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Una pratica urbanistica che rimbalza da 23 anni e il giallo del risarcimento milionario: cosa dice la sentenza

Nessun pericolo incombente di dover sborsare 35 milioni di euro in poche settimane, ma solo l'obbligo di riesaminare l'istruttoria amministrativa, una pratica urbanistica relativa ad un centro commerciale alle porte di Meldola

Nessun pericolo incombente di dover sborsare 35 milioni di euro in poche settimane, ma solo l'obbligo di riesaminare l'istruttoria amministrativa, una pratica urbanistica relativa ad un centro commerciale alle porte di Meldola, un iter che ha avuto il suo inizio nel 1997, vale a dire 23 anni fa. Lo spiega con un comunicato ufficiale il Comune di Meldola, che smentisce quanto ricostruito dalla società Cerit, titolare del diritto a realizzare il centro commerciale che venne negato nel 2003. Spiega la nota del sindaco Roberto Cavallucci: “L'Amministrazione comunale precisa che la sentenza del Consiglio di Stato del 26 ottobre 2020 dispone esclusivamente in merito alla ripresa della relativa istruttoria amministrativa e ha posto a carico del Comune il pagamento delle spese di giudizio pari a 3000 euro oltre accessori di legge. Di questo si occupa la suddetta sentenza e non di altro. In particolare la sentenza non dispone in merito ad alcuna richiesta di danni nei confronti del Comune di Meldola peraltro già respinta da due sentenze gemelle del TAR Emilia-Romagna. Il Comune di Meldola darà esecuzione nei termini di legge a quanto disposto dal Consiglio di Stato”.

L'accusa di Cerit

Ben diversa, invece, la posizione della Cerit, contenuto in un comunicato stampa. Sostiene la Cerit: “Nei giorni scorsi il Comune di Meldola ha ricevuto diffida ed avvertimento in merito all'annosa vicenda che ha propria origine nel 1997.  Attraverso i vari passaggi già descritti, si era infatti giunti alla sentenza del Consiglio di Stato, massimo organismo giudiziario della Repubblica Italiana; una sentenza inappellabile in Italia ed in Europa, pubblicata lo scorso 26 ottobre, e che concedeva 90 giorni di tempo al Comune di Meldola per la sua piena esecuzione. Sentenza che, in definitiva, conferma la richiesta danni da parte di una delle società facenti parte del gruppo Capper-No di Meldola, ammontanti a circa 35 milioni di euro”. Continuava, testuale il comunicato stampa di Cerit: “Alla inappellabile e non più rimandabile scadenza del 26 gennaio mancano tre settimane, da qui l'atto di diffida ricevuto dal Comune di Meldola, nella persona del Sindaco, e l'avvertimento per cui, se il Comune stesso dovesse rimanere inerte, si procederà alla richiesta della nomina di un Commissario ad acta, quindi in sostanza un Commissario Prefettizio che provveda in luogo dell'amministrazione inottemperante”. Il comunicato stampa ha addirittura evocato esiti nefasti: “Il rischio è quindi che il Commissario possa, allo scopo di recuperare quanto necessario al saldo del debito, così come stabilito dal Consiglio di Stato, procedere allo smembramento del Comune tra quelli limitrofi, portandolo a diventare in tutto e per tutto una frazione”, sempre la nota

Il centro commerciale mai nato e il contenzioso giudiziario

Ma come è possibile una visione così divergente su una sentenza del Consiglio di Stato? ForlìToday ha avuto accesso alla sentenza 6522 del 2020 della sesta sezione del Consiglio di Stato. Nella sentenza si rievoca il complesso iter burocratico della vicenda urbanistica, partita dall'acquisto in un'asta pubblica dell'immobile nel 1997, che divenne successivamente e nello stesso anno oggetto di condono, con una sanatoria di 3.500 metri quadri che ha sanato il cambio di destinazione d'uso da industriale-artigianale a commerciale. Lo stop al progetto, però, è arrivato nel 2003, quando la Provincia di Forlì-Cesena ha comunicato l'esito negativo della valutazione della conferenza dei servizi che doveva valutare se l'area poteva essere una medio-grande struttura di vendita. Da qui è nato il lungo contenzioso giudiziario contro Provincia e Comune di Meldola prima al Tar dell'Emilia-Romagna e poi al Consiglio di Stato. Cerit ha perso il primo grado, ma vinto nel 2018 in Consiglio di Stato, che ha annullato gli atti impugnati e costretto a riconvocare la conferenza dei servizi per rivalutare la pratica.

