La Rianimazione riceve i forlivesi più gravi, il primario: "Passata la prima ondata, ora abbiamo più esperienza"

E' per evitare il collasso dei reparti di rianimazione che l'Italia è andata in lockdown. Che effetti ha avuto tale scelta all'ospedale di Forlì? Come sono i malati più gravi di Coronavirus sul nostro territorio? Lo spiega il primario

La Rianimazione è il reparto ospedaliero più sensibile nella lotta al Coronavirus in quanto qui arrivano i pazienti colpiti più duramente dal Covid. Ed è proprio per evitare il collasso di reparti come questo in tutt'Italia - dove le dotazioni di ventilatori non sono sufficienti a fronteggiare un'impennata dei contagi - che ha un certo punto si è deciso il lockdown, il blocco delle attività non necessarie. Cosa succede nella Terapia Intensiva dell'ospedale Morgagni-Pierantoni? A spiegarlo è Stefano Maitan, direttore dell'unità di Anestesia e Rianimazione dell'ospedale di Forlì.

Dottor Maitan, ci sono differenze tra l'inizio dell'epidemia ed ora nel suo reparto? I pazienti continuano ad arrivare con lo stesso livello di gravità?

"Rispetto all'inizio abbiamo un rallentamento nei ricoveri ospedalieri e di conseguenza nella terapia intensiva. Ma la gravità è rimasta sostanzialmente uguale. I pazienti che arrivano alla Terapia intensiva vengono con le stesse caratteristiche, il decorso della malattia si mantiene lo stesso. La differenza è che ora iniziamo a conoscere meglio la malattia, non siamo più di fronte alle prime esperienze dello stato epidemico. Un minimo di esperienza dall'inizio è stata fatta, anche se ogni giorno si escono approfondimenti non siamo più al primo impatto".

A un certo punto siete stati travolti da un'onda anomala, che impatto ha avuto sul suo staff?
"Si è imparato maggiormente ad affrontare il problema, non prendendolo a cuor leggero, ma comprendendo bene come ci si deve comportare, consapevoli che si sa che si starà scomodi per alcuni ore per i dispositivi di protezione. Ora affrontiamo gli eventi con più tranquillità, con un brutto termine possiamo dire che ci siamo 'abituati'"

Le statistiche nazionali dicono che chi finisce in Rianimazione muore in un terzo dei casi, è così anche a Forlì?
“Noi abbiamo numeri bassi per fare statistiche e di poco diversi, ma sostanzialmente il dato è quello. La letteratura internazionale dice che chi entra in rianimazione o ha necessità di cure intensive ha maggiore possibilità di eventi sfavorevoli. In America e in Cina si parla di un 80% di mortalità nei pazienti ventilati, parlare di un numero inferiore al 50% sul nostro territorio fa ben sperare".

Che tipo di assistenza viene prestata in Terapia intensiva?
"Ventilazione artificiale, assistita, controllata. La nostra esperienza maggiore è il supporto alla funzione respiratoria, quindi il ventilatore polmonare o farmaci per sostenere il circolo. Nella nostra esperienza non ci siamo per ora imbattuti in altre problematiche. In altri ambienti i pazienti sono stati sottoposti ad altri interventi come la dialisi o il 'gas in continuo' per la purificazione renale, pochi casi di supporti cardio-circolatori avanzati. Ma può capitare di tutto, è una malattia che non prende solo i polmoni, questo lo si è capito".

Si parla spesso dei decessi, ma parliamo anche dei sopravvisuti. Un paziente che esce dalla Terapia intensiva per il Covid torna alla situazione pre-esistente o può avere conseguenze perpetue?
“Nella nostra esperienza abbiamo visto che il ritorno alla situazione precedente avviene nella gran parte dei dimessi, tornano a stare come stavano prima. Ma ancora non si sa se i pazienti ricoverati più a lungo possano avere in futuro un peggioramento di problematiche respiratorie e polmonari che possano riemergere. Con un'epidemia recentissima non si possono fare ancora valutazioni a medio termine, tanto meno a lungo termine. Qualcuno è guarito ma con reliquati importanti a livello della funzione respiratoria, ma tra quelli dimessi a Forlì non abbiamo avuto notizia di problemi dopo le dimissioni. Nella letteratura ci indicano che il pericolo di problemi polmonari successivi c'è, tant'è vero che i nostri pneumologi si stanno interessando a quest'aspetto".

Che sperimentazioni di farmaci avvengono a Forlì?
“La Romagna applica i protocolli di trattamento della Regione, che poi sono quelli nazionali e internazionali e cioé anti-virali, anti-infiammatori... tutto l'arsenale terapeutico che è a disposizione lo usiamo. Partecipiamo attivamente a studi nazionali e internazionali su specifici trattamenti, ma qui più che le terapie intensive sono coinvolti i colleghi della Pneumologia e delle Malattie Infettive. La Romagna si mantiene al pari del resto dell'Italia e del mondo".

