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Addio ad Antonio Pasini detto Nino, testimone della cattura di Mussolini a Dongo

“Certe scelte ti segnano indelebili per tutta la vita”. La moglie Ada se n’era andata nel 2017, lunedì Nino la raggiungerà nuovamente nel cimitero di Bertinoro, uniti anche per l’eternità

Sabato, a 95 anni d’età se n’è andato il bertinorese Antonio Pasini, detto Nino, testimone della cattura di Benito Mussolini a Dongo. Tempo fa, intervistato dopo oltre 70 anni di silenzio su vicende di grande rilevanza per la storia italiana, ebbe a dire: “Certe scelte ti segnano indelebili per tutta la vita”. Quando Nino nacque a Bertinoro nel lontano 1925, il Duce fascista ha già preso il potere da tre anni. La parabola giovanile di Pasini si dipana per intero nell’alveo del ventennio mussoliniano.

La vicinanza con il “predappiese”, di cui respira la stessa aria sin dalla più tenera età, porta il milite della Guardia Nazionale Repubblicana a vivere di persona l’ultimo istante di libertà dell’ex dittatore. Le fonti di quei giorni febbrili attestano concordi che, alle ore 18 del 25 aprile 1945, il “figlio del fabbro” è ancora al sicuro nell’arcivescovado di Milano, a colloquio col cardinale Ildebrando Schuster e con i responsabili del CLNAI, nella vana ricerca di una resa dignitosa. Poi viene a sapere dal generale Rodolfo Graziani, ministro della guerra della Repubblica Sociale Italiana, che i tedeschi stanno conducendo trattative separate di resa con gli Alleati, tramite il Clnai. Mussolini ha uno scatto d’orgoglio: tronca la riunione e ordina ai suoi di abbandonare Milano per puntare su Como. Il Duce considerava la città lariana una zona relativamente protetta e con una presenza partigiana limitata: questo gli avrebbe consentito di attendere l’arrivo degli Alleati e consegnarsi a loro. Mussolini torna in Prefettura e alle 20 si mette in marcia: raggiungerà Como alle 21.30.

Il segretario del Partito Fascista Repubblicano Alessandro Pavolini, che stava radunando le forze necessarie all’ultima difesa nel ridotto in Valtellina, aveva creato anche un gruppo di “pretoriani”, tutti giovanissimi: fra i militi c’è pure Antonio Pasini. La vita del bertinorese continua ad andare in parallelo con quella del Duce. “Nel piazzale della stazione ferroviaria di Como - ricorda - ci fecero salire sul cassone di due o tre camioncini, ognuno col suo moschetto, e da lì ci muovemmo al seguito di Mussolini”. All’alba del 26 aprile 1945, il Duce commette l’errore fatale: scioglie dal giuramento di fedeltà i suoi soldati, valutati in alcune migliaia e parte coi ministri della Rsi per Menaggio. Nella località posta sulla sponda occidentale del Lario sopraggiunge anche un convoglio militare tedesco in ritirata, composto da trentotto autocarri e da circa duecento soldati della Flak, la contraerea tedesca, diretto a Merano attraverso il passo dello Stelvio.

Della colonna, lunga un chilometro, fa parte anche la camionetta di fascisti con a bordo Nino. Alle cinque del mattino del 27 aprile il convoglio parte da Menaggio, ma alle sette, nei pressi di Dongo, è fermato ad un posto di blocco dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle. I tedeschi non ci stanno e innescano una sparatoria. Nella concitazione Mussolini riesce ad indossare un cappotto ed un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht e viene fatto salire sul camion numero 34 della Flak. Nello scambio di colpi fra partigiani e tedeschi, che coinvolge anche il gruppetto di giovani “pretoriani” rimasti al seguito del Duce, Pasini rimane gravemente ferito. La sua vita si stacca definitivamente da Mussolini, che sarà giustiziato il giorno dopo a Giulino di Mezzegra dai partigiani comunisti assieme all’amante Claretta Petacci. Nino non ricorda più nulla sino al giorno dopo, quando si risveglia a Bolzano, in ospedale, dove era stato lasciato dalla colonna di tedeschi in ritirata diretti in Germania.

Grande è lo stupore del ragazzo nel ritrovarsi ancora vivo: “Forse mi hanno risparmiato perché ferito e non in grado di combattere”. Considerato prigioniero di guerra, dopo alcune settimane è trasferito convalescente al Maggiore di Bologna e una volta dimesso, nel maggio di quell’anno, è condotto al campo di concentramento di Coltano, nel pisano, assieme ad altri 32.000 ex militari della Rsi. “Le condizioni erano durissime – ricorda – e l’unico che forse se la passava decentemente era il generale Graziani, imprigionato al centro del campo, in solitudine”. A settembre Nino è un uomo libero e potrebbe ritornare a casa, ma la sorella, sentita telefonicamente, lo scongiura di non avvicinarsi: “Nino, qua ammazzano i fascisti, non venire”. Nino trova lavoro a Firenze e vi rimane sino al 1950. Il 14 novembre di quell’anno ritorna finalmente nella sua Bertinoro per convolare a nozze con la ventenne Ada Giunchi, con cui ha condiviso l’intera esistenza nella piccola casa di via Vendemini, a due passi dalla Colonna dell’ospitalità e dal balcone di Romagna. Ada se n’era andata nel 2017, lunedì Nino la raggiungerà nuovamente nel locale cimitero, uniti anche per l’eternità. 

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