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Quando il virus fece strage nella casa di riposo 'Artusi', la nipote della prima morta: "Una sfilza di dubbi"

A ricordare i tanti errori delle prime e più concitate fasi del contagio alla casa di riposo 'Pellegrino Artusi' di Forlimpopoli è la nipote della prima anziana deceduta: “Ho tentennato tanto prima di scrivere queste righe

Errori sanitari, tamponi non eseguiti ai casi sospetti in ossequio al primo 'credo' secondo cui 'Virus o non virus, tanto il trattamento è lo stesso'; la 'foglia di fico' delle 'malattie pregresse' con la distinzione tra 'morto per il Coronavirus e morto col Coronavirus'. E ancora: quarantene non ordinate né controllate in alcun modo dall'Igiene pubblica e purtroppo tanti anziani, forse troppi, abbandonati a loro stessi a fronteggiare una malattia in quel momento più virulenta che mai. In alcuni casi fino alla morte. E' quello che sempre di più emerge dalla gestione dalla prima e più caotica fase dell'emergenza sanitaria. L'impennata epidemica, infatti, non solo travolse gli ospedali fino a mettere in ginocchio la loro operatività, ma travolse come uno tsunami tutto il sistema istituzionale che fin a quel momento si occupava di tutela degli anziani e di salute pubblica. 

Solo il lockdown ha permesso di prendere fiato e ritrovare la bussola, permettendo così ai servizi di ristrutturarsi come lo sono ora. L'ospedale Morgagni-Pierantoni è arrivato a riservare l'equivalente di due piani ai casi di Covid, sono state formate le unità di assistenza a domicilio che hanno permesso di gestire i casi con cure precoci, prima cioè di arrivare ad aggravamenti spesso letali e in generale dai medici di base alle case di riposo tutti ora hanno perlomeno l'idea della filiera di gestione della pandemia. Ma agli di marzo non era così e a sperimentarlo in modo drammatico sulla propria pelle fu la casa di riposo 'Artusi' di Forlimpopoli, che alla fine ha visto 13 morti sui circa 40 anziani presenti nella struttura. L'esperienza di Forlimpopoli, tuttavia, non è stata un sufficiente monito, dal momento che circa tre settimane dopo la 'Zangheri' di Forlì ha replicato la stessa dolorosa trafila

Perché la casa di riposo non fu chiusa?

A ricordare i tanti errori delle prime e più concitate fasi del contagio alla casa di riposo 'Pellegrino Artusi' di Forlimpopoli è la nipote della prima anziana deceduta: “Ho tentennato tanto prima di scrivere queste righe. Da un parte avevo voglia di sfogare la mia rabbia per quello che era accaduto, ma dall'altro non volevo fomentare un fuoco che sembrava già dilagarsi”. Ma ora “sono passati due mesi da quel giorno e seppure rimane il dispiacere per non averle potuto celebrare il funerale, per non aver avuto la possibilità di far sì che i fratelli e il figlio la vedessero negli ultimi suoi giorni (quando già era tutto compromesso) si ci impone di dover accettare quello che stiamo vivendo con le dovute tristi conseguenze”.

All'Artusi, a quanto pare, fatale potrebbe essere stata la mancata chiusura del centro diurno annesso alla struttura, che vedeva quindi l'arrivo in alcune ore al giorno di anziani esterni. Commenta la nipote: “C'è una cosa che ancora non riesco a comprendere. A metà marzo iniziavano a nascere i primi focolai a Forli, tra i quali uno nella zona di Bertinoro, zona di provenienza tra l'altro dell'assistita dalla quale si ipotizza sia partito il contagio dentro la struttura. Mia nonna fino alla  domenica stava benissimo, ma dal lunedì presentava stato febbrile alto e forti problemi respiratori, il mercoledì è stata portata in ambulanza all'ospedale per incapacità respiratorie”.

"Per tre giorni in ospedale non isolata come Covid"

Per la nipote dentro l'ospedale l'anziana pur con sintomi evidenti non ha seguito percorsi Covid: “E'  stata lasciata un giorno intero al pronto soccorso, sottolineo completamente da sola, senza alcun accorgimento ed è stata poi ricoverata senza alcun riserbo di dubbio che avesse potuto contrarre il virus, in un reparto di medicina come un qualunque malato nella serata tarda del mercoledì. Ho chiesto per 3 giorni (dopo dei quali è deceduta il venerdì sera) ai dottori e al primario del reparto se potesse essere Covid, dato i sintomi e il periodo ma ho ricevuto sempre la stessa risposta: 'Signorina gli anziani ad un certo punto devono andarsene. La signora ha un quadro compromesso, deve vederla come una candelina che si sta spegnendo: il Coronavirus non c'entra non stiamo neanche a pensarci, è la vita”.

Ma poi, sempre la nipote “il giorno dopo la sua morte, il 14 marzo, ho appreso da Forlìtoday che erano risultati positivi alcuni pazienti della struttura di Forlimpopoli e c'era anche la prima vittima alla quale era stato fatto il tampone post mortem. Ma la signora aveva già malattie pregresse". Quindi la dolorosa presa d'atto: “Leggendo il giornale, senza che nessuno medico personalmente ci chiamasse per informarci, siamo venuti a conoscenza della positività di mia nonna, quella anziana che era un a candelina che si stava spegnendo, ma che per il Coronavirus o forse per tutti per le sue malattie pregresse (e quindi che importa tanto prima o poi doveva morire) in soli 3 giorni si è spenta. Avrei voluto solo un po' più di tatto da parte di quel dottore, avrei voluto ricevere una chiamata per informarmi della positività di mia nonna”.

"Nessuna indagine sui contatti stretti dopo la sua positività"

Ma non c'è stato solo il problema della mancata comunicazione, ma anche e soprattutto nessuna indagine epidemiologica dopo quel decesso annotato come causato da Coronavirus con tampone post mortem. La nipote, infatti, è stata un contatto a rischio, ma nessuno l'ha 'confinata' per evitare l'eventuale diffusione del contagio: “Ero andata a farle visita il giorno che poi sarebbe morta, avrei voluto ricevere una chiamata dall'Asl che mi indicasse le linee guide per lo svolgimento della mia quarantena che invece ho fatto in via autonoma e senza alcun sostegno fino al decino giorno successivo. Ma nulla di ciò c'è stato”.

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