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Si infettano meno degli adulti, ma la terza ondata non risparmia i bimbi. "Attenzione ai malesseri del long covid"

Approfondimento con Enrico Valletta, direttore del Dipartimento Trasversale Salute Donna, Infanzia e Adolescenza di Forlì-Cesena e dell'Unità Operativa di Pediatria del "Morgagni-Pierantoni" di Vecchiazzano

Anche se si ammalano di meno degli adulti, la terza ondata dell'epidemia da covid-19 non ha risparmiato nemmeno i bambini. A differenza dei mesi precedenti, anche nel Forlivese si è registrato un aumento delle positività tra la popolazione giovanile. Ma c'è un aspetto che preoccupa gli specialisti: il virus, una volta smaltito in un periodo medio tra le due e le tre settimane, può lasciare strascichi anche alcuni mesi dopo la guarigione.

Il "Long Covid" non è una problematica che interessa la solo popolazione adulta, ma anche i giovani. E' comunque un dato di fatto che la variante inglese ha inciso sicuramente molto di più sulla popolazione infantile, come illustra a ForlìToday Enrico Valletta, direttore del Dipartimento Trasversale Salute Donna, Infanzia e Adolescenza di Forlì-Cesena e dell'Unità Operativa di Pediatria del "Morgagni-Pierantoni" di Vecchiazzano. Sono due i casi in cui i giovani pazienti hanno manifestato una sindrome infiammatoria multisistemica, nota come Mis-C e che presenta similitudini alla malattia di Kawasaki, entrambe risolte con terapia.

Dottor Valletta, siamo nel picco della terza ondata del virus. Anche la fascia giovanile, quasi totalmente ignorata un anno fa, ha subìto un incremento dei contagi...
Sì, è vero, dalla fine del 2020 ad oggi stiamo assistendo ad una crescita costante dei dati di diffusione (i cosiddetti tassi di incidenza) del virus nella popolazione di bambini e ragazzi di età inferiore a 18 anni. Secondo i dati nazionali più recenti, il 16.8% dei casi segnalati è nella fascia 0-18 anni (alla fine di dicembre era l’11.8%). Andiamo dai circa 150 casi ogni 100mila abitanti nei bambini di età 0-2 anni ai circa 300 casi ogni 100mila abitanti per i ragazzi di 14-18 anni con un incremento progressivo al crescere dell’età. I giovani dai 14 ai 24 anni mostrano, in questo momento, la più alta circolazione del virus. I dati dell’Emilia Romagna, sono un po’ più elevati della media nazionale, ma sembra che ovunque i recenti provvedimenti di limitazione del contagio stiano dando qualche risultato. In tutte le classi di età si sta assistendo ad un’inversione di tendenza, tranne che nei bambini di 3-5 anni per i quali, alla metà di marzo, si continuava ad osservare un lieve incremento. Chiaramente, la situazione è tutta in evoluzione.

Ha inciso su questo aspetto la variante inglese? Se sì, perché si diffonde con maggiore facilità rispetto al virus conosciuto un anno fa?
Il virus tende per sua natura a mutare in maniera casuale e nel momento in cui una variante acquisisce maggiori capacità infettanti ecco che diventa rapidamente prevalente su tutte le altre, proprio perché più capace di trasmettersi da una persona all’altra. E’ successo così in tutta la popolazione, indipendentemente dall’età, e anche i bambini sono stati coinvolti da questo fenomeno. L’esperienza sta insegnando che oltre ad essere più diffusiva, la variante inglese tende a dare forme cliniche più impegnative. Tuttavia, ancora una volta, i bambini più piccoli sembrano infettarsi meno dei più grandi e degli adulti.

Quali sono stati i sintomi più diffusi?
Tutto sommato, pur contagiati, mi sembra di potere dire che i bambini stanno ben tollerando anche questa nuova ondata dell’infezione. A seconda dei casi, febbre della durata di pochi giorni, qualche sintomo respiratorio o gastrointestinale, ma non situazioni particolarmente impegnative.

