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La domenica del villaggio

La domenica del villaggio

A cura di Mario Russomanno

I Maestri - Il vescovo Livio Corazza: "Sono cresciuto in campagna, amo la compagnia. La solitudine mi pesa"

Mente guizzante, densa di dubbi e interrogativi. Propensione dialettica tenuta a freno dalla responsabilità, sorriso che manda in soffitta i settantuno anni che non dimostra. A tu per tu con Monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e Bertinoro

Chi è stato in pellegrinaggio assieme a lui lo descrive camminatore rapido, impaziente. Se, invece, riesci a tenerlo fermo lo trovi riflessivo, acuto, mai banale. Mente guizzante, densa di dubbi e interrogativi. Propensione dialettica tenuta a freno dalla responsabilità, sorriso che manda in soffitta i settantuno anni che non dimostra. Monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e Bertinoro, prete di lungo corso, giornalista e autore di libri, viene da famiglia contadina friulana, ultimo di sette fratelli. In seminario da ragazzino, d’estate a imparare mestieri: gelataio a Bibione, postino a Pordenone, spazzino a Fiume Veneto, località di cui sarà Cappellano per ventidue anni. Incontrandolo in occasioni pubbliche, notavo una contentezza del vivere che mi incuriosiva.

Lunedì scorso, poco dopo le quattordici, mi sono intrufolato nell’antico Palazzo del Vescovado, centro storico di Forlì, per incontrarlo. Ho parcheggiato la moto e alzato lo sguardo: la vasta area che a fine Ottocento ospitava la Bonavita, la fabbrica più innovativa della città, è finalmente risanata e accogliente. I prestigiosi Musei di San Domenico rammentano al viandante l’immortalità della cultura, bella gente si gode il sole ai tavolini all’aperto dei ristoranti. Di fronte al Vescovado c’è il comando della Guardia di Finanza: con due passi il forlivese può far pace con lo spirito e con il fisco, sono opportunità.

Suono il campanello, mi risponde direttamente il vescovo, il grande portone si apre. A piano terra incontro un  amico che faceva parte del consiglio di amministrazione della ex Banca di Forlì e che adesso è volontario in Curia. Quand’ero ragazzo l’ambiente pullulava di sacerdoti, ora donne e uomini danno una mano anche in compiti delicati; il Vescovo mi  spiegherà poi che la circostanza favorisce il contatto con la società civile. Salgo l’austero scalone. Il vescovo è solo, ospitale, informale, sereno. Questo pezzo è frutto di quella conversazione.

Eccellenza, l’esser cresciuto in una famiglia numerosa ha lasciato tracce?
"Sì. Amo la compagnia, la solitudine mi pesa. Credo di aver appreso in famiglia le regole del gioco di squadra. Vivere in campagna, poi, mi ha insegnato che esiste il bel tempo ma anche la tempesta, che ci sono cicli e attese da rispettare".

Due settimane fa ha ordinato un nuovo sacerdote, Francesco Agatensi di Santa Sofia, che dice Messa a Forlimpopoli. Contento?
"Moltissimo. Detto che Francesco è giovane di cuore e di qualità, avvenimenti del genere riempiono di gioia. E’ sempre più difficile, nella nostra epoca, scegliere un impegno per tutta la vita. Pare che abbiamo paura delle responsabilità, di impegnare il futuro. Succede anche con il matrimonio. E perfino con l’amore. Siamo diventati incerti. Posso aggiungere?"

Certamente.
"Siamo diventati individualisti e anche un po' egoisti. Pensiamo alla sicurezza, alla ricerca della nostra felicità. Poco disposti a condividerla, la felicità, e a metterci al servizio della felicità altrui".

A proposito: che ne sarà del messaggio cristiano nell’era della famiglia “liquida”?
"Cominciamo col dire che è in corso una ingiustificata campagna demolitoria della famiglia, che pur, va detto, ha spesso dato cattiva prova di sè. Bersagliare la famiglia e i suoi valori è diventato un passatempo per molti ambienti, a cominciare dal mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento. Però mi faccio una domanda: senza una famiglia la gente è davvero più felice? Mi pare di no. Incontro ogni giorno solitudine e pessimismo. Chiudere l’esperienza o non mettere famiglia non è una vittoria".

