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Sabato, 25 Maggio 2024
Cronaca

Alluvione un anno dopo - Tommaso, 20 anni, e la sua intensa esperienza di "Burdèl de Paciug" con una benda sull'occhio

"Il mio racconto è come una “lente d’ingrandimento” per quanto riguarda i giorni successivi all’alluvione"

Buonasera, innanzitutto mi presento. Mi chiamo Tommaso Costa, ho 20 anni e sono nato a Forlì. Frequento l’Università di Bologna e sono al secondo anno di studi alla facoltà di Beni Culturali; nel tempo libero scrivo, dipingo e a breve potrò considerarmi uno scrittore. Sono molto attaccato alla mia Romagna e mi ricordo benissimo quei giorni di quasi un anno fa. Ho anche girato due video per il mio canale YouTube in cui ho mostrato quello che stava succedendo in quelle giornate di metà maggio. Allegherò in seguito (se mi sarà possibile) i link dei video così da permettervi di vederli, sia le immagini che accompagneranno il mio racconto, numerate tra parentesi qui nel testo. E un video diventato virale ma censurabile, a causa delle parolacce riprese, ma era il mio più innocente stupore a ciò che ho visto.

Io abito nel quartiere Ca’ Ossi, un quartiere che non è stato colpito pesantemente dall’alluvione come altri, per questo il mio racconto è come una “lente d’ingrandimento” per quanto riguarda i giorni successivi all’alluvione. Il 16 Maggio mi ricordo che stavo tornando a casa da un esame sostenuto in Provincia e già in quel pomeriggio con mio padre vidi che le strade stavano già iniziando a gonfiarsi d’acqua ai bordi. Incuriosito dall’evento, con tutte le precauzioni, decidemmo io e mio padre di dare un’occhiata al nostro fiume, esattamente in prossimità del Ponte di Schiavonia e del Ponte Rabbi. Il livello già si era terribilmente alzato e personalmente mi faceva più impressione la situazione del Ponte Rabbi, tra l’altro il più vicino al mio quartiere.

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Successivamente i miei genitori si recarono a San Lorenzo in Noceto, poco distante da Forlì, dove vive la mia nonna materna. Lei vive vicino al Ponte Calanca e quindi anche vicino alla Chiusa del Calanco; la Chiusa stava completamente sbordando e intorno alle 17:04 l’acqua del fiume aveva già cambiato il suo percorso, sfogandosi così sui pollai costruiti a fianco alla Chiusa e questo causò successivamente la mancanza di corrente alle case limitrofe, compresa quella di mia nonna. Quella stessa sera venne dichiarata la chiusura totale dei due ponti sopracitati, quello di Schiavonia e del Rabbi. E’ vero che la notte porta consigli, tutti noi l’abbiamo sentito questo detto, ma quella notte non portò nessun consiglio, anzi, ci portò un video del nostro sindaco Gian Luca Zattini, che con tono affranto ci comunicò che “Non abbiamo prontezza di quale possa essere l’impatto di una massa d’acqua di questo tipo sulla nostra città. Sarà molto probabile una gravissima esondazione con allagamenti diffusi nel centro della nostra città. […] Sarà l’episodio più grave che sia mai stato riscontrato nel territorio forlivese.”

In preda al panico e completamente abbandonati al buio della nostra città, io e mio padre decidemmo di spostare le nostre autovetture in un parcheggio rialzato, perché dopo quello che avevamo sentito, fondamentalmente dovevamo aspettarci l’arrivo del fiume anche a casa nostra. Fu una decisione che prendemmo noi e moltissimi altri cittadini e infatti quell’idea sprofondò quasi subito proprio perché il parcheggio stesso avrebbe potuto subire un collasso a causa del peso eccessivo delle quasi 100/120 vetture parcheggiateci sopra, anche perché oltre alle macchine alcune persone decisero di parcheggiare anche i loro camper (4). La confusione fu tale che le nostre autovetture le lasciammo parcheggiate nei nostri parcheggi del condominio.