Ci sono stati casi di ricoveri tra bimbi e giovani? Se sì, in quanto tempo hanno 'smaltito' il virus?
Sì, qualche ricovero lo stiamo avendo con una certa regolarità ma, ripeto, le situazioni impegnative sono state poche e tutte relative a qualche complicanza infiammatoria tardiva che è ormai nota con l’acronimo di Mis-C. In particolare sono state due, risolte con terapia. Al di là dell’eliminazione del virus che avviene nell’arco di 2-3 settimane, credo dovremo prestare attenzione, anche nei bambini, a quella forma di malessere che può persistere diverse settimane o mesi dopo l’infezione e che, negli adulti viene oggi definita “Covid lungo”.

Con bambini e ragazzi positivi, il virus ha avuto vita più facile nel diffondersi tra le famiglie. Alla luce dell'evolversi della situazione, chiudere le scuole si è rivelata la scelta giusta?
A mio avviso, non c’è in questo senso una scelta giusta o sbagliata a priori. E’ indubbio che il virus circola tra i bambini così come tra gli adulti e che può trasmettersi dagli uni altri e viceversa, ma è anche vero che molto si è fatto per rendere le scuole ambienti quanto più sicuri possibile. Bisogna anche riconoscere che tuttavia non esiste, oggi, un ambiente frequentato da persone che sia sicuro in assoluto. E, quindi, la decisione di aprire o chiudere le scuole va assunta, di volta in volta, soppesando con attenzione il livello di diffusione dei contagi, i rischi e i benefici: si tratta di scelte molto difficili, prese sulla base di informazioni complesse di cui non sempre siamo in grado di darci ragione. Credo ci si debba fidare, anche se qualche errore in eccesso o in difetto è e sarà del tutto possibile.

La situazione ora è sotto controllo?
I provvedimenti più stringenti adottati nelle ultime settimane e che si protrarranno, sembra ancora per un po’, sono destinati quasi certamente a “raffreddare” la diffusione dei contagi. Molto dipende comunque dai nostri comportamenti: in definitiva il virus si muove sulle nostre gambe.

Cosa si aspetta per il futuro?
Quasi impossibile prevedere il futuro in questo momento, ma se devo dire quello che mi aspetto è che la vaccinazione sempre più diffusa, insieme ai nostri comportamenti un po’ più disciplinati e, perché no, alla stagione estiva, ci consentiranno – letteralmente – di prendere fiato e di affrontare i prossimi mesi con meno pressione addosso.

Un aspetto che preoccupa e non poco sono gli effetti indiretti, con un isolamento sociale dovuto alla chiusura delle scuole. Cosa si sente di dire alle famiglie per tranquillizzarle un po'?
Le difficoltà dei bambini e dei ragazzi, in questo senso, sono innegabili. Lo si è detto ripetutamente e tutti le stiamo osservando: i genitori tra le mura di casa e i pediatri negli ambulatori. L’irrequietezza dei più piccoli e le manifestazioni di disagio degli adolescenti vanno comprese perché sono le stesse che proviamo noi adulti. Dobbiamo cercare, anzitutto, di mantenere noi per primi l’equilibrio e la serenità, nonostante i tanti problemi di ogni giorno. Stiamo vicini ai più piccoli e non lasciamo a loro stessi gli adolescenti. Conserviamo in noi e trasmettiamo loro la fiducia che ci sarà tempo e modo per recuperare, un poco alla volta, tutto quello che, indiscutibilmente, abbiamo lasciato indietro lungo quest’anno di pandemia. Incoraggiamoli e aiutiamoli a non lasciarsi vincere dal pessimismo.

Per il ministro per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti, già dopo Pasqua anche per le zone rosse bisogna rivalutare la possibilità di riaprire la scuola dell’infanzia e almeno la primaria. Lei che opinione ha in merito?
Mi auguro che questo sia possibile e dobbiamo tutti impegnarci perché si realizzi, di qualsiasi colore sia la nostra zona. Sarebbe un importante segnale di ripresa della vita alla quale eravamo abituati ed è quello che – ne sono convinto – desidererebbero tutti i nostri bambini.

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