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Giustizia fai-da-te contro il bullo, finisce condannato

Decise di farsi giustizia da solo nei confronti del "bullo" che vessava suo figlio undicenne. Ma la condotta, per quanto motivata dalla difesa del proprio figlio, non può essere approvata come metodo di educazione

Decise di farsi giustizia da solo nei confronti del “bullo” che vessava suo figlio undicenne. Ma la condotta, per quanto motivata dalla difesa del proprio figlio, non può essere approvata come metodo   di educazione, essendo fuori dal suo alveo di diritti. Insomma, niente “occhio per occhio” nella sentenza che la Corte di Cassazione ha emesso nei confronti di un padre forlivese di 52 anni che decise di intervenire con maniere spicce per la difesa del figlio.

Teatro dell'evento, occorso diversi anni fa, una palestra: è qui che il ragazzino di 11 anni si trovò a subire delle angherie da parte di un ragazzino di due anni più grande. Il padre, per effetto di queste prepotenze, decise di prelevare l'altro ragazzino, portarlo in camera del figlio e costringerlo con due ceffoni, a chiedere scusa. Un metodo inaccettabile per i giudici, che hanno condannato il 52enne forlivese in primo e secondo grado. Infine in Cassazione la conferma della condanna, da parte degli ermellini.

Non è, in sostanza – argomentano i giudici -, diritto di un genitore adottare un metodo di correzione e di rieducazione, ammesso che la violenza in risposta  della violenza possa essere considerata rieducazione – nei confronti di un terzo. Il padre, invece, avrebbe dovuto agire per prevenire ulteriori vessazioni, di concerto con il gestore della palestra. Per il padre-giustiziere la condanna è a una multa di 3.420 euro con condanna a risarcire il trauma psichico patito dal "bullo".

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