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Cronaca Dovadola

Celebrazioni per il 51° dalla morte di Benedetta Bianchi Porro con il cardinal Versaldi

Con Versaldi, che è presidente della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, sono 19 i "principi della chiesa" saliti sinora a Dovadola per pregare davanti alle spoglie mortali di Benedetta, custodite dal 22 marzo 1969 in badia

Sarà una santa messa in programma domenica, alle 10.30, nella Badia di Sant’Andrea, il momento culminante delle celebrazioni per i 51 anni dalla morte di Benedetta Bianchi Porro. La liturgia eucaristica in suffragio della venerabile sarà presieduta dal cardinale Giuseppe Versaldi con l’assistenza del vescovo di Forlì-Bertinoro monsignor Lino Pizzi. Con Versaldi, che è presidente della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, sono 19 i “principi della chiesa” saliti sinora a Dovadola per pregare davanti alle spoglie mortali di Benedetta, custodite dal 22 marzo 1969 in badia.

La celebrazione eucaristica di domenica sarà trasmessa in diretta dall’emittente cattolica nazionale Telepace, a partire dalle 10.15. Alle 20.30 di venerdì, anniversario della nascita al cielo della venerabile, la Badia di Sant’Andrea a Dovadola sarà teatro della santa messa presieduta dal parroco don Alfeo Costa. La liturgia sarà animata dalla Corale del Vicariato diretta da don Marino Tozzi, che eseguirà la “Missa Catholica” in 5 lingue composta nel 2014 dallo stesso don Marino, parroco di Terra del Sole. Per Messa a 5 lingue è da intendersi l'Ordinario (in canto) della liturgia: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei. Sempre il 23 gennaio, alle 18, ma a Sirmione del Garda, nella chiesa parrocchiale di Santa Maria della Neve, celebrerà una messa in suffragio di Benedetta padre Guglielmo Camera, il religioso saveriano postulatore della sua causa di beatificazione. Il 23 gennaio 1964, epilogo del morbo invalidante che l’aveva colpita da adolescente, Benedetta Bianchi Porro moriva nella casa di Sirmione a soli 27 anni. Aveva trascorso gli ultimi quattro a letto, nell’immobilità pressoché assoluta. La giovane è in una condizione pazzesca: sorda, cieca, inerte, completamente isolata da tutto e tutti. Riesce a comunicare col mondo tramite il palmo della mano e il filo di voce rimastole. Tuttavia è lì, “inchiodata alla croce salvifica di Cristo”, che scopre la vocazione, il senso della vita, la ricchezza di quello stato, al punto da scrivere alla madre che la sua disperazione si era acquietata solo con la scoperta di Dio. L’iter diocesano della sua canonizzazione, partito ufficialmente l’8 dicembre 1973, è approdato al riconoscimento di venerabile: merito del decreto di “virtù eroiche” emesso da papa Giovanni Paolo II nel 1993. Questo significa che, nell’attesa della prova certa di un miracolo che la innalzi al rango di beata, anticamera della santità vera e propria, chiunque può rivolgersi a lei in preghiera. La testimonianza offerta da Benedetta, dall’alto della sua breve vita irta di sofferenze inenarrabili, induce a riflettere con attenzione sul senso dell’esistenza. “E’ un onore essere sindaco della località che ha dato i natali alla venerabile”.

Il primo cittadino di Dovadola Gabriele Zelli non ha dubbi sulla portata dell’evento e manifesta la totale disponibilità sua e dei concittadini nella cura di tutto ciò che riguarda il nome e la memoria della giovane. “E' sufficiente pensare al modo in cui la venerabile affrontò nel 1963 la cecità. Si tratta della menomazione più atroce per un essere umano”. Benedetta riuscì a superare tutto ciò quando, sempre in quell’anno, si recò per la seconda e ultima volta a Lourdes con l’Unitalsi. “Vado dalla Mamma (la Madonna, n.d.r.) – aveva scritto a sua madre - per trovare la forza di accettare il mio stato”. Era già stata al santuario pirenaico l’anno prima alla ricerca di un miracolo. Che era avvenuto, ma per la malata coricata sulla barella accanto. Nel 1963 a Lourdes il miracolo è per lei: non della guarigione fisica, ma della scoperta della sua vocazione alla croce. “Mi sono accorta più che mai della ricchezza del mio stato e non desidero altro che conservarlo”. Alle 10 del 23 gennaio 1964, mentre nel giardino di casa a Sirmione sboccia una rosa bianca, Benedetta chiude per sempre gli occhi terreni con un “grazie”.

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