Alluvione un anno dopo, tutte le testimonianze

Non mi ricordo esattamente l’orario ma ciò che mi impressionava di più, oltre il terrore delle persone, furono le dozzine di elicotteri della protezione civile (o di altri corpi) che ogni minuto ci volavano sopra le nostre teste, molto probabilmente con un sacco di famiglie a bordo che avevano già perso le loro case sotto la furia dei fiumi. Un’ora dopo tornai a casa, affamato e fradicio dato che aveva addirittura iniziato a piovere; già stavo girando quel documentario (che specifico qui, era solo a scopo informativo, da tenere sul mio canale per un futuro, anche per non dimenticarci di ciò che era successo) e decisi di informarmi non solo sulla situazione del forlivese, ma anche delle zone di campagna a noi vicine, e scoprì che la Campigna, Meldola, Faenza e Cesena si erano già quasi completamente allagate.

Quella notte di quel 16 Maggio, sotto la mancanza della corrente, imparai ad ottimizzare al massimo i tempi in cui la corrente tornava, e specifico, al massimo per 4/5 minuti: scaldarsi velocemente al microonde qualcosa da mangiare, farsi la doccia o quantomeno lavarsi, caricare il telefono e metterlo poi in Risparmio Energetico (così da non rimanere isolati) e ricaricare le torce (per chi le aveva). L’ultima volta che scesi nel cortile di casa fu per portare il mio cane a fare i bisogni e mi ricordo perfettamente che mi era impossibile vedere dove stavo andando, perché era un buio letteralmente “accecante”, per non parlare poi del rumore degli elicotteri, del diluvio e degli allarmi delle case che ogni due per tre saltavano.

Il 17 Maggio mi svegliai con due notizie bellissime: la strada del nostro quartiere non si era allagata e i tombini ancora reggevano e non rigettavano acqua e la corrente era tornata.
Decidemmo quindi di fare un salto di nuovo da mia nonna per portarle due powerbank per il suo telefono, perché ancora non aveva la corrente. E così vidi la situazione (peggiorata) sia della Chiusa del Calanco (5), del Ponte Calanca che dei pollai, ormai andati distrutti. Casa della nonna non era stata toccata - fortunatamente – ma nell’aria si iniziò a respirare una pesante puzza di pollo, una puzza di marcio, di cadaveri. Successivamente il pomeriggio andai a trovare la mia ex-ragazza e passai da Corso Garibaldi, una zona dove le porte case erano state barricate con dei sacchi di sabbia e con qualsiasi altra cosa che poteva fermare l’acqua. Passai inoltre vicino al Ponte Schiavonia, sorvegliato dalla Protezione Civile, dai Carabinieri, dalla Polizia e dai Vigili del Fuoco e il livello dell’acqua arrivò spaventosamente ai poggi-mano del marciapiede del Ponte.
Andai a controllare anche un dei tanti polmoni verdi della nostra città, il Parco Urbano, dalla zona del Maneggio “Il Raggio di Sole” dove ho prestato e continuo a prestare servizio come volontario, e anche lì il fango andò a coprire l’erba del parco fino alla Piadineria . L’ultimo controllo lo feci di nuovo al Ponte Rabbi e vidi già che – come avevo immaginato – il fiume esondò nel giardino dedicato ai nati di Forlì, seppellendo gli arbusti a loro dedicati e vidi inoltre che le case lì vicino agli argini del fiume avevano tutto il primo piano completamente allagato e, per evitare un’ulteriore esondazione, alcuni cittadini decisero quindi di alzare con della terra gli argini vicino alle loro abitazioni. 

alluvione parco urbano (Foto Tommaso Costa)