Tra tutte queste prove c'è qualcosa che al primo impatto può apparire una cura più promettente delle altre?
"No, ancora non c'è una chiave di volta. E' una patologia recente, certi approcci terapeutici intensivi si sono modificati dopo aver trattato tanti pazienti, per esempio prima si diceva che erano 'pazienti tutti uguali', ma è vero fino a un certo punto... stiamo migliorando nell'adattare la terapia ad ogni paziente. Ma ancora non c'è una soluzione ottimale per tutti. Come in tutte le grandi imprese da affrontare le risposte stanno venendo fuori poco alla volta. Dobbiamo aspettare, ora ci sono meno contagi e meno ricoveri in ospedale e questo significa che gli sforzi fatti per limitare l'epidemia hanno dato dei risultati. Questa è la cosa più importante. Con la chiusura siamo riusciti a bloccare l'esplosione che c'era stata nelle prime regioni".

A volte giungono notizie di aggravamenti repentini e ricoveri di urgenza. A Forlì i pazienti arrivano alla Rianimazione da un percorso sanitario precedente o anche con l'ambulanza a sirene spiegate che arriva al pronto soccorso?
“Con l'ambulanza d'urgenza ne sono arrivati pochi, e questo anche nelle prime fasi. Vengono in gran parte da un trattamento a casa o da un ricovero non intensivo. I nostri pazienti hanno avuto almeno 2-3 giorni di ospedalizzazione precedente".

Come medici vi trovate a dover fronteggiare gli aspetti psicologici delle famiglie. Il paziente vive in isolamento totale, lontano dalla famiglia, nei peggiori dei casi i familiari lo vedono l'ultima volta in buona salute e quella successiva in una bara già chiusa e sigillata. Come gestite questi aspetti dal punto di vista umano?
“Il problema è grosso, in quest'epidemia non c'è possibilità per i famigliari di poter metabolizzare una malattia che colpisce i propri cari in buona salute e li porta in tempi brevissimi alla morte, il tutto a causa di qualcosa di sconosciuto fino a tre mesi fa. Manca il contatto col caro, ma non solo: il parente non entra nel dramma che si è creato improvvisamente, con una dinamica simile ad un decesso per incidente stradale che scoppia in un momento e si è messi di fronte all'evento e punto. Ma anche peggio, perché noi stessi coi parenti dobbiamo avere una mediazione telefonica, e questo non aiuta. Cerchiamo di essere il più possibile presenti e disponibili al telefono, ma a volte non è sufficiente, però si deve capire che è necessario. Questi famigliari vengono aiutati anche dai servizi di psicologia".

Si sta parlando molto dei decessi nelle case di riposo, che ospitano spesso anziani avanzati. Per loro cosa può fare la terapia intensiva?
“Rischia di essere una scelta sproporzionata rispetto alla condizioni del paziente. Noi cerchiamo di fare sempre scelte condivise se possibile in primis col paziente stesso, e poi ovviamente coi familiari e tutti i professionisti che seguono quel paziente. Non è mai una decisione unilaterale.  Si può arrivare alla decisione di non ricoverare attraverso un percorso che ha coinvolto tutte le figure interessate, ma non poniamo del limiti rigidi. A Forlì non ci siamo mai trovati nell'impossibilità di ricoverare o gestire una persona per carenza di dispositivi e posti letto, è un'esperienza che non abbiamo avuto qui. In generale, sui grandi anziani bisogna essere consapevoli che la terapia intensiva richiede una forza del paziente che può anche non esserci in quanto sono procedure rischiose anche nelle persone più giovani. Certo, non è una scelta facile".

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Per la fase 2 in molti guardano ai 'test sierologici', i primi a vederli applicati  sono gli addetti sanitari in prima linea. Cosa è emerso dal suo staff?
“Ho avuto solo una dottoressa positiva al tampone ed è rimasta a casa per due settimane e a questi nuovi controlli si è evidenziata una sorta di immunizzazione. Questo screening, ma non è stato testato ancora tutto il personale, non ha evidenziato finora soggetti immunizzati e che hanno avuto contatti pregressi. Sono soddisfatto, questo vuol dire che siamo stati attenti quando ci siamo trovati a trattare questi pazienti per la prima volta. Abbiamo fatto tesoro degli insegnamenti di chi ha affrontato prima di noi l'epidemia. I contagi tra personale sanitario sono avvenuti all'inizio dell'epidemia, quando forse le attenzioni non erano così alte o sono venuti dall'esterno. Ora siamo protetti".

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