come Lanfranco Gualtieri, allora Presidente della Fondazione della Cassa dei risparmi di Ravenna e di Flaminia, società nata per favorire l’insediamento universitario ravennate, che mi spiegò: “e inaccettabile che Bologna pretenda di avere le redini del decentramento universitario. Noi romagnoli abbiamo realizzato cose buone in tutte le città, le aule sono frequentatissime, le docenze di livello. Enti pubblici e privati hanno effettuato ingenti investimenti per costruire economie che stanno fiorendo nei nostri Campus”.

Un pensiero, quello di Gualtieri, condiviso a Forlì, Cesena e Rimini. Negli ultimi anni, va detto, le acque si sono un po' calmate, ma le alte maree, in questa materia, sono dietro l’angolo.  Oggi la classe politica romagnola, in termini di insediamento universitario, ha di fronte prospettive favorevoli: il livello della didattica è elevato, i quattro Campus sono guidati da Presidenti di valore, studenti e docenti trovano accoglienti città la cui qualità della vita, va detto, è decisamente competitiva. Ci sono, però, almeno due riflessioni che la politica non può non fare, pur nel rispetto della autonomia universitaria, che è principio fondativo e indiscutibile.

La prima è che le aspettative degli anni Ottanta sono diverse dalle attuali. Un tempo si pensava che un laureato avrebbe avuto, comunque, un futuro radioso. Oggi sappiamo che non è così, per mille ragioni che riguardano il Paese e il mondo.   In tale complesso scenario, alcuni pur affascinanti indirizzi universitari, in mezzo ad altri di successo, producono talvolta disoccupazione, precariato e illusioni. Per contro, alla economia e alla organizzazione sociale servono laureati che risultano di difficile reperimento per via di non sempre comprensibili numeri ristretti, numeri chiusi, etc.  È vero che l’università produce cultura a prescindere, ma non si può non prendere atto che mestieri e professioni, nel settore privato e in quello pubblico, un tempo fiorenti, oggi, di fatto, non esistono più.

La seconda riguarda il probabile mutamento delle abitudini, del lavoro e dello studio in epoca post Covid. Tutti gli osservatori prevedono contatti più rarefatti e deciso ricorso alle tecnologie. Mutamenti che è lecito immaginare all’interno di un mondo per definizione tecnologico e aperto al nuovo come quello universitario. Nel quale, per capirci, ci si è rapidamente abituati a didattica, esami, riunioni, etc. effettuati a distanza. Il rapporto tra la città e l’insediamento universitario, anche in termini di rapporto costi- benefici, potrebbe, se la svolta fosse definitiva, cambiare in modo decisivo. Buona domenica, alla prossima. 

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