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Il 25 agosto di 78 anni fa la morte ricadde dal cielo

Le prime fortezze volanti alleate, pilotate da aviatori sudafricani, apparvero su Forlì alle 9.16

Quel tragico venerdì 25 agosto 1944, il popolare don Pippo, al secolo monsignor Giuseppe Prati, trascorse l’intera giornata a raccattare brandelli di carne umana sui muri e sul selciato della piazza Saffi, per poi dare loro pietosa sepoltura in una fossa comune allestita al Cimitero monumentale. Le prime fortezze volanti alleate, pilotate da aviatori sudafricani, apparvero su Forlì alle 9.16. Provenivano da sud nell’ambito dell’Operazione “Olive”, dal nome del generale statunitense Oliver Leese, che l’aveva congegnata per prendere Rimini e sfondare in più punti la Linea Gotica, il sistema fortificato posto lungo l'Appennino tosco-emiliano dalla Wermacht.

Seppur in forme ridotte e con poca merce sui banchi (gran parte dei forlivesi era sfollata nelle campagne o in collina), il mercato ambulante in piazza Saffi era regolarmente operativo: fu uno dei motivi della strage. Forlì subì il secondo bombardamento per imponenza dopo quello del 19 maggio 1944, che aveva mietuto 150 vite. La città fu letteralmente colpita al cuore, con lo sventramento della stessa basilica di San Mercuriale. I danni alla chiesa dedicata al protovescovo risultarono talmente gravi, da indurre il Genio Civile ad ordinare la demolizione di quanto rimaneva delle volte della navata centrale, risalenti all’età barocca. Riapparvero le travi lignee del tetto e le aperture laterali del XIII secolo. Il bibliotecario comunale Antonio Mambelli scrive così nei suoi Diari: “Quattro formazioni di 23 bombardieri hanno sganciato a più riprese sulla città, specie sul centro, con il risultato di numerosi morti e di rovine immani; altre bombe a scoppio ritardato dovevano riservare a più tardi i loro funesti effetti”.

Il primo lancio fece a pezzi la barriera daziaria di San Pietro e tutte le case adiacenti, il secondo infierì sulla fabbrica di feltri “Bonavita” (che sarà demolita nel 1970 per fare posto al parcheggio di piazza Guido da Montefeltro, anch’esso superato dall’attuale Giardino del San Domenico). Una bomba caduta in via Delle Torri colpisce in pieno il Palazzo dell’Amministrazione provinciale, disintegrando gli affreschi del Samoggia, di Annibale Gatti e di Pompeo Randi. Colpito anche il Palazzo degli Uffici Statali, con il crollo di muri interni e ampi squarci alla facciata. Molti i morti fra le macerie. Mambelli condanna l’assurdo ordine impartito ai dipendenti del Catasto di non allontanarsi dal posto di lavoro, se non all’ultimo.

“La tragedia più grave si è avuta sul sagrato della basilica di San Mercuriale e di fronte al campanile, ove si è ripetuto il ‘sanguinoso mucchio’ di dantesca memoria”. Fatalità volle che molti si fossero rifugiati proprio nell’angusto spazio fra la chiesa e la torre campanaria e che una bomba sia caduta proprio lì. Biancarosa Ciani, titolare del Bar Roma di via Bonatti fino alla sua chiusura, nel marzo 2021, quel giorno perse la sorella di 10 anni. Al primo lancio di bombe, i coniugi Dina Turci e Mario Ciani si precipitarono fuori dal locale. Il gesto, impulsivo e dettato dalla paura, costò caro alla figlia Carla: pochi secondi e una nuova bomba cadde proprio davanti al caffè, annientando la bambina. Biancarosa, che aveva pochi mesi, era in braccio alla madre: lo spostamento d’aria le ributtò all’interno del locale, ma si salvarono entrambe.

A quella diabolica ventata di morte giunta all’improvviso dal cielo, riuscì invece a scampare il glicine di casa “Manoni”, in via delle Torri. Nel pomeriggio un nuovo bombardamento colpiva la zona fuori porta Cotogni. “Ormai la città era diventata un deserto – continua Mambelli - e nelle campagne gli sfollati erano ovunque”. Nei giorni successivi il computo dei morti raggiunge le 90 unità con varie centinaia di feriti. Nessuno si aspettava uno scempio del genere: è ormai prevalente la tesi che si sia trattato di un errore, anche se sono ancora in molti a credere, come già aveva ipotizzato lo stesso Mambelli, che quell’anomala incursione sul centro storico della città sia stata decisa dagli Alleati, come ritorsione per la mancata risposta popolare all’uccisione dei partigiani della Banda Corbari, avvenuta la settimana precedente. Dallo scorso anno, una targa commemorativa collocata alla base della colonna onorifica destra, laterale al Palazzo delle Poste, vuole condividere “il dolore dei feriti e delle famiglie, nel ricordo del coraggio e della pietà dei soccorsi, per non dimenticare l'orrore della guerra”.

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