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Cronaca

Alluvione un anno dopo - "La mattina siamo circondati da un fiume, come su un isolotto dimenticato"

"Ci facciamo largo nel fango gelido e vischioso che ha ammantato il piano di sotto per recuperare qualcosa da mangiare, anche se la tensione ci ha fatto dimenticare la fame"

Quel giorno entrambe le nostre aziende avevano stabilito lo smart working per allerta meteo, un segnale a cui forse all’inizio non si era dato troppo peso, di certo credo che nessuno avrebbe immaginato quello che da lì a breve sarebbe accaduto. Il pomeriggio scorre tra mail di lavoro e abbracci al nostro bimbo di otto mesi, in casa con noi, intervallati, con sempre maggiore frequenza, da notizie riguardanti nuovi punti in cui i fiumi stanno esondando, a cui tendiamo sempre più l’orecchio preoccupati, anche se il fiume ancora ci sembra lontano. Abitiamo nel quartiere San Benedetto.

Sono le 19 passate quando, affacciandoci al portone di casa, vediamo un rivolo d’acqua risalire con una placidità inquietante lungo la strada. E lì inizia la paura, la sconvolgente presa di consapevolezza. Nessuno ci aveva dato l’avviso di evacuare. Cerchiamo di posizionare in alto più oggetti e mobili possibili, lasciamo Giacomo di sopra al sicuro, tra le sbarre del suo lettino, e lui inizia a piangere disperato, si accorge della tensione, ma purtroppo non abbiamo tempo di consolare il suo pianto, dobbiamo cercare di salvare il salvabile. In un attimo l’acqua è già arrivata nel giardino, e risale il gradino della porta. Nel giro di venti minuti, un rigagnolo d’acqua si insinua nella fessura del portone, come una fonte che sgorga spontanea e che irrompe con sempre maggiore prepotenza.

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Non c’è più tempo. Dobbiamo salire di sopra. Consapevoli che quell’acqua sta per inghiottire senza permesso, senza chiedere scusa, mesi di sacrifici per una casa appena comprata e ristrutturata, nella quale ci eravamo trasferirti da neanche un anno. L’impotenza ci pervade. Di sopra Giacomo si è addormentato sfinito dal suo pianto inascoltato. Il buio è calato, l’elettricità è saltata, la notte è ovunque. L’unica compagnia è lo scroscio lugubre e inesorabile dell’acqua e le luci delle sirene che si intravedono sulla tangenziale dal balcone. Sembra l’Apocalisse. Non possiamo fare più niente. Ci abbracciamo sul letto, Riccardo e io, Giacomo accanto a noi. Possiamo solo attendere. L’acqua però non smette di entrare.

Chiamiamo i soccorsi, che ci chiedono se abbiamo un punto in alto in cui ripararci. Diciamo di sì, per fortuna la casa è a due piani, loro ci dicono che stanno dando la priorità a chi non ha questa possibilità, «Signora stiamo soccorrendo chi ha l’acqua al soffitto del primo piano». Giustamente decidiamo di attendere per dare precedenza a chi si trova già in una situazione critica. L’orecchio però rimane sempre teso, sentiamo un tonfo sordo, è il frigorifero che si è ribaltato. Ovviamente non si dorme, controlliamo regolarmente lo stato di avanzamento dell’acqua dalla cima delle scale. Finalmente si ferma. L’indomani però ci rendiamo conto che fuori siamo circondati da un fiume, come su un isolotto dimenticato, la linea del cancello quasi sommersa come unico riferimento, impossibile aprire la porta. Ci facciamo largo nel fango gelido e vischioso che ha ammantato il piano di sotto per recuperare qualcosa da mangiare, anche se la tensione ci ha fatto dimenticare la fame.

Alluvione un anno dopo, tutte le testimonianze

Per fortuna Giacomo può contare sul mio latte e qualche omogeneizzato tenuto di scorta. A un certo punto, una voce familiare ci giunge dall’esterno. È il mio papà che munito di stivaloni si è fatto largo nell’acqua torbida per venire a vedere come stiamo, dato che i telefoni hanno smesso di funzionare ore prima. I miei genitori abitano solo qualche strada più in là, e fortunatamente l’acqua non li ha raggiunti. Tornerà anche altre volte, per portarci qualcosa da mangiare di caldo che mia mamma ci ha premurosamente preparato. Rimaniamo quindi in casa, alla fine stiamo bene, possiamo resistere un giorno. Il tempo scorre senza riferimenti, come in una bolla surreale. Il giorno dopo finalmente il livello dell’acqua si abbassa, possiamo finalmente uscire, abbracciare i nonni, da cui ci trasferiremo per diversi mesi.

Gli amici si rendono disponibili ad aiutarci e Riccardo, con pazienza e cura, tutti i giorni dopo il lavoro, ricostruisce pezzo dopo pezzo tutto ciò che l’acqua ha distrutto, mentre io cerco di rendere più lieve possibile per Giacomo il trauma di questo inaspettato e improvviso cambiamento. Giacomo però sorride e si gode il tempo extra con i suoi nonni. Dopo mesi siamo riusciti a rientrare, la rabbia e la paura sono cicatrici indelebili, ma questa casa forse la sentiamo ora ancora più nostra, perché non solo l’abbiamo cercata, scelta, comprata e ristrutturata, ma l’abbiamo anche ricostruita.

Simona Savarino, 31 anni, Forlì

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