Quella sera mi iscrissi su Whatsapp ad un gruppo di Volontari di Forlì, che già nella prima ora della creazione di quel gruppo contò 1021 partecipanti: il gruppo iniziò a riempirsi di richieste di aiuto da tutte le zone, da Via Cervara (Villa Inferno) a Sant’Agata, da Reda a Meldola, da Albereto a Russi, tutte richieste di pompe (così da spostare l’acqua in alcune abitazioni) e di carri per il trasporto degli animali (ti qualsiasi tipo, cani, cavalli, asini, muli, pecore, capre, anatre…). Venivano continuamente condivise foto di ritrovamenti di dozzine di cani, trovati in supermercati, nei parchi, per strada o anche tra il fango (cani e non solo, anche cavalli e gatti). Vennero condivise dozzine di richieste di aiuto per poter salvare le persone intrappolate dalle acque, come successe all’ Hotel Principe, in Viale Bologna, dov’erano intrappolate 40 persone tra cui 4 bambini tra i 3 e i 5 anni, oppure in Via Molino dov’era rimasta intrappolata ai piani bassi di casa una famiglia di 5 persone, oppure ancora si cercavano notizie di persone che abitavano in Via Cassirano, di cui non si avevano più notizie ormai da un giorno. Per non parlare delle ditte che pubblicarono dei post in cui specificavano la loro disponibilità gratuita per la riparazione degli oggetti domestici e veicoli. Infine, si iniziò ad impostare delle rigide regole per organizzarsi nelle operazioni di volontariato; si decisero quindi i punti di incontro dove poter donare i propri vestiti, cibi e qualsiasi altro tipo di bene e servizio (turnazione cucine per gli sfollati, consegna pasto e pulizia strade/immobili).
Il 18 Maggio quindi, io e la mia famiglia prendemmo qualsiasi vestito a noi superfluo, ancora perfettamente utilizzabile e li portammo al punto di raccolta prestabilito, dal distributore dell’ENI vicino alle Carceri (mettemmo vestiti quali intimo, maglioni, maglie, polo, felpe delle mie superiori, una coperta e tre paia di scarpe).

Ma il mio racconto non finisce qui. Tutte le foto e ciò che ho appena raccontato per l’appunto sono state reperite dal mio video sull’alluvione; il mio racconto che vive solo tramite poche altre foto e soprattutto nella mia mente è ciò che racconterò qui di seguito. Il 24 Maggio, dopo una settimana dall’alluvione, decisi di intervenire come volontariato. Aspettai di conseguire un esame universitario, Museologia (che venne conseguito online proprio a causa dell’alluvione) e mi equipaggiai con tutto il necessario. In casa già avevo una pala (usata solo una volta durante quella famosa nevica di più di dieci anni fa che si abbatté sulla nostra città) e un vestito al completo da poter usare tra il fango, uno di quei completi che usano i meccanici, tutto blu e con i pantaloni cuciti in modo che fossero cuciti assieme alla maglia: andai a comprare al Globo un paio di stivali e il giorno dopo partii come volontario.

Sarò sincero, non sapevo da che parte farmi: non sapevo dove andare, quando andare, non sapevo se ci fossero dei punti più a rischio e quindi con più bisogno di volontari o se dovevo addirittura munirmi di un qualche motivazione scritta da presentare alla Polizia in caso mi avessero fermato. Quindi decisi di farmi guidare dall’istinto. Salii in macchina e guidai fino a Porta Schiavonia, parcheggiando prima della rotonda, vicino a Centro Giochi 2000. Lì aprii il baule, mi cambiai e armato di pala mi diressi verso il Ponte di Schiavonia, chiuso al traffico e tenuto sotto controllo dai Carabinieri e dai Vigili del Fuoco.

Avviandomi verso il Ponte feci conoscenza con un ragazzo, forse sulla trentina ma di cui non mi ricordo il nome e non sapendo quindi come comportarmi, mi unii a lui che invece già sapeva dove dirigersi per chiedere informazioni sulle case con più bisogno d’aiuto. Appena arrivammo dall’altra parte del fiume mi si presentò un quartiere che non mi pareva più una zona cittadina delle nostre parti, ma quanto più una zona di guerra. Viale Bologna non era più il viale che collegava Forlì a Villanova, non c’erano più le persone con il cane da portare a spasso, o le macchine parcheggiate nei negozi a bordo strada, o ancora i colori delle case sempre diversi, ma ora c’erano volontari imbrattati di fango fino ai capelli, mille mila oggetti casalinghi ed elettrodomestici accatastati uno sopra l’altro a formare montagne alte fin sopra i tetti delle case, mezzi di soccorso di qualsiasi tipo fermi in mezzo alla strada. E soprattutto un unico colore che dipingeva qualsiasi oggetto ed essere vivente: il marrone chiaro, quello del fango secco, cementificato a terra, sulle pareti, sulle piante, sui veicoli, dappertutto.