L'annullamento del condono

Il colpo di scena, in quest'annosa vicenda, arriva l'8 luglio 2019, quando – poco più di un mese dopo l'insediamento di Roberto Cavallucci a primo cittadino di Meldola - viene emesso dal Comune di Meldola l'annullamento della concessione in sanatoria del 1997. “Tale annullamento è stato disposto in quanto, secondo l'amministrazione, il condono sarebbe stato rilasciato all'esito di una dichiarazione sostitutiva falsa resa dall'amministratore della sociale”, dice testualmente la sentenza del Consiglio di Stato. Tale concessione è “il presupposto di fatto per la realizzazione del progetto, il ché ha di fatto precluso qualsiasi ulteriore svolgimento dell'attività esecutiva”, sempre la sentenza.  Ovviamente la Cerit ha fatto ricorso contro l'annullamento della sanatoria, fatto ben 22 anni dopo la sua concessione e ha chiesto l'applicazione di quanto già deciso nella sentenza del 2018.

La nuova sentenza del 2020

Ed è appunto con quest'ultima sentenza dell'ottobre 2020 che il Consiglio di Stato ha imposto l'alt al Comune di Meldola con parole dure. Infatti, nella sentenza si legge che “il provvedimento di annullamento del condono deve ritenersi nullo per elusione del giudicato”. Questa la spiegazione: “L'effetto confermativo della sentenza (del 2018, ndr) era chiaro: rinnovare l'istruttoria in sede di conferenza dei servizi alla luce delle prescrizioni normative così come interpretate dal Consiglio di Stato. L'amministrazione invece di provvedere in questo senso ha indirizzato l'attività amministrativa verso gli atti preposti al fine di ricercare eventuali illegittimità. Per queste ragioni è stato conferito un incarico professionale ad un avvocato che ha reso un parere con il quale si è affermato che il condono del 1997 sarebbe stato concesso a seguito di una dichiarazione falsa resa dall'amministratore della società”. E quindi, in definitiva, la bacchettata: “Dal complesso dell’attività svolta risulta come questo atto di autotutela abbia avuto una finalità elusiva del giudicato”, perché “l’incarico per approfondimenti istruttori, relativo ad un atto risalente nel tempo, ha avuto quale effetto quello di impedire che la sentenza della Sezione potesse avere esecuzione mediante le modalità procedimentali definite nella sentenza stessa e consistenti nella convocazione della conferenza di servizi per lo svolgimento degli atti istruttori omessi. In definitiva, si è trattato di un comportamento che, per le sue concrete modalità esecutive, ha violato i principi di buona e correttezza che devono costantemente guidare i rapporti tra pubblica amministrativa e privati”.

Diversa la ricostruzione del Comune relativa a tale passaggio. Il Comune di Meldola, infatti, nel suo comunicato ufficiale si limita a sostenere che “la ripresa della relativa istruttoria amministrativa era stata sospesa dal Comune in conseguenza dell'accertamento dell'illegittimità del condono rilasciato nel 1997. Il Consiglio di Stato ritenendo tale accertamento del tutto irrilevante ha conseguentemente disposto la riconvocazione, entro 90 giorni, della conferenza dei servizi per l'istruttoria ai fini delle valutazioni sulla compatibilità urbanistica generale del territorio interessato”. Per cui, appunto, “il Comune di Meldola darà esecuzione nei termini di legge a quanto disposto dal Consiglio di Stato con sentenza del 26 ottobre 2020”.

La sentenza  6522 del 2020 invece non impone alcun obbligo a pagare risarcimenti, men che meno di 35 milioni di euro, come sostenuto dal primo comunicato stampa di Cerit. In una successiva comunicazione Cerit sostiene che “la sentenza del Consiglio di Stato sblocca de facto la richiesta economica. Il Consiglio di Stato si pronuncia sul principio, accettando appunto in maniera implicita ma certa anche le richieste risarcitorie. Ed è fonte di legge superiore a qualsiasi altra, indirizzando senza dubbio le scelte degli altri tribunali”. Ma non c'è alcuna esecutività milionaria come sostenuto dalla società, ma appunto solo l'obbligo di pagare 3.000 euro di spese. La sentenza  6522 è stata richiesta ad entrambe le parti, ma fornita dall'ufficio stampa di Cerit. Entrambe le parti (ufficio stampa di Cerit e sindaco Cavallucci) chiamate al telefono da ForlìToday per ulteriori approfondimenti non hanno risposto alla chiamata.

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