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Tra passato e presente: anche Dovadola celebra il 4 novembre

Il programma della cerimonia dovadolese prevede, alle 9, il ritrovo dei partecipanti in Piazza della Vittoria, dove sarà deposta una corona d'alloro al Monumento ai Caduti

Anche Dovadola si appresta a celebrare il 4 Novembre 1918, data che ha visto la fine della Grande Guerra, l'evento che ha segnato in modo profondo e indelebile l'inizio del secolo scorso e che ha determinato radicali mutamenti politici e sociali. Oggi la ricorrenza che commemora la firma dell'armistizio siglato a Villa Giusti (Padova) con l'impero austro-ungarico è diventato il Giorno dell'Unità Nazionale e la Giornata delle Forze Armate. Il programma della cerimonia dovadolese prevede, alle 9, il ritrovo dei partecipanti in Piazza della Vittoria, dove sarà deposta una corona d'alloro al Monumento ai Caduti, e alle 9.15 la celebrazione della Santa Messa da parte del parroco don Alfeo Costa all'interno dell'oratorio di Sant'Antonio di Padova, nello stesso luogo dov'è collocata la lapide che riporta i nomi dei soldati dovadolesi morti al fronte.

Al termine della funzione religiosa interverrà il sindaco Gabriele Zelli che, nell'occasione, ricorderà i militari italiani oggi impiegati su vari fronti e la dolorosa storia, purtroppo dimenticata, dei profughi causati dal Primo conflitto mondiale, che investì anche la Romagna. "Mentre dello sfollamento determinato dal passaggio del fronte negli anni 1943-1945 si ha ancora memoria perché molti cittadini, allora adolescenti o poco più, l'hanno vissuta, non ci si ricorda dei fuggiti per scelta o per necessità dalle zone dei combattimenti e da quelle minacciate dal nemico delle zone del Veneto e Friuli Venezia Giulia", afferma il primo cittadino.

"I profughi rappresentarono una delle novità più drammatiche della Grande Guerra e in Emilia-Romagna gli arrivi cominciarono già nel 1915, provocando, insieme al rientro degli emigrati, un'inedita pressione sul territorio - continua Zelli -. Ma fu soprattutto dopo la ritirata militare dell'ottobre-novembre 1917, con la fuga di quasi 500 mila civili dalle terre invase, che l'esodo divenne imponente. Le autorità delle province d'accoglienza, compresa quella di Forlì che allora comprendeva anche Rimini, scelsero di smistare i nuovi arrivati in vari centri, piuttosto che concentrarli nelle città capoluogo, per ragioni di ordine pubblico, per la disponibilità alimentare (comunque scarsa per tutti, compreso i residenti), per la presenza o meno di alloggi e sulla base di considerazioni legate all'economia di guerra. I Comuni dovettero garantire ai profughi aiuto alimentare, alloggio, controlli sanitari e un sussidio ai più bisognosi; situazione molto simile a quella che viviamo oggi. In molti casi gli esuli trovarono anche lavoro. Rimini dovette sopportare in Romagna il maggior peso di questa situazione".

Prosegue Zelli: 2Il Comune di Venezia per seguire gli oltre 6.000 profughi fu costretto ad aprire una sede decentrata del municipio in un albergo della città rivierasca. Al di là delle relazioni rassicuranti di alcuni prefetti e delle notizie dei giornali, più interessati a dar conto dell'aiuto compassionevole offerto ai fuggiaschi che della dura realtà dell'esodo, il rapporto tra la popolazione locale e i profughi fu piuttosto complesso. Accanto a forme di solidarietà si registrarono non poche tensioni sociali dovute alla carenza di risorse alimentari e al caroviveri, alla disoccupazione e alla concorrenza sul mercato del lavoro. Se ciò fu vero in tutt'Italia, in Emilia-Romagna questi aspetti risultarono in parte attenuati per l'impegno dei Comuni e dei Comitati di assistenza, ma anche per una disponibilità alimentare che, seppure molto ridotta, non venne mai meno. L'arrivo di profughi proseguì fino alla primavera del 1918 e il loro rientro a casa si protrasse ben oltre la guerra. Non pochi scelsero l'Emilia-Romagna come nuova e definitiva "casa"".

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