Era come se ci fossimo catapultati in un’altra città, una città di un paese in guerra, lontano dall’Italia. Io e questo ragazzo ci avviammo così verso il Palasport Romiti dov’era stato allestito un vero e proprio Centro Operativo per noi Volontari, dove gli alluvionati facevano segnare le loro emergenze e noi volontari venivamo così assegnati alle varie zone con più emergenza. Venimmo così indirizzati in una casa di Via Firenze, al civico 45. Le strade erano inagibili a causa delle montagne di oggetti infangati, estratti dal fango e lasciati appoggiati a terra sperando che il fango si potesse seccare. Appena arrivai mi precipitai ad aiutare un gruppo di ragazzi intenti a sollevare un enorme divano così da poterlo accatastare in strada e liberare il passaggio in quello che era un piccolo vialetto di giardino.

La casa era sviluppata in un piano terra a mo’ di tavernetta, da cui si sviluppava a destra una cucina, più avanti un corridoio lungo che portava a destra ad un bagno, a sinistra alle scale che portavano al primo piano e davanti invece un’altra serie di camere irraggiungibili però a causa dei mobili rovesciati a terra e del fango ancora ad altezza delle ginocchia.
La prima ora di quella mattina la passammo a liberare la tavernetta sia dagli oggetti a terra che dal fango, spingendolo fuori del vialetto del giardino, per poi raccoglierlo in secchie successivamente ributtarlo nel fiume tramite una catena umana.

La cosa più dolorosa per me era recuperare da quei centimetri di fango gli album e le soprattutto le fotografie di quella famiglia, fotografie anche vecchie, probabilmente del secolo scorso, ormai irriconoscibili perché strappate, accartocciate, spiegate in mille modi diversi. Gli oggetti che recuperavo poi erano anch’essi irriconoscibili, potevi confondere una rivista con un libro, una tazza per la colazione con un vaso, un bicchiere con un portapenne. Dovevamo poi stare attenti alle mensole cadute a terra e quindi nascoste dal fango, perché avevano ancora i chiodi, fissati ad esse e rivolte verso l’alto, e poi anche delle mensole appese al muro perché erano piene di oggetti – anch’essi infangati – e che ogni tanto potevano caderti in testa o tagliarti.

Una volta liberata la tavernetta la parte difficile fu far uscire il congelatore, che la forza del fiume lo scaraventò contro la porta del corridoio che dava sul bagno; fummo costretti ad abbattere lo stipite della porta così da disincastrarlo e portarlo fuori. Provammo anche ad alleggerirlo, ma aprendolo ci accolse la puzza di chili e chili di carne marcia e putrefatta che ci fece rivoltare lo stomaco, data la sua pesantezza, che abbandonammo subito l’idea di alleggerirlo e in sei lo tirammo fuori da quella stanza. La cucina fu la stanza che, insieme ad altri tre ragazzi inizia a liberare; il problema anche qui erano le mensole a terra e sotto il fango con cui rischiavamo di bucarci gli stivali e beccarci il tetano a causa dei chiodi, e soprattutto degli oggetti da cucina nascosti in qualsiasi parte della cucina.

Insieme ad un ragazzo provai a liberare una cassettiera di legno, così da avere più spazio per lavorare e sgomberare la stanza più facilmente; ogni cassetto che estraevo da essa mi si sbriciolava tra le mani e le forchette, i mescoli e qualsiasi altra posata o utensile da cucina precipitava a terra. Disgraziatamente mi chinai per raccogliere le posate appuntite, così da evitare che qualcuno inconsciamente ci mettesse i piedi sopra, e non appena mi chinai un coltello mi cadde vicino al volto e, tuffandosi nel fango, me lo schizzò sul viso togliendomi la lente a contatto che per quella giornata decisi di mettermi.

C’erano molte voci sulle malattie che scorrevano nelle acque che si erano intrappolate nelle stanze delle case, ma quella che più mi fece paura fu quelle delle malattie dei conigli del Parco Urbano; questo perché ci son sempre stati dei conigli ammalati al parco e veniva tenuti l ontano da quelli sani, ma quando esondò il Montone, tutti queste povere creature sono morte e correva voce, per l’appunto, che si fossero infettate ulteriormente le acque del fiume. Mi bendai rudimentalmente l’occhio ma decisi di tenere lo stesso la lente nell’altro occhio e decisi di farmi disinfettare dai soccorsi, ma in Viale Bologna era un tale via vai di mezzi dei vigili del fuoco e ambulanze che preferii lasciarli lavorare e soccorrere chi era messo molto peggio di meno. Mi imbattei quindi nel camper di Massimo Pazzaglini, che mi accolse e mi fece disinfettare e bendare l’occhio da un suo amico. 

