Curava con pillole e ironia: 68 anni fa la morte di Zambutè, il medico dei poveri

Rotondi era nato nel 1868 a Bagnacavallo. Il padre Luigi, di famiglia contadina, aveva appreso da alcuni frati i segreti delle erbe, che poi trasmise ai sei figli

Il 26 marzo 1950 se ne andava per sempre una figura leggendaria della Forlì a cavallo delle due guerre: Augusto Rotondi, più noto come Zambutè o Zambutèn. “Alle ore 18 di oggi – scrisse il Resto del Carlino – dopo lunga agonia è morto il più popolare vecchio medico empirico noto in tutta la Romagna: Augusto Rotondi, di anni 82, detto Zambutè. La salma riposa nella cameretta da lui abitata presso l’orto ove coltivava le erbe medicamentose, trasformata in camera ardente”. “Si è voltato dall’altra parte, ed è morto”, apparve invece nel manifesto funebre affisso in tutta la città. Rotondi era nato nel 1868 a Bagnacavallo.

Il padre Luigi, di famiglia contadina, aveva appreso da alcuni frati i segreti delle erbe, che poi trasmise ai sei figli: Luigi junior, che esercitò a Lugo, Ernesta, che si muoveva tra Bagnacavallo, Faenza, Imola e Bologna, Ignazio, che si stabilì ad Alfonsine e morì di influenza spagnola, Alfredo, che operò a Portomaggiore di Ferrara, ma fu spesso ostacolato per le sue idee antifasciste e infine Achille, che praticò a Ravenna. Il più celebre del lotto, forse perché il più accativante e arguto, è rimasto il “nostro” Augusto. “Nella sua abitazione di via Ravegnana – scrivono Marco Viroli e Gabriele Zelli in “Personaggi di Forlì”, Il Ponte Vecchio, Cesena 2013 – Zambutè, uomo dall’aspetto burbero e dal linguaggio pittoresco, secondo l’antica tradizione di famiglia esercitava l’attività di medico empirico. Il caratteristico soprannome gli venne evidentemente dallo svizzero Jean Bontin, capostipite di questi personaggi un po’ scienziati, un po’ stregoni, un po’ erboristi, un po’ sensitivi”.

La pronuncia francese di quel nome gli calzò talmente a pennello, che in Romagna si diffuse il nome di Zambutèn per indicare un abile guaritore. Al riguardo, Romano Casadei ha scritto anche che tutte le indagini sull'origine del termine Zambuten “fanno riferimento ad una famiglia di medici e veterinari di origine ginevrina che esercitarono a Forlì, ricavandone ampia notorietà”. Visse l’apice della fama fra gli anni ’30 e ’40 del XX secolo, con il suo ambulatorio posto in via Ravegnana, praticamente davanti alla chiesa di Santa Maria del Fiore, perennemente pieno. Il suo segreto era un librone di ricette ed erbe medicinali lasciatogli in eredità dalla famiglia. Le sue armi erano unguenti, pomate, decotti, pillole colorate, ma anche abili consigli.

“A un giovanotto pieno di foruncoli in viso – continuano Viroli e Zelli – Zambutèn suggerì il matrimonio come rimedio sicuro per eliminare il fastidioso inconveniente che lo affliggeva. Poiché era convinto che non bisognava nascondere la verità ai malati, era pure capace di impietose sentenze”. Come quella rivolta ad un contadino di Carpinello, che covava un brutto male ormai inguaribile. Rotondi se ne accorse e glielo fece capire, rigorosamente in dialetto, prima in modo “soft” (“sei venuto da me troppo tardi”) e poi, vista la sua insistenza, in maniera a dir poco grossolana e feroce: “C’è un falegname a Carpinello?”. Alla risposta affermativa del pover’uomo, continuò con queste parole: “Allora torna a casa, ma prima fatti fare una cassa da morto”. “Le sue pillole e i suoi intrugli funzionavano davvero – scrive Emanuele Chesi in https://ducelandia.blogspot.it/ - o almeno erano a un prezzo abbordabile per quella povera gente che non poteva nemmeno permettersi di rivolgersi al medico. Pagare Zambutè non era un problema: credito, dilazioni, sconti erano all’ordine del giorno. Se qualcuno, particolarmente riconoscente, voleva dargli di più, lui quasi si arrabbiava e sibilava «S’et fat de marché nigar te?» (hai fatto il mercato nero? cioè: hai troppi soldi fatti in modo disonesto?)”.

Vista la sua notorietà, non mancarono le accuse e i processi per esercizio abusivo della professione medica, da cui uscì sistematicamente indenne, a parte una multa comminatagli nel 1904, al termine di un processo in cui era stato difeso niente meno che dal sindaco di Forlì, l'avvocato e futuro senatore del Regno Giuseppe Bellini. Fu il medico dei poveri, da cui spesso non si faceva neanche pagare, ma non mancarono pazienti eccellenti, come la moglie del medico chirurgo Sante Solieri e persino Rachele Guidi, moglie di Benito Mussolini. Morì povero e solo. Alla sua memoria, il Comune di Forlì ha dedicato una via a San Martino in Strada. 

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