Martedì, 26 Ottobre 2021
Mollo tutto e vado via

Opinioni

Mollo tutto e vado via

A cura di Michelangelo Pasini

La notte in cui abbiamo iniziato a pensare al nostro viaggio a tempo indeterminato

Di quella notte su un treno che attraversava il Myanmar quando abbiamo per la prima volta assaporato la sensazione di libertà. Totale libertà.

Era metà agosto dell’estate del 2015 ed eravamo in viaggio in Myanmar. Finalmente il paese aveva aperto le proprie frontiere al turismo, anche se ancora molte regioni erano (e sono tutt’ora) off limits per gli stranieri. Avevamo già percorso un paio delle tappe dell’itinerario che ci eravamo prefissati: come amiamo fare niente di troppo studiato, solo alcuni punti fermi, per il resto ci siamo sempre affidati all’improvvisazione. Successe così anche quel giorno, quando da Toungoo, cittadina di snodo a un centinaio di chilometri di Yangon, siamo saliti su un treno diretto oltre 300 chilometri più a nord. La nostra meta era Kalaw, un paese sulle montagne, famoso per i percorsi di trekking che è possibile fare nelle zone limitrofe. E quando diciamo sulle montagne intendiamo proprio sperduto: saremmo arrivati dopo 12 ore di un viaggio che, anche se ancora non lo sapevamo, sarebbe stato da ricordare.

Per chi non lo sapesse i treni in Myanmar, come in gran parte del sud-est asiatico, sono lenti e parecchio vecchi. I binari versano spesso in condizioni peggiori. Ne avevamo letto ovunque, ma quello che ci aspettava avrebbe stupito anche noi che frequentiamo quei lidi da oltre un decennio. Partiamo appena dopo cena, convinti che viaggiare di notte ci avrebbe conciliato il sonno e che quindi l’attraversata del paese sarebbe stata indolore.

Primo particolare che non avevamo considerato: i nostri posti erano vicini alla locomotiva. Di quelle che ad ogni curva e stazione emettono un suono assordante che mal si sarebbe accompagnato con la nostra voglia di dormire. Poco male, eravamo stanchi morti, sarebbe stata solo questione di pazienza e ci saremmo addormentati.

Secondo particolare che non avevamo considerato: le condizioni delle rotaie, spesso ancora di legno, hanno iniziato a far sobbalzare il treno non appena usciti dal centro abitato. E non parliamo di salti di pochi centimetri: dovevamo tenerci stretti alle nostre panche per non rischiare di sbattere la testa o ribaltarci.

Prendere sonno era diventato l’ultimo dei nostri problemi.

La notte scorreva lenta e buia: nei vagoni non c’era luce elettrica, di conseguenza anche leggere un libro era un’opzione impraticabile. Davanti a noi un paio di uomini locali si affidavano all’alcool per passare il tempo. Noi non avevamo neanche una birra. Dopo qualche ora il buio della noia viene illuminato da uno squarcio di luce: prendono posto di fianco a noi altri due viaggiatori, con cui iniziamo immediatamente quella che sarebbe stata una lunga salvifica chiacchierata.

Lui è turco. Ha pedalato per mesi, da Istanbul fino alla Thailandia, attraversando anche l’Afghanistan, che come sappiamo non se la passa benissimo. Ha conosciuto lei, francese, a Bangkok e hanno deciso di continuare a viaggiare insieme. 

Meta finale? Sconosciuta. Data di ritorno: sconosciuta

Ad ogni fermata qualche venditore ambulante saliva sul treno giusto il tempo perché potessimo comprare qualche snack che tenesse a bada la fame. Uno di questi aveva anche un paio di birre. Calde, ma meglio di niente.
Persi nei racconti dei due nuovi amici il nostro viaggio ci sembrava improvvisamente troppo breve: dieci giorni dopo saremmo tornati alla nostra routine quotidiana e avremmo iniziato a contare i giorni che ci separavano da una nuova partenza. Mentre loro, loro sarebbero stati ancora in giro per il mondo. Forse insieme, sicuramente lavorando nel momento in cui si trovavano senza soldi. La loro spensieratezza era contagiosa, il loro modo di viaggiare, così anarchico e senza regole, anche. Il nostro al confronto era uno di quei viaggi organizzati con una tabella di marcia rigorosa che considera anche le pause pipì.

Stavamo pensando le stesse cose, io ed Elisa, ma l’avremmo scoperto solamente qualche settimana più tardi, quando entrambi avremmo avuto il coraggio di parlare con l’altro del folle piano che stava iniziando, seppur in maniera estremamente embrionale, a ronzarci nella testa.

Il treno continuava a farci sobbalzare, ma la tensione iniziale si era ormai sciolta. Anche il rumore della locomotiva che fino a qualche ora prima ci faceva diventare matti adesso sembrava come ovattato. Attutito da quella sensazione di libertà totale che stavamo assaporando per la prima volta. È il momento di dormire e risvegliarsi a Kalaw, sulle montagne del Myanmar, con una consapevolezza diversa di quello che sarebbe potuto essere il nostro futuro.

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