Foto 7-6

Qui mi scattò una foto un fotografo di nome Antonio; non era come quei report e giornalisti che cercavano le notizie e ci fotografavano come fossimo animali del circo, era diverso e molto timido, e mi confessò che appena mi vide con quella benda rudimentale all’occhio in cerca di soccorsi, decise di seguirmi. Mi chiese di dov’ero, dove mi sarei diretto e cosa avrei fatto, ma sinceramente quella mattina mi aveva spezzato la schiena in due. Rimasi chiuso in quella casa più o meno per quattro lunghissime ore, tra mobili pericolosamente gracili, con un pavimento fatto di chiodi arrugginiti e utensili appuntiti. Decisi così di tornarci per recuperare la pala che avevo lasciato lì e dare così una mano per un’altra ora e mezza alla catena umana disposta lungo tutto il viale di quella casa, impiegata a passarsi i secchi di fango e buttarlo da dov’era venuto, nel fiume lì vicino.

Si fece l’una in punto e decisi di tornarmene a casa, distrutto. Ormai ero diventato anch’io uno di loro, un ragazzo imbrattato di fango, fino ai capelli: un burdél de paciug. Scattai qualche foto per i miei genitori che mi chiesero come stavo e cosa facevo, ma impegnato in quell’inferno di fango non trovai mai modo di rispondergli. Tornai ai Romiti i giorni successivi, ma i volontari furono così tanti che il l’aiuto richiesto era sempre di meno, finché i volontari non vennero considerati quasi d’intralcio per i soccorsi. I mesi successivi passai per le vie di Porta Schiavonia e dei Romiti, giusto per vedere come si stavano evolvendo le cose, ma nel vedere le montagne di oggetti ed elettrodomestici accatastati lungo i marciapiedi mi facevano venire le lacrime agli occhi, ma non per gli oggetti in sé, ma più che altro per le vite che quegli oggetti si trasportavano dietro, i ricordi che le loro famiglie gli potevano aver attribuito lungo tutta una vita; il divano del nonno, il letto dei genitori, l’auto del babbo e il motorino dei figli, il giocattolo del fratello e il portagioie della nonna, le scarpe della mamma e la cuccia del cane, tutti ricordi di una vita che, in un paio di giorni, si son trasformati in inutili accozzaglie da buttare.

Ma nonostante tutto questo quello che più mi rimarrà inciso sarà l’umanità che in quell’inferno ho trovato; quella che ci raccontavano le favole della buonanotte e che vedevamo nei film drammatici di Hollywood. Pensavo di vederla solo in quei posti lì, e invece la trovai in mezzo al fango tra le mani di mille sconosciuti. Per capodanno decisi di scrivere infine la mia esperienza da “Burdèl de PAciug” alla famiglia che soccorsi quel lontano giorno di maggio; gli scrissi una lettera di quattro pagine per raccontargli quello che avevo vissuto, allegandoci una mia foto (scattata sempre in quello stesso giorno per i miei genitori); misi i fogli e la foto in una busta, la firmai e la attaccai ad un vaso di fiori, così da poterli piantare in quel vialetto che non è più tornato ad essere verde e fiorito come prima dell’alluvione, ma non trovai nessuno a casa, e quindi decisi di lasciarlo ai loro vicini, con un post-it giallo in cui spiegavo a chi erano indirizzati i fiori e la busta. Non so se hanno ricevuto quel mio regalo di Capodanno…

PS.: La pala che recuperai quel 24 maggio, dopo essermi fatto disinfettare l’occhio non è la mia. La mia l’avrà presa sicuramente qualcun altro, io ne ho presa una uguale ma che poi mi son accorto che c’era scritto il nome del proprietario: una certa ELENA F.; perdonami, te lo presa io :) 

Tommaso Costa

ALLUVIONE, PER NON DIMENTICARE
Il 16 maggio del 2023 la Romagna si trovò nel giro di poche ore nel dramma dell'alluvione. ForlìToday raccoglie e pubblica i ricordi e le testimonianze dei lettori su quanto accadde in quei giorni. Lo scopo è di costruire e mantenere viva la memoria collettiva su quei fatti.

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