Cento anni fa moriva Santarelli, il padre dell'archeologia forlivese. Italia Nostra: "Oggi situazione drammatica"

"La chiusura del Museo civico ha allontanato intere generazioni dalla conoscenza della propria storia e della propria identità. Solo alla scuola dell’obbligo qualcosa si racconta sull’antica e nostra Forum Livii"

Antonio Santarelli nella scavi di Bertarina)

"Cent’anni fa, il 12 agosto 1920, moriva Antonio Santarelli, lasciando il patrimonio suo e del fratello Apelle all’Asilo Infantile, successivamente dedicato alla loro memoria. Se pure la città lo ricorda per questo munifico dono, ha forse dimenticato che Antonio Santarelli è stato il padre dell’archeologia forlivese e il nume tutelare del patrimonio storico artistico di Forlì e del suo territorio, che contribuì a salvaguardare e a far conoscere con profondità di studi e attenzione precoce in anni in cui una legislazione di tutela era ancora lontana", a ricordare l'anniversario è la sezione di Forlì di Italia Nostra.

L'associazione impegnata nella tutela del patrimonio artistico ricorda, per bocca di Luciana Prati, che "il suo ruolo fu fondamentale, fin dal 1874, per la costituzione del museo archeologico, di cui in qualità di direttore incrementò il patrimonio attraverso scavi e l’acquisizione di significative donazioni e lo fece conoscere grazie ai suoi scritti ai più illustri studiosi del suo tempo, non solo in Italia. Sue le scoperte di due dei più importanti villaggi preistorici della Romagna (Bertarina di Vecchiazzano, Età del Bronzo, scavi: 1884-1897; Villanova, villaggio umbro, scavi: 1885-1995), che scavò secondo i dettami della scuola paletnologica emiliana con metodo stratigrafico, all’epoca innovativo, e producendo una accurata e preziosa documentazione scientifica. La sua instancabile attività si estese anche al territorio (Carpena, Panighina di Bertinoro, Castrocaro, Tontola, Galeata) e a discipline come l’epigrafia e la numismatica. Pochi sanno che costituì un monetiere che raccoglie importanti tesoretti e documenta il circolante in età romana e medioevale nel territorio. Fu direttore del Museo archeologico di Sarsina (1890), e dal 1891 incaricato del riordino del Museo Nazionale di Ravenna".

E ancora nel ricordo: "La consapevolezza che qualunque tipo di materiale, anche modesto, avrebbe potuto documentare la vicenda storica di una città lo portarono nel 1906 a seguire i lavori di scavo per l’acquedotto e quelli dell’abbattimento delle mura urbane, dando l’avvio per Forlì ai primi studi di quella che poi diventerà archeologia medioevale. Dal 1892 fu direttore della Pinacoteca, il cui riordino curò con Adolfo Venturi, e diverse furono le acquisizioni e donazioni. Per i Musei citiamo quella importante dell’Armeria Albicini nel 1905, suoi i bellissimi disegni del progetto di allestimento. Nella sua qualità di Ispettore degli Scavi e Monumenti del circondario di Forlì, carica che ricoprì dal 1878 si oppose nel 1887 all’abbattimento della Pieve di S. Donato di Polenta, monumento all’epoca da tempo dimenticato e  in grave stato di degrado, ne volle fortemente il restauro che fu realizzato verso la fine dell’Ottocento". 

Ed ora? "A cento anni dalla morte di Santarelli la situazione dell’archeologia forlivese appare drammatica. Il Museo civico archeologico a lui dedicato, trasferito nel 1922 in Palazzo del Merenda, riallestito negli anni Sessanta del Novecento da Raffaele Turci sotto la direzione e con la collaborazione di illustri studiosi quali Guido Achille Mansuelli e Giancarlo Susini, con l’esposizione dei corredi delle tombe umbre di Dovadola e galliche di Rocca San Casciano, dei mosaici teodoriciani di Meldola e successivamente arricchito da altri ritrovamenti quali la stele etrusca da San Varano, è chiuso dal 1996, inaccessibile anche agli studiosi, cosi come i depositi. I materiali paleolitici dal sito di  Ca’ Belvedere di Monte Poggiolo, che documentano un  aspetto molto importante del  più antico popolamento umano d’Italia e d’Europa (circa 800.000 anni da oggi) e costituiscono una delle più straordinarie scoperte degli anni ‘80 del Novecento, studiati da equipe internazionali, sono depositati presso l’Università di Ferrara, per motivi di studio, sotto la direzione del Prof. Carlo Peretto".


"Anche i materiali provenienti dagli ultimi trent’anni di scavi a Forlì e nel territorio sono altrove, prevalentemente nei depositi della Soprintendenza Archeologia presso palazzo Mazzolani a Faenza, e solo alcune mostre importanti come quella della necropoli dell’Età del Rame di Celletta dei Passeri, scoperta nel corso degli scavi per il nuovo carcere, o quella della domus di via Curte ne hanno dato conto, oltre ai diversi incontri promossi dalla nostra sezione per il ciclo Sfogliare la terra avviato nel 2014. Da citare anche la mostra dedicata ai Curatori dell’antichità, Santarelli, Mambrini, Aldini che riproponeva gli scavi pre-protostorici di Santarelli. Se è pregevole l’allestimento permanente delle strutture rinvenute sotto il Palazzo di Residenza della Fondazione Cassa dei Risparmi, già Monte di Pietà, più o meno abbandonati sono il ponte dei Morattini presso piazza Melozzo e i lacerti delle mura del Quattrocento di via del Portonaccio. Sospeso il progetto di allestimento del museo del San Domenico sotto la chiesa di san Giacomo, che dovrebbe dar conto sia dei ritrovamenti durante le campagne di scavo eseguite nel corso dei restauri sia delle diverse fasi edilizie del complesso. Dimenticati i Laboratori di archeologia sperimentale, curati da giovani archeologi, che pure avevano coinvolto migliaia di studenti della scuola dell’obbligo".

Ed infine: "La chiusura del Museo civico ha allontanato intere generazioni dalla conoscenza della propria storia e della propria identità. Solo alla scuola dell’obbligo qualcosa si racconta sull’antica e nostra Forum Livi, mentre non sembra di prossima realizzazione il progetto di un riallestimento previsto per il quarto stralcio del San Domenico. Occorrerebbe ad esempio realizzare un percorso didattico di riavvicinamento attraverso un progetto di mostre tematiche, aggiornate sui più recenti studi e scoperte, realizzate secondo i criteri e con le strumentazioni più attuali, da mantenere poi virtualmente in rete, oltre ad attività di ricerca su particolari emergenze in collaborazione con le Università, in primis quella di Bologna e Parma, già attive nel territorio. L’obiettivo finale però deve essere il riallestimento e la riapertura stabile del Museo, dotato di spazi didattici e di depositi accessibili agli studiosi, in dialogo le realtà scientifiche nazionali e internazionali. Solo così le preziose testimonianze del nostro territorio potranno ritrovare la giusta valorizzazione e potranno tornare ad essere conosciute e studiate, con positive ricadute occupazionali per i giovani archeologi che nella nostra città non hanno possibilità di mettere a frutto le loro competenze".

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