Sabato, 31 Luglio 2021
Cronaca

Annalena Tonelli è viva, testimone perenne dell'amore per i poveri

Grande partecipazione, fra venerdì e domenica, a tutti i momenti promossi dal Comitato per la Lotta contro la Fame nel Mondo, in collaborazione con altri enti e istituzioni, per ricordare Annalena Tonelli a 15 anni esatti dalla sua barbara uccisione a Borama

Un momento del ricordo di Annalena

Annalena Tonelli è viva, testimone perenne dell’amore per gli ultimi. Grande partecipazione, fra venerdì e domenica, a tutti i momenti promossi dal Comitato per la Lotta contro la Fame nel Mondo, in collaborazione con Ufficio Missionario diocesano, Fondazione Cassa dei Risparmi, Comune di Forlì, Caritas, Missio Forlì-Bertinoro e Assiprov Forlì-Cesena, per ricordare la martire cristiana a 15 anni dalla sua barbara uccisione a Borama, in Somaliland. La sera di venerdì, il gruppo di persone che ha preso parte alla marcia nei luoghi del centro storico che nei primi anni Sessanta furono teatro del suo impegno per i poveri della città, è arrivato a toccare le 400 unità.

All’esordio della camminata, sulla cosiddetta Barcaccia, erano presenti, fra gli altri, il vescovo di Forlì-Bertinoro mons. Livio Corazza, il vescovo di Gibuti (ex Somalia Francese) e amico di Annalena mons. Giorgio Bertin, il sindaco di Forlì Davide Drei, l’onorevole Marco Di Maio e due classi di 4° e 5° elementare del plesso scolastico di Santa Maria Nuova Spallicci “Paolo Amaducci”, guidate dai rispettivi insegnanti. “Siamo davanti al San Domenico – dichiara Andrea Saletti, membro del Comitato per la Lotta contro la Fame nel Mondo – perché a due passi dal brefotrofio di viale Salinatore, il luogo dove Annalena fece da vice mamma alle tante creature senza famiglia ivi accolte nei primi anni Sessanta”. Nella tappa successiva, il cosiddetto Casermone di via Romanello, la futura missionaria maturò quella sua indescrivibile passione per “i brandelli di umanità ferita”, che di lì a pochi anni l’avrebbe condotta a condividere gli stenti delle popolazioni nomadi, prima in Kenya e poi in Somalia.

“La vita ha senso – scriverà dal Corno d’Africa - solo se si ama e la si dona interamente per la cura degli ultimi; nulla ha significato al di fuori dell’amore”. Giunto a San Mercuriale, il grosso degli aderenti alla marcia ha preso parte anche alla veglia “Il deserto fiorirà”, incentrata sul ruolo che la preghiera ebbe nella decisione di Annalena di vivere, povera per i poveri. “Non siamo qui per ricordarla – precisa il responsabile dell’Ufficio Missionario diocesano, padre Luca Vitali, religioso della Comunità di Villa Regia – ma per raccogliere il suo testimone”. Dalla traccia della veglia, condotta dal vescovo mons. Livio Corazza, è emersa anche la verità inconfutabile sull’uccisione della volontaria forlivese, occorsa la sera del 5 ottobre 2003 a Borama, in Somaliland: “Da tempo i potenti della zona vogliono impossessarsi degli aiuti che Annalena gestisce per i suoi ammalati e sono infastiditi dalla cura che offre ai malati di Aids”.

“Oggi cercavano una donna colpevole di aver amato – scrive ai familiari poco prima di essere uccisa – pregate per loro che non sanno quello che fanno e di più pregate per i malati che non possono ricevere la “care” di cui hanno bisogno (…) credo fermamente nella necessità di pagare e morire per quelli che hanno sbagliato… solo che nel mio caso chi soffre e soffrirà sono dei brandelli di umanità ferita”. Significativa partecipazione anche al convegno organizzato sabato e domenica al Campus universitario su “Annalena e l’Amore che ha ispirato le sue azioni. “Ho conosciuto Annalena – testimonia il presidente della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì Roberto Pinza –partecipando agli incontri della Fuci e dei Giovani Universitari guidati da don Livio Lombardi, che si tenevano presso la Casa dell’Azione Cattolica, in via Albicini. Ci trovavamo al sabato pomeriggio e già allora si capiva che ad Annalena non bastava quanto stava facendo al brefotrofio e nei luoghi della povertà forlivese”. Annalena aveva una forza dirompente: “Entrava anche da sola nel Casermone, posto malfamato ed evitato da tutti, coi tacchi a spillo e i suoi splendidi occhi azzurri, per curare reietti e diseredati senza paura”. Sarà lei stessa, in una lettera dall’Africa, a ricordare le ragioni del suo essere missionario. “Per quella bidonville della mia città natale io persi la testa impazzendo d’amore per prostitute, ladri, manutengoli, usurai, bambini non amati, handicappati fisici, tenuti nascosti, disoccupati, “barboni” non per vocazione; quella bidonville bruciava in un incendio d’amore il mio cuore”.

E se il professor Ivano Natali, amico personale della missionaria, ha letto gli stralci più significativi delle sue lettere – “lo scrivere per Annalena era un dono, potendo così rapportarsi con malati e benefattori, familiari ed amici” – don Roberto Rossi e padre Luca Vitali hanno colmato l’assenza giustificata dell’arcivescovo di Bologna mons. Matteo Zuppi, chiamato a Roma da papa Francesco, per delineare ancora meglio i contorni della martire, uno dei più grandi testimoni cristiani del nostro tempo. “Annalena – dichiara don Roberto, che ha avuto il privilegio di incontrarla a Wajir, in Kenya, nel 1979 – ha testimoniato in pieno la chiesa-amore, quella che accende la vita nei poveri che incontra, da vera giardiniera di uomini”. Dai successivi interventi al convegno, da padre Vitali all’amico Roberto Gimelli, da don Sergio Sala alla giornalista Annalena Benini, è emersa la straordinaria personalità di una donna che “ha fatto quello che ha fatto consapevole dei rischi mortali che correva, ma anche del seme di vita che stava gettando negli ultimi che incontrava”.

Silvio Tessari, operatore Caritas Italia che ha lavorato con lei a Merca per tre anni, ha raccontato che “Annalena è stato un esempio che lascia un segno indelebile. Chiaramente questa donna esile fisicamente ma fortissima nel cuore, ha risposto alla sua vocazione pienamente. Lei che si sentiva nulla, vuota, si riempiva col Signore, prendeva e donava”. “Non posso più mangiare a sazietà – scrive dalla Somalia - finché c’è qualcuno che muore. La vita è ballare sotto la pioggia finché c’è la tempesta, non certo aspettare che passi”. La forza di questa donna straordinaria veniva dall’intensa relazione col Signore, dall’ostia consacrata che custodiva gelosamente nella sua casa: quando sentiva venir meno le forze si rifugiava nella preghiera e nell’adorazione dell’eucaristia, fino a riempire nuovamente il cuore. “Il rapporto intenso con Dio – conclude padre Luca - ti riempie la vita, portandoti a vivere l’amore per i fratelli fino al dono estremo”.

Piero Ghetti
 

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