Contagio alla Zangheri: mascherine con la carta-forno e direttive contraddittorie. Il sindaco: "La nostra Waterloo"

Con 111 ospiti contagiati, di cui 11 morti e 12 attualmente risultati guariti, a cui si sommano 27 lavoratori positivi al Coronavirus, la casa di riposo 'Pietro Zangheri' di via Andrelini è il principale focolaio di Covid in città

Il sindaco Zattini durante il dibattito in Consiglio comunale

Con 111 ospiti contagiati, di cui 11 morti e 12 attualmente risultati guariti, a cui si sommano 27 lavoratori positivi al Coronavirus, la casa di riposo 'Pietro Zangheri' di via Andrelini è il principale focolaio di Covid in città. Da sola la struttura (attualmente ha 278 ospiti) rappresenta infatti un quarto dei contagiati ufficiali a Forlì dall'inizio dell'epidemia, più del 40% dei casi attivi ora e un quinto dei decessi totali. Il caso della 'Zangheri' è stato esaminato lunedì pomeriggio nel corso di tre commissioni del Consiglio comunale in seduta comune, alla presenza della dirigenza della stessa Zangheri e dei referenti dell'Ausl.

“Un fiore all'occhiello della città è diventata la nostra Warterloo”, è stato il giudizio del sindaco Gian Luca Zattini che, però, difende la struttura: “Ci sono state enormi sofferenze causate in tantissime comunità protette e case di riposo, le più fragili per il contagio. Dove il virus non è entrato oggi siamo in grado di reggere la battaglia, ma purtroppo dove è entrato è difficile debellarlo”. Il sindaco ricorda che la Zangheri ha avuto lo stesso destino di moltissime altre case di riposo come quelle di Forlimpopoli (12 decessi), Meldola, Rocca San Casciano e nella vicina Cesena (dove si contano 16 morti alla 'Don Baronio' e 11 alla 'Maria Fantini'). Ricostruisce il primo cittadino, in commissione: “Fino ai primi di marzo nelle indicazioni della Regione non c'era un 'Blindate le case di riposo', ma un invito a ridurre e regolamentare gli ingressi”. Questo per Zattini è stato “il primo vulnus”. Il primo episodio, un campanello d'allarme, è stato il ritorno di un ospite positivo da Villa Serena, “poi quando ci sono manifestati i sintomi di numerosi casi, derivanti da un contagio di 14-15 giorni precedenti,  l'Ausl è entrata in forze nella casa di riposo”. 

"Lavoratori mandati a lavorare senza protezioni"

Un pensiero anche ai lavoratori: “In tutt'Italia li abbiamo mandati a lavorare a migliaia senza protezioni, per settimane in condizioni indecenti, con la carta igienica davanti alla bocca, è questa è l'impreparazione del sistema Paese. Ma non è il tempo  della polemica, le nostre strutture hanno fatto quel che potevano nelle condizioni che potevano. Una società non deve necessariamente cercare un colpevole, perché non sempre c'è un colpevole. Sicuramente ci saranno situazioni che andranno al vaglio di organi dello Stato, ma tutti hanno fatto del loro meglio”. E mentre ora – spiega sempre Zattini – si va alla caccia di eventuali buchi nella blindatura delle case di riposo “mi ricordo le chiamate dei primi tempi dei parenti arrabbiati perché non potevano andare a trovare i loro parenti”.

Mascherine con la carta da forno

A raccontare le drammatiche prime settimane della Zangheri è la direttrice Annalisa Valgimigli, che ha ricordato che la casa di riposo ha medici di base convenzionati con l'Ausl e non un direttore sanitario e la disponibilità iniziale era di 12 minuti di tempo lavorativo di un medico di assistenza primaria per ogni ospite. Nella Zangheri, a sentire Valgimigli, si sono rispettate tutte le direttive, anche nella loro contraddizione, a partire dalle prime disposizioni del 24 febbraio in cui la raccomandazione era “di indossare le mascherine chirurgiche solo se si sospettava di essere ammalati o se si aveva a che fare direttamente con malati”, spiega. “Avevamo una scorta di mille mascherine, che furono man mano distribuite a ospiti, operatori socio-sanitari e ai parenti dei pazienti fino a quando è stato possibile l'accesso”. Ed ad un certo punto, quando queste finirono e non erano più reperibili sul mercato “in attesa di approvvigionamenti, venne data la disposizione dai medici competenti di costruirle con la carta da forno”, spiega la direttrice, facendo riferimento ad un situazione che si era venuta a creare il 12 marzo scorso. “Un momento che è durato poco perché poi siamo riusciti ad avere mascherine chirurgiche, che di fatto non somi mai mancate tramite donazioni, la protezione civile e la Regione”. Ma il problema non erano solo i dispositivi di protezione, ma anche la formazione. Una casa di riposo, infatti, non è un ambiente ospedaliero e il personale è stato istruito all'uso corretto dei dispositivi solo a partire dall'8 aprile. 