Il ruolo della Chiesa, in questa situazione?
"Il nostro compito è metterci in discussione, capire cosa davvero è il messaggio del Vangelo rispetto a un’ epoca determinata e all’evoluzione sociale. È sempre stato così, non è una novità, siamo sperimentati. Sappiamo di dover accompagnare le famiglie, aiutarle a riconoscere la bellezza del fatto che nell’amore che lega un componente all’altro è presente Dio". 

E’ diminuita la partecipazione a Messa.
"E’ così, purtroppo, anche se in parte ha inciso la pandemia, come è avvenuto per altre espressioni di socialità. Basta pensare alla politica, al sindacato, ai movimenti associativi. Meno gente presenzia ultimamente alle funzioni, però la Chiesa è presente nelle grandi questioni della spiritualità, dell’etica, dell’ambiente. Per le persone il messaggio cristiano, e la voce della Chiesa, sono tutt’altro che secondari. Certo, servirebbe maggiore presenza, partecipazione. Ci aiuterebbe e favorirebbe una maggiore consapevolezza. Ricorda le parole del Papa,  pronunciate qualche giorno fa a Venezia?"

No.
"Ha detto che essere cristiano non è come fare il tifo per una squadra di calcio rimanendo seduti. Ci si deve alzare dal divano, partecipare, discutere, mettersi in gioco. Significa che i cristiani devono sentirsi protagonisti della società, dell’evoluzione. La Fede è impegnativa, come l’amore. Altrimenti è solo un’avventura, restando al paragone con l’amore".

Torniamo alla difficoltà nel prendere impegni.
"E’ difficile essere cristiano, come lo sta diventando prendere parte a molte altre cose, condividere esperienze. Invece, mettersi in gioco sarebbe importante. Me lo dice la mia esperienza di parroco. Per fare un esempio, reputo negativa l’abolizione del servizio civile per i giovani. Era utile la possibilità di scoprire aspetti diversi dell’esistenza, come la povertà, il bisogno, la solitudine. Molti capivano l’importanza del volontariato: ho conosciuto ragazzi che entravano nel servizio civile spinellandosi e ne uscivano soci di cooperative".

La Fede è necessariamente impegnativa?
"Certo, altrimenti resta esperienza superficiale. Deve mettere radici profonde, non è come entrare in un sodalizio per vedere se arrivano vantaggi. La Chiesa non è luogo da “do ut des”. La Fede, come l’amore, può anche smarrirsi per un periodo, andare in sonno. Ma non può essere uno scambio d’interessi. Certo, esiste l’umano desiderio di protezione, che si chiede a Dio, è naturale sia così. Ma la Fede nasce dal convincimento che Dio ci ama".

Cambio argomento. Un Vescovo ha amici?
"(Il Vescovo ride, ci pensa su). Credo e spero di si. Mi rendo conto che un Vescovo attira manifestazioni di vicinanza. Ma se sono stato effettivamente in grado di coltivare amicizie oppure no me ne renderò conto solo al momento in cui lascerò questa Diocesi. Poi, va detto, un Vescovo prende decisioni solitarie. Possono essere giuste o sbagliate. Possono essere apprezzate oppure no". 

Rimpiange i tempi in cui era parroco?
"Non vedo gran differenza, faccio più o meno le stesse cose. Le dinamiche sono molto simili. Piuttosto, so che avrei molto faticato a portare avanti questo impegno se in precedenza non fossi stato parroco. Quella del parroco è esperienza unica, molto formativa". 

Predilige i preti intellettuali o quelli di strada?
Detto che la classificazione è un po' approssimativa, vengo dal mondo Caritas, mi trovo a mio agio soprattutto in mezzo alla gente. Ritengo che la presenza quotidiana sia importante ma che lo sia anche aver qualcosa da dire, consentire riflessioni alle persone che incontriamo".

Preferisce Ratzinger o Bergoglio?
"E’ una provocazione. Due grandi Pontefici, diversi e complementari. Bergoglio, poi, non è vero che non abbia studiato, che non condivida il pensiero di  Ratzinger. Francesco è il Papa di cui avevamo bisogno adesso. La sua elezione è stata una sorpresa simile a quella della elezione di Papa Giovanni Paolo II, che veniva dalla Polonia. È stata la prima volta in cui il Collegio ha rappresentato pienamente il cattolicesimo universale, scegliendo un cardinale argentino".

