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Degrado a San Mercuriale. E' il caso di chiudere il chiostro?

Abbazia di San Mercuriale: degrado a 360 gradi, a cominciare dal chiostro. Muri scarabocchiati, colonne sfregiate e vituperate, interstizi, angoli e anfratti divenuti comodi orinatoi nell'indifferenza di occhi frettolosi.

Abbazia di San Mercuriale: degrado a 360 gradi, a cominciare dal chiostro. Muri scarabocchiati, colonne sfregiate e vituperate, interstizi, angoli e anfratti divenuti comodi orinatoi nell’indifferenza di occhi frettolosi. Per assurdo, la cisterna seicentesca, assurta a ricettacolo di ogni sorta di rifiuto, ha vissuto i momenti peggiori nell’agosto 1999: la voluta in ferro battuto fu trovata sradicata e in pezzi sul lato ovest del chiostro.

Lo stesso basamento in pietra, in termini tecnici definito “vera”, risultava spaccato in tutti e tre i punti di ancoraggio alla voluta. I colpevoli, tutti minorenni, furono scoperti e processati. Il pozzo è stato prontamente restaurato per iniziativa della Soprintendenza, del Comune e della Diocesi, ma il decadimento non è certo scemato. Anzi. L’apocalisse del monumento è iniziata nel 1941, l’anno in cui lo stesso Duce del Fascismo Benito Mussolini inaugurò personalmente l’opera da lui voluta e finanziata, su progetto dell’ingegnere di regime Gustavo Giovannoni. Chiudere o non chiudere il chiostro di San Mercuriale? Il dilemma amletico se rendere inaccessibile, almeno nottetempo, il “collegamento pedonale” fra le piazze Saffi e XX Settembre (così lo volle Mussolini), si riaccende ogniqualvolta succede qualcosa che trascende i confini ordinari di un degrado ormai intrinseco al manufatto.

Nella sua pubblicazione “Itinerari d’architettura moderna”, ‘vademecum’ insostituibile per la riscoperta degli stili costruttivi forlivesi del XX secolo, il professor Ulisse Tramonti esprime un giudizio tecnico sull’insolito “claustrum” aperto, facendo intendere che il progettista Giovannoni, nell’ipotizzare, a partire dal 1939, lo sfondamento di due lati del complesso, avrebbe agito secondo logiche condivisibili. “Il chiostro – scrive il docente universitario - dopo secoli di abbandono, si trovava in uno stato di degrado elevato. Demolendo la canonica e aprendo un portico si poteva salvare il quattrocentesco chiostro e nel contempo creare il collegamento con piazza Saffi e la piazzetta retrostante”. Anche l’ex assessore comunale Gabriele Zelli, attento cultore della storia e della tradizione forlivese, ha idee precise al riguardo: “Il vero problema del chiostro è di essere divenuto luogo di bivacco indisturbato. Una prima soluzione potrebbe essere la presenza costante di forze dell’ordine: basterebbe spostarli dall’imbocco di corso della Repubblica. E se anche si decidesse di chiuderlo nottetempo con cancellate, i nullafacenti farebbero il misero sforzo di spostarsi sui gradini del sagrato al tramonto, per poi rientrare sotto i portici la mattina. Più che isolarlo, io punterei a rivitalizzarlo”. Le voci di un ritorno di monsignor Quinto Fabbri, anche se solo come abate, senza più funzioni parrocchiali, si fanno insistenti. Dalle pieghe della cronaca emerge un illuminante articolo di monsignor Bruno Bazzoli, pubblicato su “Il Momento” del 3 giugno 1997. L’ex abate, parroco di San Mercuriale dal 1952 al 1994 e scomparso il 25 luglio 2006 all’età di 91 anni, rievoca tutte le tappe della questione scatenata dallo sventramento del chiostro medievale. “Nel 1939 Mussolini ne decise l’apertura come conquista del popolo”.

La prima vittima di cotanta volontà di massa fu proprio il parroco del tempo, monsignor Adamo Pasini. Il grande storico e cultore d’arte, “oltre al danno inevitabile alla vita parrocchiale – scrive don Bazzoli - subì anche quello alle opere d’arte”. Chiaro il riferimento alle 30 lunette sulla vita di Giovanni Gualberto, fondatore dei Vallombrosiani, affrescate nei primi anni del ‘600 ma deperite in un amen a causa dell’improvvisa e innaturale esposizione alle intemperie. Ne salvò una ventina lo stesso monsignor Bazzoli, facendole trasferire in chiesa nei primi anni Sessanta. Il loro degrado era talmente avanzato, che monsignor Quinto Fabbri, parroco di San Mercuriale dal 1995 al 2007, le ha riavviate a nuovo e difficile restauro, tutt’ora in corso. Del vero “claustrum” vallombrosiano, realizzato a partire dal 1585, rimane solo la prima delle tre fila del colonnato. Risale invece al 1942 la prima delle convenzioni con il quale l’Amministrazione comunale spossessò l’abbazia del chiostro. A monsignor Pasini, nel 1944, subentrò monsignor Giuseppe Prati. Il grande don Pippo si trovò ad affrontare ben altre beghe, dovendo occuparsi dei tanti forlivesi rimasti senza affetti né casa, a causa della tragedia del secondo conflitto mondiale. Il 30 agosto 1952, la Diocesi ritornò proprietaria di tutto ciò che non fosse piano di calpestio, rimanendo al Comune “l’assoluta proprietà della parte posta al pian terreno”, e pertanto ogni potere circa la limitazione o meno dell’accesso al chiostro. Il “restauro” del monumento, è bene ricordarlo, fu anticipato dall’impietosa demolizione della canonica su Piazza Saffi, del Pavaglione su Piazza XX Settembre, dell’antica sacrestia e della cosiddetta Camera dell’Abate, e sortì un ibrido architettonico di dubbio gusto. Ritorniamo allo scritto di don Bazzoli: “Nel 1957, il ministro acconsentì all’intervento di chiusura, inviando un contributo di 650.000 lire.


Sarà la stessa Amministrazione comunale di Forlì, proprietaria del piano di calpestio, a bocciare il progetto di chiusura elaborato da Sergio Selli nella seduta consiliare del 9 marzo 1959. Fu determinante il voto negativo della componente social-comunista. Ma uscì allo scoperto anche un assessore repubblicano, sostenendo che “il popolo forlivese ha il diritto di passare dove vuole”. Il denaro già erogato dovette essere restituito a Roma. Quarant’anni dopo, sulla scia dell’ennesimo atto di vandalismo, il presidente del Rotary Club di Forlì Alfonsino Badini ripropose la chiusura del chiostro con cancellate artistiche, sulla base di un progetto già offerto alla città dal suo sodalizio nel 1991. Ma anche quella volta fu il nulla di fatto, e il calvario del monumento, al pari del dibattito su come intervenire per ravvivarlo, non accenna ad avere fine.

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