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Il bene seminato da Annalena comincia a dare frutti copiosi

Fra i più grandi progetti umanitari internazionali ideati fra Kenya e Somaliland, nel nome di Annalena Tonelli, barbaramente uccisa il 5 ottobre 2003 a Borama, spicca l'"Annalena Trust Fondation"

“Non conosco altro modo per gridare il Vangelo con la vita”. E’ forse questa l’espressione migliore con cui sintetizzare la scelta di Annalena Tonelli, barbaramente uccisa il 5 ottobre 2003 a Borama, in Somaliland, al culmine di un’esistenza interamente dedicata agli ultimi. Fra i più grandi progetti umanitari internazionali ideati fra Kenya e Somaliland nel nome di Annalena, spicca l’“Annalena Trust Fondation”.

Il luogo dove questa donna straordinaria, classe 1943, prende piena consapevolezza della propria “verve” caritativa, è il Casermone, un grande e fatiscente edificio, oggi scomparso, che sorgeva in via Romanello, a fianco della sopravvissuta ex chiesa di Santa Caterina. In quel tugurio, detto anche la “Casbah”, Annalena Tonelli, insignita il 25 giugno 2003 a Ginevra del Premio “Nansen” dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha dedicato tutto il tempo libero sino alla definitiva partenza per l’Africa, nel 1969. “Lasciai l’Italia – dichiara nelle sue Testimonianze – dopo sei anni di servizio ai poveri di uno dei bassifondi della mia città natale”. La molla che aveva portato la volontaria nel pieno della miseria forlivese, fra gente privata dalla guerra di una casa e di una dignità, è la stessa che la porterà, ad appena 26 anni e nel fiore della giovinezza (Annalena era una donna bellissima) a condividere per ben 35 anni la miseria dei somali, i diseredati del mondo.

“Non è possibile amare i poveri ,senza desiderare di essere come loro”, è un’altra affermazione della Tonelli che spiega tante cose. “In quel 1969 – testimonia l’amica Maria Teresa Battistini - le pare che l’orizzonte della sua città e del suo paese sia troppo stretto e le impedisca una reale e piena condivisione”. La prima meta africana di Annalena è Wajir, nel deserto del Nord -Est del Kenya. “Io – continua Maria Teresa - sono con lei l‘anno dopo. Insieme iniziamo a vivere quella fraternità di servizio e di preghiera fra tribù nomadi, poverissime e rigidamente mussulmane, che Annalena definirà il “mio paradiso in terra”. E’ l’ideale di Charles de Foucauld, il militare francese che nei primi anni del ‘900 si era fatto eremita nel Sahara vivendo tra i Twareg, i beduini del deserto, testimone dell’amore di Dio e fratello universale senza convertire nessun mussulmano”. L’ex soldato della Legione Straniera è morto ucciso il 1 dicembre del 1916 in una scorreria di banditi. Che strana analogia: la stessa morte violenta che subirà Annalena nel 2003. Nel deserto keniota, la forlivese si dedica alla riabilitazione dei malati di tubercolosi, malattia endemica che colpisce quasi tutti i somali. “Quando i malati diventano molto gravi – continua la Battistini – sono trattati come appestati e vengono confinati nelle loro capanne, abbandonati e lasciati morire senza conforto alcuno.

Annalena, laureata in legge senza sapere nulla di medicina, comincia col portare loro dell’acqua dolce piovana che raccogliamo dai tetti della nostra casa. Porta stuoie, cibo. Ma è un mondo duro, ostile. Annalena è giovane, quindi indegna di rispetto, bianca, cristiana non circoncisa, non sposata, un assurdo, una stonatura. Ma lei continua ogni giorno a servirli sulle ginocchia nelle loro capanne basse e infuocate, a stare con loro quando tutti fuggono, ad accompagnarli sino alle soglie della vita”. Annalena è morta in mezzo ai suoi somali. “Preghiamo che Dio le dia il Paradiso”. Sono queste le parole con cui Fatuma Ibrahim Alì, proveniente proprio da Wajir, si è rivolta ai forlivesi in occasione del 4° anniversario della morte della volontaria forlivese. Nel 2008 è stata, invece, la volta del ministro del Kenya Ibrahim Mohamed e della sua coraggiosa testimonianza su quella straordinaria giornata del 1984, in cui lui, all’epoca umile infermiere, e la stessa Annalena salvarono un’intera tribù di etnia somala dal genocidio progettato da alcune frange militari estremiste, colluse con i governanti kenioti del tempo. Proprio al suo ex allievo divenuto ministro keniota e al Comitato per la Lotta contro la Fame nel mondo, l’onlus forlivese da lei fondata nel 1963, si deve il più grande progetto umanitario sorto nel suo nome: “Annalena Trust Fondation”. “L’iniziativa – dichiara il presidente del Comitato per la Lotta contro la Fame nel Mondo, Roberto Gimelli – si pone l’obiettivo di diffondere fra le stesse popolazioni somale e keniote quello spirito di gratuità e di servizio totale per cui la nostra Annalena ha donato la propria vita”. A Wajir, il luogo del primo approccio africano e della sepoltura mortale della martire forlivese, il Comitato di via Lunga e il governo keniota stanno risanando l’ospedale per la cura delle malattie infettive a suo tempo eretto da Annalena e da Maria Teresa Battistini e poi abbandonato. Nel contempo, è in avanzato stato di progettazione un “Medical Training College”, scuola-convitto per la formazione di operatori sanitari ospedalieri, sia medici che paramedici.


La Fondazione realizzerà le strutture mentre il governo di Nairobi finanzierà le attività. Sempre a Wajir è allo studio anche un “Care Givers”, corso professionale di formazione assistenti di base per l’educazione igienico-sanitaria. “E’ evidente – conclude Gimelli – come il bene seminato da Annalena cominci a dare frutti copiosi”. Ancora nel nome della Tonelli, a Borama, in Somaliland, il luogo dove la volontaria ha incontrato la morte il 5 ottobre di otto anni fa, il Comitato sostiene e finanzia la “Scuola per sordomuti” voluta e realizzata dalla stessa missionaria forlivese, per diffondere anche in quella società tribale così chiusa all’esterno, il concetto che la persona è da amare sempre, anche se disabile e apparentemente un peso perché priva dei sensi più importanti. Nel frattempo, l’ospedale di Borama per la cura dei tubercolotici tanto caro ad Annalena, è stato riconosciuto a tutti gli effetti dalle autorità del Somaliland come struttura specializzata d’interesse governativo. “Ora – conclude Gimelli – il sanatorio si muove con le sue gambe. E’ un evento che solo pochi mesi fa era assolutamente impensabile”

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