Coronavirus e bambini, "Sintomi lievi. Poco contagiosi? Occorre essere molto prudenti"

In queste ultime settimane è divenuto via via più chiaro che il virus circola sostanzialmente ovunque", osserva Enrico Valletta

Nelle ultime settimane si è registrato ad un aumento dei positivi al covid-19 in ambito scolastico, con diverse classi finite in quarantena. Tra i contagiati non solo studenti, ma anche insegnanti o collaboratori scolastici. Dall'inizio dell'anno scolastico a lunedì 16 novembre l'Igiene Pubblica ha trattato 266 casi. "In queste ultime settimane è divenuto via via più chiaro che il virus circola sostanzialmente ovunque - osserva Enrico Valletta, direttore del Dipartimento Trasversale Salute Donna, Infanzia e Adolescenza di Forlì-Cesena e dell'Unità Operativa di Pediatria del "Morgagni-Pierantoni" di Vecchiazzano -. In una situazione di questo tipo non possiamo pensare che la scuola resti a lungo del tutto pulita. Certamente le principali fonti di contagio sono state e restano quelle extra-scolastiche (l’ambito famigliare o i luoghi di aggregazione e svago fuori dalla scuola), ma poi quello stesso ragazzo, o magari anche qualche adulto tra il personale degli istituti, pur rimanendo asintomatico, frequenta la scuola e il rischio che il virus inizi a circolare anche all’interno di quelle mura naturalmente esiste. E da qui, poi, può uscirne nuovamente su altre gambe".

Considera idonee le misure adottate per contrastare la diffusione del covid negli istituti o servirebbero Protocolli più rigidi?
Le misure adottate dalle scuole per limitare questo rischio sono state, a mio avviso, adeguate e, da quel che posso sapere, scrupolosamente applicate. Di più, ritengo non si potesse fare e il tempestivo intervento dell’Igiene Pubblica su ogni caso che si è verificato ha contribuito a tenere sotto controllo il fenomeno. Ma pensare che la scuola sarebbe rimasta indefinitamente estranea a tutto questo non era ragionevole ed occorre grande attenzione perché, a questo punto, la scuola stessa non diventi ulteriore luogo di trasmissione del virus.

Come si diffonde il virus?
Principalmente da persona a persona attraverso le ormai famose “droplets” o microgoccioline di saliva, poi ci sono i contatti diretti con le mani e con tutta evidenza anche con gli oggetti che fanno parte degli ambienti chiusi. Dal che, discendono le ormai ben note cautele nei contatti interpersonali e nella sanificazione degli ambienti.

Devono essere quindi gli adulti a non portare il covid dentro le aule. Concorda con questa considerazione?
Parzialmente. Chiunque porti il virus dentro le aule - bambini, ragazzi o adulti -  rappresenta una possibile fonte di infezione. Concentrandosi sui soli adulti si rischia di deresponsabilizzare i giovani e non credo ce lo possiamo permettere. Certamente, per i più piccoli (direi fino ai 10-11 anni) la principale fonte di contagio resta quella intrafamigliare, ma per gli adolescenti le occasioni possono essere diverse e hanno a che vedere con una maggiore libertà e propensione alla socializzazione e una certa difficoltà nell’adeguarsi alle regole di prudenza.

A cosa devono stare attenti i genitori quando mandano i bimbi a scuola?
Anzitutto che non abbiano la febbre, come sappiamo. Qualsiasi dubbio sull’opportunità di mandarli o non mandarli va discusso telefonicamente con il Pediatra. Poi, che non si creino assembramenti inopportuni fuori dalla scuola. Da lì in poi, il compito di far seguire le norme sarà degli insegnanti e la mia impressione è che questo nella realtà accada. In alcuni casi, addirittura, la percezione del rischio è così elevata da fare scattare l’allarme anche al di là del necessario. E’ comprensibile, naturalmente, ma bisognerebbe evitarlo per salvaguardare quel poco o tanto di serenità che è dovuta, oggi più che mai, all’infanzia.

