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"La gioia e il coraggio di Benedetta siano la nostra gioia e il nostro coraggio"

La solenne liturgia è stata presieduta dal card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento. Nel pomeriggio è stata la volta del vescovo di Forlì-Bertinoro Livio Corazza celebrare nella chiesa che dal 1969 custodisce le spoglie terrene della beata dovadolese

E' stata la messa di sabato mattina nella Badia di Sant’Andrea a Dovadola, il momento culminante della 2° Festa della Beata Benedetta Bianchi Porro, a 57 anni dalla sua salita al cielo. La solenne liturgia è stata presieduta dal card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento. "Il miracolo più grande di questa piccola grande donna – esordisce il porporato - è di essere riuscita a vivere la gioia nonostante la sua vita fosse dominata dalla croce. «Io soffro molto - scrive la beata dovadolese - credo ogni volta di non farcela più; ma il Signore che fa cose grandi, mi sostiene pietoso e mi trovo sempre ritta ai piedi della Croce». Ma afferma pure: «La vita in sé e per sé, mi sembra un miracolo e vorrei poter innalzare un inno di lode a Chi me l'ha data»".

"Ho usato il termine miracolo - continua Montenegro - per definire la sua vita perché la immagino come risposta alla domanda di Papa Francesco: “La sofferenza accettata e offerta, la condivisione sincera e gratuita, non so-no forse miracoli dell’amore?”. Stupisce infatti il coraggio dimostrato da Benedetta che, nonostante la sua fragilità, ha affrontato la sua malattia “con la sola forza della fede e della speranza nel Signore”. Ha regalato a tutti una gioia che non era fatta di guizzi legati ai pochi spazi liberi che le lasciava la sofferenza, era una gioia che includeva la sofferenza e regalava speranza a chi l’avvicinava. Benedetta ha interpretato in modo concreto e visibile le parole di Gesù: «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere». La sua vita infatti è stata un dono che si è moltiplicato in tanti doni, come una fiamma da cui partono scintille luminose. Non penso che Benedetta, parlandoci della sua vita, oggi ci direbbe: “Ho lasciato, ho venduto, ho rinunciato”, ma “ho trovato un tesoro, ho fatto un affare, mi è capitata una fortuna".

Il cardinal Montenegro fa un doveroso cenno a questo tempo di sofferenza dominato dal Covid, da cui lui stesso è stato colpito nel periodo di Natale: “Si tace, si subisce, la sofferenza è una terribile matrigna. Ci può rendere grandi o falliti, a secondo di ciò che ne facciamo e con quale cuore l’affrontiamo”. Gesù non è morto gridando grazie, ma chiedendo perché, non ha inventato la croce, ma pure lui l’ha subita, però è riuscito a fare schizzare la Pasqua e la vita da quell’albero che apparentemente era sterile e portatore di morte. Con la sua passione e morte, ha così sottomesso la sconfitta alla vittoria e la tristezza a una gioia solida e divina. La sofferenza non ha chiuso Benedetta in una gabbia, ma l’ha aperta sempre più all’amore verso il prossimo”. Il segreto della riuscita della vita di Benedetta è stato Gesù: “Che sia così anche per noi. La gioia e il coraggio di Benedetta siano la nostra gioia e il nostro coraggio”. Sempre sabato, alle 16.20, si è collegata con la Badia di Dovadola anche Radio Maria. L’emittente cattolica internazionale ha trasmesso il santo rosario, seguito alle 16.40 dalla celebrazione eucaristica presieduta da mons. Livio Corazza.

"Oggi - esordisce il vescovo di Forlì-Bertinoro - per la nostra chiesa è un giorno di festa; a Dovadola, proprio qui in questa chiesa, dal 22 marzo 1969 riposa il corpo di Benedetta Bianchi Porro. Una ragazza nata a Dovadola e trasferitasi poi con la famiglia, nel 1952 quando aveva 16 anni, a Sirmione sulle rive del lago di Garda. A Sirmione Benedetta è morta, tra il dolore dei suoi familiari e allo stesso tempo tra lo stupore per la sua serenità e pace interiore. Non aveva niente umanamente per cui gioire. Di lei, tra le altre cose, ci sono rimaste alcune lettere, che descrivono la storia e i progressi di un’anima che non si è arresa davanti alla malattia e alla morte. Mons. Corazza cita David Maria Turoldo, tra i primi a scrivere su di lei: “È bene che si sappia come sono stati composti questi documenti. Benedetta è stata preda di una legione di mali. In breve tempo ha perso tutti i sensi e in perfetta conoscenza, cioè sapendo che non c’era rimedio. Alla fine sarà come un castello isolato e inaccessibile agli altri, perfino ai suoi”.

"Benedetta - continua il celebrante - in quelle condizioni, comunicava. Con lettere, accogliendo visite di amici. Era circondata da amici. Amici veri, che non andavano da lei solo per carità cristiana. Il suo letto era diventato una cattedra di vita. Di una vita vera, intensa, piena d’amore, significativa”. Non si andava da lei per farle compagnia o per tirarla su. Si andava da lei per raccogliere nuova iniezione di vita, di coraggio. “Cari ammalati che mi ascoltate – conclude il vescovo forlivese - prego perché sappiate trasformare il vostro dolore, la vostra sofferenza, in lezione di vita. Abbiamo bisogno di voi, esperti in umanità”.

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