Emergenza idrica, Wwf: "Gestione coerente dell'acqua"

Il WWF Forlì sta manifestando da anni le proprie fondate preoccupazioni per le ricorrenti crisi idriche e per il conseguente degrado degli ecosistemi fluviali e della qualità della risorsa acqua disponibile

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ForlìToday

Il WWF Forlì sta manifestando da anni le proprie fondate preoccupazioni per le ricorrenti crisi idriche e per il conseguente degrado degli ecosistemi fluviali e della qualità della risorsa acqua disponibile. Le cause di tali angoscianti emergenze sono principalmente: prelievi eccessivi da parte del settore agricolo, che provocano il prosciugamento dei corsi d’acqua e la mancata ricarica delle falde; mutamenti climatici, che stanno portando ad una concentrazione delle piogge in periodi molto ristretti dell’anno e ad una distribuzione territoriale delle stesse piogge frammentata (nubifragi in alcune aree, siccità in altre); aumento delle temperature medie, con conseguente aumento dei consumi idropotabili e produttivi; cementificazione e impermeabilizzazione dei suoli, che impediscono la penetrazione delle acque nel terreno e ne accelerano il deflusso, aumentando così anche il rischio idrogeologico.

La ricetta proposta dall’ex Presidente di Romagna Acque Zanniboni, di ricorrere a nuovi invasi (in particolare quello del Savio) per aumentare l’approvvigionamento idrico, è improponibile, perché basata sull’equivoco secondo il quale le dighe risolverebbero l’emergenza. Se non piove e se non si utilizza la risorsa con raziocinio e sobrietà, non basterà la moltiplicazione delle dighe a toglierci dai guai. Inoltre, le dighe costano cifre colossali per la costruzione e gestione ed hanno un impatto ambientale irreversibile, ormai considerato unanimemente insostenibile. In particolare, prosciugano gli alvei fluviali a valle e – come si sta vedendo anche per il Bidente in questi giorni – sottraggono al fiume il deflusso minimo vitale, con inevitabili ripercussioni sul benessere di tutte le specie viventi legate agli ambienti acquatici.

Le dighe sono grandi opere funzionali solo agli interessi di grandi aziende e multinazionali proiettate sulla privatizzazione dell’acqua. Chi concentra risorse strategiche (e l’acqua lo è) ne otterrà il monopolio e potrà concentrare un enorme potere di ricatto nei confronti della collettività. Non a caso l’invaso del Savio prevedeva il coinvolgimento di grandi capitali privati, e fortunatamente non passò.

La gestione idrica deve essere sviluppata secondo criteri di risparmio, eco compatibilità, interconnessioni fra le varie zone (chi ha acqua in abbondanza può trasferirne una parte a chi è in difficoltà), il tutto affidato ad enti di diritto pubblico che senza fini di lucro, al contrario del privato che vuole aumentare i profitti e di conseguenza i consumi (senza quindi preoccuparsi delle emergenze, anzi provocandole).

Il sistema tariffario deve essere inoltre articolato sulla base degli usi, degli scaglioni di consumo, tenendo conto del reddito individuale, della composizione del nucleo familiare, della quantità d’acqua erogata, dell’esigenza di diminuzione dei consumi e di eliminazione degli sprechi.

Se è vero che l’acqua è un bene comune (e il recente referendum l’ha ribadito a chiare lettere), essa deve trovare una gestione coerente con il suo inestimabile valore, ecologico prima ancora che economico.

 

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