Il blocco degli ingressi dei parenti

Il 6 marzo, spiega sempre Valgimigli, gli ingressi dei parenti vennero limitati solo a casi indispensabili e dopo un autorizzazione del medico. I parenti autorizzati con tali modalità sono stati 9. “Abbiamo proceduto a smagnetizzare 900 tessere per i cancelli, è un numero alto ma la Zangheri prima dell'emergenza era una casa di riposo aperta per ospiti autosufficienti e i loro parenti. Sono state rimagnetizzate solo le tessere dei 9 parenti autorizzati”. Per quanto riguarda gli anziani ospiti autosufficienti per disincentivare la loro uscita sarebbero state smagnetizzate le loro tessere così che una volta usciti non sarebbero riusciti più a rientrare, “ma non si poteva chiuderli a chiave nelle loro stanze, e non era possibile un controllo un ospite per un operatore”.

Altra difficoltà sono stati i tamponi, anche le case di riposo hanno risentito della scelta di non farli su larga scala. Ricorda Valgimigli: “Il 19 marzo 2020 quando ancora non sapevamo dela diffusione del contagio abbiamo chiesto all'Igiene pubblica una deroga per sottoporre a tampone tutti gli ospiti e tutto il personale”, dato che in quel momento le linee guida erano di fare il test solo ai casi sintomatici”. 

Non si trovava più personale

E se mancavano dispositivi di protezione, la formazione al loro uso e i tamponi, non si andava meglio per il personale specializzato: solo il reparto Covid della 'Zangheri' aveva bisogno di 6 infermieri in più. “L'azienda Ausl è intervenuta in modo non sufficiente rispetto all'esigenza di 15 operatori socio sanitari”. Ma erano tutte professionalità che non si trovavano più. Lo spiega Silvia Mambelli, coordinatrice del servizio infermieristico dell'Ausl Romagna. “Abbiamo inserito un'infermiera esperta con funzioni di supporto e formazione, abbiamo comandato 2 infermieri e inserito 3 altri infermieri della protezione civile, aggiungendo 2 oss sempre in comando. Avevamo una graduatoria da metà dell'anno scorso, che abbiamo dato alla 'Zangheri', siamo arrivati a metà della graduatoria per le assunzioni a tempo indeterminato e fino in fondo per i tempi determinati, non era mai successo”. 

"Anziani senza contatti con l'esterno"

Ed infine il capitolo del contatto con l'esterno, realizzato con 362 videochiamate in una quarantina di giorni, con 969 famigliari messi in contatto con gli ospiti secondo i dati forniti da Valgimigli, comprendendo anche le altre modalità. Molti parenti hanno lamentato l'impossibilità di parlare con gli anziani all'interno, con giorni e giorni di attesa per scambiare due parole al telefono. Un numero su cui è arrivata la bacchettata del sindaco: “Un numero basso, che non mi soddisfa. Una voce amica in questi contesti è terapeutica e avrebbe attenuato una pressione mediatica delle proteste dei parenti”. 

Nucleo Covid, gli esperti dell'ospedale sono alla Zangheri

Nonostante questa situazione, aggiunge Stefano Boni, direttore del distretto socio-sanitario di Forlì la realizzazione del reparto Covid ha funzionato: “Abbiamo creato i nuclei Covid in strutture non attrezzate da questo punto di vista, abbiamo portato veramente l'ospedale sul territorio, facendo uscire esperti infettivologi, pneumologi e geriatri per coloro che potevano stare al domicilio, mentre la presa in carico degli acuti ha visto il percorso classico dell'arrivo dell'ambulanza e il ricovero in ospedale. Siamo intervenuti con le tutte le risorse a disposizione, creando equipe Covid per pazienti che potevano stare a domicilio”. I ricoveri in ospedale della Zangheri sono stati 18. Attualmente alla Zangheri operano 8-10 persone di personale Ausl e della Protezione Civile. 

Zattini: "Il sindaco non è il Mago Otelma, non avremmo fatto di meglio"

Sullo sfondo del dibattito politico in Consiglio la decisione del sindaco di non commissariare la casa di riposo di via Andrelini, una struttura privata retta da una fondazione dove anche il Comune elegge i suoi membri. “Non si fanno riorganizzazioni aziendali in quattro e quattr'otto, la situazione andava gestita nell'emergenza e non rivoluzionata nella gestione. Il sindaco non è il Mago Otelma: abbiamo fatto tutto in assoluta aderenza a quanto ci ha chiesto l'Ausl, lasciando parlare i tecnici. Nel picco dell'emergenza d'altra parte neanche Padre Pio avrebbe trovato le mascherine nella fase più critica, quella che ha portato alla scorie attuali”, ha chiosato Zattini. 

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I dibattito

Ma le polemiche non mancano: per Massimo Monti della Uil, la Zangheri ha sofferto la mancanza di una direzione sanitaria. "Il primo caso, di un manutentore, risale al 7 marzo, serviva più tempestività". Mentre per Maria Giorgini della Cgil non sono stati applicati i giusti protocolli, mancava personale e serviva maggiore comunicazione alle famiglie". Concorda il capogruppo del Partito democratico Soufian Hafi Alemani: "A lungo le famiglie non hanno saputo nulla. Informazione e condivisione al momento non ci sono state". Chiede invece "maggiore cronologia sugli eventi" Federico Morgagni di Forli' e co. "Qualcosa non ha funzionato ma non e' il tempo dei processi", argomenta il capogruppo di Forza Italia Lauro Biondi.

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