Conferma che i bimbi si ammalano di meno di covid o con sintomi minori?
Non c’è dubbio che i quadri più impegnativi di malattia siano assai rari nei bambini. I più piccoli, diciamo al di sotto dell’anno di vita, se contraggono il virus vanno osservati con un po’ più di attenzione, ma è certo che la stragrande maggioranza dei bambini infettati non hanno sintomi o se li hanno li manifestano in forma lieve. Pochissimi rischi, quindi per i bambini e i più giovani in generale.

Quando vanno portati in ospedale?
La raccomandazione forte, in questo momento, è di ridurre per quanto possibile l’accesso al Pronto Soccorso per sintomi lievi che possono essere discussi e gestiti più appropriatamente con il proprio Pediatra o Medico di famiglia. Naturalmente, continuano ad esserci situazioni oggettivamente serie che è giusto siano viste in ospedale senza indugio. Per queste non ci deve essere ritardo nell’intervento e penso, soprattutto, ai bimbi più piccoli (sotto l’anno di età) o a chi già soffre di una malattia cronica, di una particolare fragilità di salute o a chi sembra evidentemente stare male.

Ci sono o ci sono stati in questo ultimo periodo piccoli ricoverati? Che sintomi avevano?
Abbiamo avuto davvero pochi ricoveri di bambini positivi al Covid, ma erano stati accolti per altri problemi e che, incidentalmente, erano risultati essere anche positivi. Naturalmente, hanno richiesto tutte quelle attenzioni necessarie a contenere la trasmissione del virus durante il ricovero. Sono tutti tornati a casa una volta risolto il motivo per il quale erano stati accolti.

I bimbi sono sottoposti allo stesso trattamento farmaceutico degli adulti?
L’esperienza terapeutica sui bambini è, ovunque, molto limitata e in generale fa senz’altro riferimento alla ben più consistente esperienza sull’adulto. Proprio per la scarsa frequenza con la quale ci si trova a dovere trattare un bambino, ogni caso è bene sia valutato singolarmente e facendo ricorso a quanto è riportato dalla letteratura e agli specialisti di diverse discipline. Per fortuna, nella grande maggioranza dei casi nessuna terapia è necessaria.

Perché il covid nei confronti dei più piccoli non si comporta come le altre infezioni virali?
Questo non è ancora del tutto chiaro. Probabilmente è un insieme di fattori che riguardano la suscettibilità delle vie respiratorie dei bambini nei confronti del virus, la risposta del sistema immunitario all’infezione e, non dimentichiamolo, il fatto che i bambini per loro fortuna non sono afflitti dalle molte e diverse malattie che spesso accompagnano l’età più adulta e che costituiscono ulteriori elementi di fragilità e di rischio per chi contrae il virus.

Ci sono delle evidenze scientifiche anche a Forlì?
Sì, come Pediatria di Forlì e insieme alle altre pediatrie della Romagna abbiamo partecipato ad alcune ricerche a livello regionale e nazionale per dare un nostro contributo alla conoscenza di cosa stesse rappresentando il Covid per il mondo dell’infanzia. Ne è emerso, per il nostro territorio un quadro piuttosto lusinghiero di come si sia riusciti ad affrontare l’emergenza grazie alla cooperazione tra medicina territoriale ed ospedale. E’ una collaborazione che tuttora è viva e produce buoni risultati.

I bimbi, a differenza dell'influenza, non devono essere quindi considerati vettore di trasmissione...
Non è proprio il caso di semplificare in questi termini. I bambini possono contrarre il coronavirus e possono trasmetterlo ad altri. Che poi questo possa accadere, mediamente, con minore frequenza che negli adulti è anche probabile, ma credo non ci sarebbe nessuno che consiglierebbe di portare dai nonni un bambino positivo al virus contando, semplicemente, su una minore probabilità del contagio. Occorre anche qui essere molto prudenti e non sottovalutare quello che sta accadendo e che stiamo imparando a conoscere giorno dopo giorno.

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