A suo giudizio, perché qualcuno lo discute?
"Viene da una tradizione diversa da quella europea. La Chiesa sudamericana si muove diversamente dalla nostra, che è più rispettosa delle regole e dei ruoli, dei compiti di ciascuno. Quella sudamericana è più popolare e populista, come è tipico di quella cultura. Ma Francesco è Papa di cambiamento, più imprevedibile di altri. Si è fatto nemici, ma attraverso lui la Chiesa dà segnali di cambiamento, di smarcamento dalla cultura di un tempo, che sono necessari, inevitabili".

A proposito, potrà la Chiesa continuare a fare a meno delle donne?
"No. E’ la sfida di questo Papa, lui ci crede, ma deve arrivarci senza strappi, deve coinvolgere il popolo ma anche l’intera Chiesa. Certo, non possiamo aspettare troppo. L’autentica parola di Gesù su questo tema non è stata ancora attuata. Nei sacri testi la donna esiste, alla fine della Lettera ai Romani ci sono otto donne protagoniste della missione della Chiesa".

Politici di destra e sinistra, che non sono mai entrati in chiesa, si richiamano alle parole del Papa. Che effetto le fa?
"Moderatamente positivo. Del resto, confrontarsi con la Chiesa è inevitabile. Su temi come la vita, la povertà, intelligenza artificiale, etc, la chiesa c’è. La Chiesa è tutt’altro che impopolare, i politici lo sanno".

Il direttore Monari mi ha detto che Caritas ha vocazione all’aiuto, non alla risoluzione dei problemi. Concorda?
"Certamente sì. La Chiesa deve lanciare messaggi, fare la propria parte e proporre ad altri di fare. Dobbiamo rispondere alle esigenze e alle richieste, da Buon Samaritano, ma non possiamo farlo in ogni occasione e in modo continuativo. Povertà, disagio e solitudini ci vedono costantemente impegnati, tutti lo sanno. Ma la creazione e la gestione del wealfare, delle opportunità, del cambiamento sociale, tocca alle Pubbliche Amministrazioni".

A inizio Novecento il settimanale della diocesi forlivese si chiamava “Il lavoro oggi”, a sottolineare, credo, la centralità del lavoro. Cosa pensa della odierna distribuzione delle opportunità?
"Erano i tempi dell’enciclica “Rerum Novarum” e del richiamo dei cattolici alle responsabilità sociali e civili. La Chiesa fin dalla rivoluzione industriale ha accompagnato i cambiamenti del mondo del lavoro. Il lavoro è realizzazione, incontro ogni giorno persone felici del lavoro che fanno. Eppure, ci sono pesantezze micidiali causate del lavoro. Dobbiamo dirlo: è anche una battaglia in cui c’è chi perde e chi, addirittura, ci rimette la vita,  in solitudine. Non può e non deve essere.  Un tema che interroga i pubblici poteri, la politica, gli imprenditori, il sindacato".

La Chiesa può dire la sua?
"Deve farlo. Il lavoro è nella natura stessa di Dio, ma attenzione a non diventarne schiavi, a non costringere persone a diventarne vittime. Noi della Chiesa trascuriamo da un po' la catechesi per gli adulti: insistiamo sui temi importantissimi come la famiglia, meno su quelli dell’organizzazione del lavoro, sulla pastorale del lavoro. Dovremmo riprendere seriamente in mano la questione, lo vedo come un dovere".

Lei è giornalista. Alla Chiesa servirebbe una comunicazione diversa?
"Sì. Il Papa ci sta dando lezione di comunicazione. Penso che le omelie dovrebbero essere costruite assieme ai laici, non lasciate all’ispirazione del singolo prete. L’omelia coniuga il Vangelo con la vita quotidiana, servirebbe l’aiuto dei laici per preparala. Gli incontri dei gruppi del Vangelo anche a questo dovrebbero servire. La parola del prete deve riuscire a intercettare i bisogni e le aspettative della gente, il confronto aiuta sempre".

Ringrazio Sua Eccellenza il Vescovo Corazza e i lettori. Buona domenica, alla prossima.

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